Cechov inseguito dagli indiani

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Andare a vedere Il giardino dei ciliegi a teatro non fu una buona pensata. Ma la colpa fu mia, come sempre d’altro canto. La verità è che mi annoio...

Andare a vedere Il giardino dei ciliegi a teatro non fu una buona pensata. Ma la colpa fu mia, come sempre d’altro canto. La verità è che mi annoio a teatro. Il più delle volte riesco a farmi delle grandi dormite e allora amen. Ma quando questo non avviene sono fregato. L’altro fatto è che ci vado sempre con qualche altra persona che ovviamente mi trascina, tanto perché non riesce a spiegarsi come un grande scrittore, quale io sono, possa non amare il teatro. Ho tentato più di una volta di farmi andare giù gente in calza maglia o quel rumore tipico delle assi del palco quando un attore ci sale sopra e fa la sua sparata. Ma niente. La realtà è che manco di fantasia. Questa è una dura verità con cui mi tocca fare i conti tutti giorni e che a teatro trova il suo apice.
Per quanto ne so non riesco a convincermi che un luogo possa diventare altro nel giro di poco tempo. Mettete che vi presentino il palco nel primo atto allestito come una cucina. Diciamo che la scena vada avanti così per venti minuti, poi si cambia. Atto secondo e ovviamente lo stesso palco allestito a soggiorno. Ecco quello è il momento in cui vado fuori di testa:
– Quello non è il soggiorno, maledetti! È la cucina, è la cucina. Un altro Dio che cova alle nostre spalle e voi gli fate da servi.
Dico questo perché è quello che urlerei se fossi matto. Ma comunque andai a vedere Cechov. Al teatro Vascello di Roma. La regia è di Giancarlo Nanni e lo spettacolo è in programma fino al diciotto maggio. Ma non era tutto qui. L’altro fatto che mi aveva distrutto il pomeriggio era che avevo appena finito Vite di riserva di Sandro Onofri. Cavolo che libro. Da togliere il fiato. Avevo appena scoperto il Truman Capote italiano e i miei pensieri quella sera erano solo per lui. La storia parla di un viaggio realmente fatto nelle riserve americane nei primi anni novanta. La vita delle tribù come i Lakota o Nakota. Ma anche la descrizione di un’America lontana da noi. Lontana da tutto ciò a cui è permesso di arrivare oltre Oceano. Ma io su quel mondo ci avevo appena messo mano e di certo non avevo pensieri per nessuna roba di teatro.
Certo il problema era anche Cechov. Porca miseria se c’è una persona che devo ringraziare è lui. Se dovessi dire Grazie lo direi a quell’infinità di racconti che ha scritto e che mi hanno insegnato a camminare guardando dove metto i piedi.
Così mi ritrovavo lì, le luci appena abbassate e il sipario che si apriva. Che cosa avrei dovuto fare? Be’ che ci crediate o no provai a stare attento. Per Dio è una cosa per cui ci sto male. Mi è capitato un sacco di volte di ritrovarmi in discussioni sul teatro e non essere in grado di dire una sola parola.
Lo spettacolo era in costume e dopo circa venti minuti avendo finito di guardare il culo di una delle attrici la testa mi prese a partire. Quel maledetto Sandro Onofri. Vorrei potervi dire che la compagnia era in gran forma o che il regista durante lo spettacolo ha trovato questa o quell’accortezza, ma niente. La realtà è molto più cinica e rapace: a me del teatro non è mai fregato niente. E nemmeno dell’arte se è per questo. Ma quando trovo uno che scrive come Dio comanda, che mette giù un discorso azzeccato e di sostanza vado fuori di testa. E Onofri in quel libro aveva tutto questo.
Iniziai a pensare agli indiani.

Il fatto è che non mi vennero in mente con le frecce, cavalli al galoppo o che so io. Dopo quel libro come cavolo facevo a vederli in quello stato. Sapreste dirmelo voi altri? Vedevo il villaggio Hopi di Keams Canyon. Un insieme di quattro case mobili e uno shopping-center. Oppure alcuni villaggi nei pressi di Pine Ridge (South Dakota). Villaggi organizzati attorno ad un qualche distributore Exxon. Perché gli indiani stanno lì. Li vedevo sotto i portici sbronzarsi come zucchine e poi accopati da qualche poliziotto indiano dal grilletto troppo facile. Perché sono arrivati anche a questo. Li vedevo trovare lavoro a cento chilometri da dove abitavano. Oppure vendersi qualche organo al mercato nero tanto per ritrovarsi qualche centinaio di dollari in tasca. Fatto sta che a metà spettacolo sbottai a piangere proprio là dove c’è l’annuncio che il giardino dei ciliegi ormai è segnato. Che tempismo del cavolo.
Una signora accanto a me mi dà di gomito e mi dice all’orecchio: – Per me è così ogni volta che lo vedo e sono ormai trent’anni.
Per lei era così ogni volta. E per i turisti che ogni anno vanno a vedere le Bleke Hills? Anche per loro è così? Loro lo sanno che il sessanta per cento degli indiani di sesso maschile muore per alcolismo? Sanno che il resto si mette una pistola in bocca prima dei quarantacinque? No, qui nessuno sa un cazzo, ecco le cose come stanno. C’è voluto un professore delle superiori di periferia per dire qualcosa di serio.
Poco prima della fine mi ripresi con una tale rabbia che avrei steso chiunque di quei palloni gonfiati che con me era allo spettacolo. Povero Cechov pensai, inseguito e cacciato dai miei indiani. Ma non lui che è stato il più grande, ma tutti quelli che stavano lì e pronunciavano: – Cechov. Perché un autore è anche ciò che ne fa la maggior parte delle persone. E io le odiavo. Quelli erano i soggetti perfetti che a Pine Ridge si sarebbero fatti rubare i soldi da qualche indiano per qualche braccialetto che un popolo su l’orlo del baratro aveva fatto per tirare avanti. Nessun indiano avrebbe avuto la soddisfazione di sentirsi dire da loro: – Questa roba tienitela per i fessacchiotti, a me fammi vedere cos’è rimasto di voi altri. Fammi vedere come siete messi veramente!
No, tutto quei maledetti si sarebbero accontenti di un braccialetto stile Sioux e amen.
Poco prima che finisse lo spettacolo chiusi gli occhi e sperai che tutti sparissero. Tutti. Poi pensai che Lèvi–Strauss aveva parlato delle morti per sortilegio nelle civiltà voodoo. In certe civiltà si muore veramente per sortilegio, aveva detto Lèvi-Strauss. Un individuo sotto fattura, stretto dalle più solenni tradizioni del suo gruppo, si allontana dalla vita sociale e, rassegnato all’evento che lui crede reale, muore. A nulla valgono le nostre convinzioni illuministiche sull’effettiva inefficacia di tali riti contro la convinzione più profonda di una persona.
Quando riaprii gli occhi la sala era vuota. Non c’era più nessuno. Allora presi la giacca e mi feci strada tra le poltrone vuote e scure.

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