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Dicono che in provincia non succede mai nulla

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Dicono che in provincia non succede mai nulla e io ci credevo. Quando mi trasferii in un piccolo paese dell’hinterland, avevo paura della noia. Mi sbagliavo. Una creatura ancora più malvagia mi stava aspettando, addormentata tra le case bianche, i giardini e le mogli che preparano la cena ai mariti.

Dicono che in provincia non succede mai nulla e io ci credevo. Quando mi trasferii in un piccolo paese dell’hinterland, avevo paura della noia. Mi sbagliavo. Una creatura ancora più malvagia mi stava aspettando, addormentata tra le case bianche, i giardini e le mogli che preparano la cena ai mariti.

Vuotavo gli scatoloni da sola, nella cucina della nuova casa e cercavo a fatica di abituarmi al silenzio. Sentivo uno stato di disagio crescente, avevo bisogno di rumore per allentare la tensione. Allora, più o meno consciamente, facevo tintinnare le padelle, i piatti e soprattutto i coperchi di metallo. Anche il gorgoglio delle posate che affondavano nel lavandino pieno d’acqua mi dava un sensazione di piacevole rilassamento. Ma quando inevitabilmente i rumori tacevano, uno sgradevole disagio ricominciava ad infilarsi in ogni parte del mio corpo. Una tensione che non rimaneva confinata nella mia testa, nel recinto dei pensieri, ma si traduceva in un disagio fisico: muscoli rigidi, fiato corto, testa pesante. Credevo di essermi ammalata.

La notte, da sola, non riuscivo a dormire. Il buio era troppo buio, il silenzio troppo silenzio. In ansia, ad occhi aperti, mi torcevo nel letto per ore. Dopo alcuni giorni iniziai a risentire della carenza di sonno. Ero debole, mangiavo poco, non riuscivo a concentrarmi.

Una mattina, mentre mi osservavo allo specchio sotto una luce giallastra, cullandomi nelle conche viola delle mie occhiaie, lei oscurò la mia immagine e mi guardò dritto in faccia.

Ero terrorizzata. “Chi sei?” le chiesi e la osservai. L’adrenalina mi riempì di coraggio e senza perdere il controllo, provai a sfidarla.

“Tu non esisti” mentii a voce alta, continuando a fissare con occhi duri prima me stessa e poi lei. Scomparve, mi illusi di averla cancellata. Lo specchio continuava a riflettere solo il mio viso emaciato.

Passarono alcune settimane, ogni giorno inghiottivo la provincia come una medicina necessaria. Comprai un televisore per rompere il silenzio, riempii le stanze di lampadine colorate e provai ad abituarmi alla mia nuova vita. Durante il giorno cercavo conforto nei visi amichevoli degli estranei e nel dolce fruscio delle automobili. Ma la notte, quando speravo di addormentarmi, la solitudine si infilava nel mio letto e mi stringeva a sé con le sue braccia magre. Finché non la rividi. Aprii gli occhi assonnati per cercare l’orologio, per prendere coscienza della durata della mia insonnia. Lei era lì, sul mio cuscino, sentivo il suo odore nauseante.

Mi alzai terrorizzata, le buttai addosso il lenzuolo per coprirla. Uscii dalla mia camera sbattendo la porta, la chiusi dentro a chiave. Corsi in bagno e misi la testa sotto l’acqua, bagnandomi i capelli e le maniche del pigiama. Poi mi guardai allo specchio: c’ero solo io, lei non c’era più.

Andai in salotto e accesi tutte le lampadine colorate, poi corsi fuori di casa. Mi ritrovai in giardino, da sola, col mio pigiama bagnato. Intorno a me buio, silenzio, buio, silenzio. Sembrava che fossi l’unica creatura al mondo ad essere sveglia, a turbare la quiete della provincia addormentata. Avevo ancora più paura lì fuori. Tornai in casa e mi sdraiai sul divano, passai il resto della notte sotto le luci delle lampadine, con la TV accesa.

Il giorno dopo la cercai ovunque. Volevo trovarla, affrontarla, ucciderla se necessario, perché mi stava rovinando la vita. Svuotai gli armadi, i cassetti, trovai soltanto polvere. La sera avevo paura di andare a letto, di entrare nella mia camera. Vegetavo sul divano con gli occhi semichiusi, quando sentii una massa calda e gelatinosa sulla pancia: era lei. L’afferrai disgustata e la scagliai per terra. Rimase lì sul pavimento, immobile, sembrava morta ma non lo era affatto. Provai rabbia e frustrazione. Ormai avevo capito che non mi sarei liberata di lei tanto facilmente. La presi in mano con diffidenza, sembrava più debole di me. La strinsi al petto come una bambola, provando una paradossale sensazione di empatia. Le permisi addirittura di attaccarsi al mio seno, la allattai come una neonata famelica.

Quella notte, da sola, sul mio divano, abbracciando con l’intensità di un’amante la creatura che odiavo e temevo, finalmente mi addormentai.

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