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Bob Marley e the rythm of Jamaica

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Cosa conta davvero in un artista? Chi prova a fare arte se lo chiede. Devo diventare sempre più bravo? Sì, certo, più che puoi.

Cosa conta davvero in un artista? Chi prova a fare arte se lo chiede. Devo diventare sempre più bravo? Sì, certo, più che puoi. Conoscere, maneggiare, innovare le tecniche? Come no, senza dubbio. Lavorare come un matto finché non sono soddisfatto? Ovvio. Va bene, lo fai. Lo farai. Senza dubbio. Ma cosa conta davvero? Bisognerebbe chiederlo a Bob Marley.

Solo che è morto trenta anni fa. E forse non saprebbe rispondere neanche se fosse vivo. Perché altrimenti l’avrebbe spiegato a quelli che hanno suonato la musica reggae dopo di lui, come si fa.

L’energia. Lo spirito. Crederci. Sentirsi puro. Essere forte. Saper essere debole. Ridere. Sorridere. Piangere. E tutto questo che sia o che sembri vero.

Live! Bob Marley & the Wailers c’era scritto sulla copertina del disco di vinile appena portato da Lisbet, una ragazza svedese che era andata a fare shopping a Londra. “Mettilo su” mi ha sussurrato lei, “questa è una cosa che non hai mai sentito. It’s absolutely new stuff. New stuff”. E dagli altoparlanti di un impianto hi-fi nella casa dell’ex skinhead Gregory a Eastbourne venne fuori una musica nuova. Un ritmo da brividi. “The rythm of Jamaica” disse Lisbet.

Forse a pochi chilometri da lì Sting stava ascoltando la stessa musica. Infatti i Police uscirono con un disco che s’intitolava Reggatta de blanc, da lì a poco. Ma quasi tutti s’innamorarono di quel ritmo. Dylan fece in Giappone un’incredibile versione reggae di Knocking on Heaven’s doors. E anche da noi ci fu la passione. Il reggae all’italiana, Loredana Bertè con E la luna bussò, per esempio.

C’era una canzone che s’intitolava I shot the sheriff. “Che vuol dire deputy?” chiesi. “Non proprio sceriffo, diciamo vicesceriffo”, rispose Lisbet. Era una canzone meravigliosa per descrivere un’ingiustizia. I shot the sheriff, but I didn’t shoot no deputy. Ho sparato allo sceriffo, ma non ho sparato al suo vice. Vogliono incastrarmi per la morte del vice sceriffo ma io ho sparato allo sceriffo, e gli ho sparato per legittima difesa perché mi odiava. Però loro dicono che ho sparato anche al vice. Un pezzo fantastico: lui ammette di aver fatto fuori lo sceriffo, ma non il vice. È disposto ad assumersi la colpa di quell’omicidio per legittima difesa, ma il vice l’ha ucciso qualcun altro. Coraggio & Giustizia, se capite cosa voglio dire… Eric Clapton ne fece una cover che fu il suo maggior successo negli Stati Uniti. Continuava a girarmi in testa. I shot the sheriff, but I didn’t shoot no deputy.

E poi c’era una canzone che ci ha fatto cantare tutti: No, woman no cry. L’hanno cantata i chierichetti e i terroristi, tanto per dire. Arrivò il successo internazionale. Travolgente. Canzoni che risuonavano come inni. E non solo il canto dei poveri in lotta, pure le grida liberatorie tipo Jamming, I wanna jamming with you, and I hope you like jammin’ too… E io spero, Lisbet, che pure a te piaccia fare jammin’ con me…

Lisbet prese una cartina e cominciò a rollare una canna, anzi un cannone. Qualche tempo dopo mi sarei accorto che Marley e le canne andavano sempre insieme. Per i rastafariani la marijuana è considerata essenziale per la meditazione e la preghiera, Bob Marley era un rasta, come si sa. Ma non credo che Lisbet avesse acceso il fiammifero e cominciato a fumare per portarmi su un terreno spirituale. O perlomeno non nel senso tradizionale del termine.

Nel 1980 a Milano ci fu uno dei più singolari concerti rock che si siano mai svolti da noi. Un musicista internazionale che non era americano o inglese, non era occidentale e credeva in una religione africana praticamente sconosciuta, riempì lo stadio di folla che saltava ballando lo strano ritmo reggae in cui gli strumenti sembravano suonare ognuno per conto proprio ma poi tutti insieme creavano un’armonia trascinante. Uno degli ultimi concerti di Bob Marley, che sarebbe morto meno di un anno dopo, l’11 maggio 1981. Con lui finì anche il grande successo internazionale del reggae, il ritmo si diffuse e si disperse nella musica di tutti.

E ritorniamo alla domanda iniziale. Cos’aveva di diverso Bob Marley dagli altri che suonavano e suonano la sua stessa musica? Cosa ne ha fatto un grande artista internazionale? Cosa fa di un artista un artista? Bisognerebbe chiederlo a lui. Solo che è morto trenta anni fa. E forse non saprebbe rispondere neanche se fosse vivo.

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