Sofia Gnoli è una storica della moda, tra le più importanti nel panorama italiano. Insegna Storia della moda all’Università “La Sapienza” di Roma e a collabora con “Il Venerdì di Repubblica” e con “Vogue Italia”. Da poco è uscito il suo ultimo volume per Carocci Editore, “Moda. Dalla nascita della haute couture a oggi”, che ripercorre gli ultimi due secoli di storia della moda, dall’alta sartoria dell’800, al pret-à-porter degli anni ’60, fino ad oggi, epoca della fast fashion. Si tratta di un lavoro approfondito sia per chi di moda se ne intende, sia per chi sta muovendo i suoi primi passi in questo mondo. I suoi studi erano già confluiti in altre quattro opere: “La donna, l’eleganza, il fascismo” (2000), “Moda & Cinema: la magia dell’abito sul grande schermo” (2002), “Un secolo di moda italiana 1900-2000” (2005), “Moda e teatro” (2008).
Partendo dalla rivoluzione di Charles Frederick Worth, passando per Christian Dior, fautore del New Look, approdiamo ai nostri giorni, caratterizzati da una moda veloce e democratica. Cos’è che la moda di oggi ha perso rispetto al passato e cosa invece ha guadagnato?
Sicuramente rispetto al passato c’è stata una perdita parziale della manualità, che oggi si sta cercando di recuperare a tutti i costi. Prima c’era un dislivello molto più ampio tra ricchi e poveri, poi le cose sono cambiate, sia da un punto di vista sociale che da un punto di vista di realizzazione della moda; sociale perché la moda è cambiata con il boom economico degli anni ’60 che ha favorito la nascita del pret-à-porter. Yves Saint Laurent fu uno dei primi fautori di questa tendenza con la linea pret-à-porter Rive gauche che aveva prezzi decisamente più accessibili dei capi d’alta moda. Lo stesso Saint Laurent diceva: “Prima le figlie volevano somigliare alle madri, ora è il contrario; essere giovani è più importante che appartenere ad una casta”. Si afferma in quel periodo la moda easy going, che prende le distanze dall’abito di haute couture di Dior o di Balenciaga. Senz’altro il lato positivo della democratizzazione della moda è che permette a tutti di potersi vestire con capi griffati; ma quest’industrializzazione va a danneggiare le maestranze, quello su cui ora stanno puntando i grandi marchi del lusso. Ormai la gente normale è stanca di prezzi troppo alti e comincia a ricorrere anche alla sarta, perché oltre a permettere di avere una capo di buona qualità su misura, privilegia la dimensione dell’unicità.
Tra tutti quelli citati nel suo volume, chi è secondo lei un personaggio femminile che attraverso il suo stile ha influenzato numerose generazioni?
Coco Chanel, perché è stata una donna abile nel marketing già negli anni ’10, così piena di intuizioni e rivoluzionaria; ha avuto la fortuna di essere l’icona stessa del suo stile. È cresciuta ai tempi della Prima Guerra Mondiale, quando c’è stato il vero avvento della donna moderna: le gonne si sono accorciate e la moda è diventata più svelta.
Quali sono stati gli anni più rivoluzionari nella storia della moda?
Sicuramente gli anni ’20, per la nascita della moda moderna, e gli anni ’60, con il prêt-à-porter, la rivoluzione giovanile, la Swinging London.
Spesso si discute su un possibile tramonto della moda, a causa della continua riproposizione di modelli già proposti nel passato. La moda ha davvero esaurito tutte le sue fonti di ispirazione?
No, perché la moda è qualcosa di connaturato a noi; sarà sempre una necessità perché gli individui si stancano di indossare le stesse cose e inseguono sempre il nuovo. La moda piace a tutti perché è un bisogno vitale, per cui, bella o brutta che sia, ci sarà sempre. Il problema reale è che c’è sempre meno spazio per i giovani, che diventano famosi solo in quanto direttori artistici di un grande marchio.
Negli ultimi capitoli del suo libro affronta fenomeni come la democratizzazione della moda e la fast fashion; cosa hanno radicalmente cambiato colossi come H&M e Zara? Si è davvero perso il gusto per l’alta moda, preferendogli un ricambio meno duraturo ma sempre diverso?
La fast fashion è stata utile sia perché tutti possono acquistare capi alla moda, sia per stimolare i grandi marchi che, per difendersi dalla sua avanzata, devono produrre collezioni di grandissima qualità e puntare sull’unicità. Ormai il consumatore sa quando il capo non è fatto bene e preferisce comprarlo da Zara spendendo molto meno. L’alta moda delle grandi firme in molti casi serve a far parlare i giornali e a potenziare le vendite di cosmetici e profumi; ma naturalmente è anche ricerca e grandi creazioni.
Sentiamo continuamente parlare di fashion blog; secondo lei qual è la reale influenza del web nelle scelte di abbigliamento? È vero che un capo visto addosso ad una di queste fashion victim diventa immediatamente un cult da acquistare a tutti i costi?
Assolutamente sì, le nuove generazioni di giovani si fanno influenzare dai blog, dalla televisione, dal web; ma secondo me il blog, nella maggior parte dei casi, è una tendenza già in parte superata perché sta perdendo la sua autenticità iniziale, contaminato dalla pubblicità e dalla moda istituzionale, non è più una voce fuori dal coro. Diventa la stessa cosa, ma con meno informazioni, di un sito di una qualsiasi rivista di moda.

