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Altri giardini. Lo sguardo incantato

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E’ del poeta il fin la maraviglia, parlo dell’eccellente e non del goffo, chi non sa far stupir, vada alla striglia!

E’ del poeta il fin la maraviglia,

parlo dell’eccellente e non del goffo,

chi non sa far stupir, vada alla striglia!

[da La Murtoleide: Fischiate del cav. Marino – di Giovan Battista Marino (1569  – 1625)]

 

“E’ del poeta il fin, la maraviglia …Lo era in altri tempi e lo è ancora, per certi versi, per il botanico dilettante e il conta/cantastorie.

C’è una quantità di libri ed esperienze, foto e aneddoti sulle stranezze della natura; sulle mirabilia del mondo vegetale.

La meraviglia è stato il campo che ha sempre attratto anche noi, bambini, e poi ancora… con indefettibile costanza, negli anni.

Essa ha legato come un filo rosso queste pagine ‘omeriche’ [V. su “O” Le piante e la notte
 del 25.05.08]. Da bambini – abbiamo ricordato – la manutenzione della meraviglia era una disciplina impegnativa… [V. su “O”: Le clematidi, o della meraviglia del 05.07.09]. Ancora su “O”: ‘Pulcini di drago’ in: Altri giardini
 del 04.02.07 e in ogni cosa che abbiamo scoperto e ricordato… [V. su “O”: Spaventapasseri
 del 12.10.09].

Abbiamo cercato meraviglia praticamente ovunque, nel mondo delle piante e intorno ad esse; nei colori, alla visione ravvicinata che porta dentro al cuore dei fiori…

Anselm – il protagonista di un racconto di Hermann Hesse ‘Iris’ (1918) – ritrova così il suo sogno infantile “…e vide, tra bastoncelli dorati, il sentiero azzurro chiaro venato che portava nel segreto e nel cuore del fiore, e capì che lì era ciò che cercava, lì stava l’essenza che non è più immagine” [V. su “O”: La stagione dell’iris del 31.03.08].

Nel cuore viola di una Saintpaulia – o violetta africana, Fam. Gesneriaceae – con le antere gialle e lo stilo in evidenza (Foto di ToniVC da Flickr®)
Uno sguardo ravvicinato al fiore di una comune Petunia – Fam. Solanaceae (foto di Rebranca 46 da Flickr®)

Abbiamo cercato la meraviglia anche nelle dimensioni e nelle forme: i fiori più grandi al mondo e la pianta più strana…

Fioritura in serra di aro gigante (Amorphophallus titanum – Fam. Araceae), originario di Sumatra. Nella foto di sin. la fioritura del 2007, presso il Giardino dei Semplici di Firenze

È una pianta erbacea che può raggiungere grandi dimensioni. Il fiore può arrivare anche i 3 metri di altezza; dura circa 3-4 giorni ed ha un odore putrido.

L’infiorescenza origina dal tubero con lo sviluppo di un corto fusto, dal quale parte un lungo spadice a forma di lancia, circondato da una o più spate (o brattee: non petali, ma foglie modificate). I colori dello spadice variano dal giallo al rosa al viola, mentre le spate hanno aspetto vellutato e colorazione verdastra o violacea.

Per la magnificenza del fiore, Amorphophallus Titanum è presente in molti orti botanici; viene spesso indicato come il fiore più grande del mondo, primato che spetta invece alla Rafflesia arnoldii

Il fiore più grande del mondo è la Rafflesia arnoldii (inserita in una famiglia apposita; quella delle Rafflesiaceae): può raggiungere 1 metro di diametro e pesare fino a 10 kg

Fu scoperta nel 1818 nella foresta pluviale indonesiana e prende il nome dal capo di quella spedizione Sir Thomas S. Raffles. È una pianta parassita, senza foglie né radici e incapace di fotosintesi.

Il fiore impiega diversi mesi a raggiungere la maturazione e la fioritura dura al massimo una settimana. L’odore ricorda quello della carne putrefatta; per questa ragione le popolazioni locali indicano la pianta con nomi che si possono tradurre ‘pianta carne’ o ‘pianta cadavere’.

Welwitschia mirabilis. Pianta molto particolare, anche la Welwitschia non è inseribile in altri raggruppamenti, ma costituisce una famiglia a parte: Welwitschiaceae (Foto da Wikipedia)

La Welwitschia mirabilis è tra le piante più straordinarie che si conoscano: un fossile vivente e tra le piante più longeve (può vivere anche 2000 anni nel clima desertico che costituisce il suo habitat); possiede lunghe foglie nastriformi e una parte interna (midollo) commestibile, sia cruda che cotta nella cenere. Lo stesso Darwin (1809 – 1882) – non un pivello nel campo delle stranezze – che la conobbe negli anni della maturità, ne fu tanto affascinato da considerarla l’‘ornitorinco del mondo vegetale’.

Il suo nome deriva dal medico e botanico Friedrich Welwitsch, che la scoprì nel 1859 in Angola e la spedì a William J. Hooker, direttore dei Kew Gardens, a Londra. Fu lui a rinominarla Welwitschia e ad annotarne le straordinarie caratteristiche, ma anche la bruttezza: “It is out of the question the most wonderful plant ever brought to this country, and one of the ugliest”. La sua sopravvivenza alle condizioni di estrema siccità del clima desertico non è affidata, come prima si credeva, a radici particolarmente profonde, ma alla capacità di catturare l’umidità notturna e quella delle nebbie costiere grazie alle caratteristiche delle foglie, ruvide e tomentose.

 

Nel nostro piccolo, siamo stati attratti dalle più modeste stranezze delle piante che spesso ci capitano sotto gli occhi…

La distinzione dei kiwi (Actinidia chinensis – Fam. Actinidiaceae, tipica pianta dioica) in maschi e femmine può sembrare risolta (!?) da questa inusuale conformazione di un frutto [V. su “O”: Sex and the plants. Botanica per principianti del 30.08.09]
Forme inconsuete di agrumi: a sin. il cedro noto come ‘mano di Buddha – Citrus medica var. sarcodactylus – e, a dx, il limone – Citrus x limon – (Fam. Rutaceae entrambi), colpito da una patologia da acari

I due quadri sono diversi; per il cedro si tratta di anomalia di sviluppo geneticamente trasmessa, cioè una precoce partizione in spicchi del frutto; per il limone la malformazione è la conseguenza dell’attacco di un parassita, l’acaro Eriophyes sheldoni, detto ‘acaro delle meraviglie’ per le stranezze che induce nella forma del frutto.

Da un tronco apparentemente morto di Eucalyptus (Fam. Myrtaceae) sono sorte sei piante figlie (Foto di Alfredo Scotti)

E tante e tante immagini si sono proposte alla nostra attenzione: olive simili ad un viso umano con la bocca aperta e gli occhi pesti; pomodori nasuti e popputi, scandalosi tuberi di patate e carote impudiche; salici piangenti e alberi tristi.

 

Ma – per definizione – non si può mai dire di aver visto tutto, nel campo del meraviglioso. Per quanto scettici e smaliziati, capita ancora che un libro ci attragga dagli scaffali di una libreria e richieda con impellenza di essere sfogliato…

 

 “Massimiliano e io una sera, abbiamo visto gli occhi degli alberi in piazza Tito Lucrezio Caro, la minuscola piazza di Milano che prende il nome dall’autore del “De rerum natura”, mi piace considerarlo un segno. L’immagine di quegli occhi ha continuato a restarmi fissata nella mente. Mesi dopo, ne ho riparlato via mail con Massimiliano e lui mi ha mandato la foto di un gruppo di alberi che aveva trovato in uno dei suoi giri (ancora non lo sapevamo, ma sarebbe diventata la copertina). In quel momento, ho sentito la voce dello studioso prendere corpo: voleva raccontare come sono fatti gli occhi degli alberi, e poi una medusa d’aria, e poi la trama del destino e del tempo, la memoria della luce…” (…)

…Così è nata l’idea di scrivere un libro di natura non parallela bensì ‘convergente’, con le fotografie che dimostrano che il lato surreale della realtà è la realtà stessa. Come dire al lettore: quello che trovi qui, dentro questo libro, può passarti accanto, usa gli occhi”.  (…)

…Con questo libro sono entrata nella testa di uno studioso intento a scrivere una cosmologia, un racconto diviso in voci enciclopediche. È il punto di vista di un uomo che osserva il mondo con la meticolosità ora degli scienziati ora dei visionari, stupito, divertito, commosso. Mi piacerebbe che anche il lettore potesse entrare nei suoi occhi. Poi, mi piacerebbe che chiudesse il libro e si guardasse intorno. 

 

Sono le parole di un’intervista a Chicca Gagliardo, l’autrice di un libro spiazzante – più un diverso modo di guardare che un libro – sulla natura e il mondo, e sulle molteplici declinazioni della meraviglia.

La copertina del libro di Chicca Gagliardo e Massimiliano Tappari. Ed. Ponte alle Grazie; 2010

Qui – nel libro – la meraviglia è di una grana diversa, lontana dalle semplici ‘stranezze’ del mondo vegetale; una bizzarria che non è nelle cose, ma nello sguardo. Più di tante parole basterà a spiegarlo la piccola nota sulla ‘fessura lunare’:

Questa foto, come le due successive, sono tratte dal libro

“La Fessura Lunare non è un asteroide mutante, né un satellite sosia (come è stato a lungo supposto), bensì un buco che si apre nel cielo.

Attraverso la Fessura, in alcune culture detta anche Strappo, nelle notti di silenzio si può anche scorgere ciò che si nasconde dietro il velo del tempo e del cosmo”

 

…E più avanti, perché alcune note sono collegate tra loro:

“Quando la fessura lunare è piena, e si specchia nel mare, dentro il mare si forma un buco bianco” [in cui] “…i riflessi vorticano e vorticano fino a che non vengono risucchiati all’interno con tutte le immagini del mondo che portano dentro di sé. [Insomma…] “…accade l’esatto contrario di ciò che avviene all’interno di un buco nero, in fondo al cosmo” :

“Nella loro millenaria esistenza gli Alberi ovipari depongono un solo uovo. Lo depongono nel nido più alto, nel punto del tempo in cui la notte è in bilico tra buio e chiarore”. (Testo e foto dal libro citato)

 

Naturalmente nel libro ci sono le nuvole, da cui anche noi siamo stati affascinati [V. su “O”: Di nuvole e giardini (pochissimi i giardini) del 02.08.09]. Nuvole che “…certe volte sono bianche / e corrono / e prendono la forma dell’airone /  o della pecora / o di qualche altra bestia / …Ma questo lo vedono meglio i bambini, / che giocano a corrergli dietro… [Da Fabrizio De André: Le Nuvole; 1990]

Sulle nuvole, v. su “O”: Di nuvole e giardini (pochissimi i giardini) del 02.08.09. (Foto da Flickr®)

Forse aver visto due alberi simili, e dei sassi, uno a fianco all’altro sul bordo di una radura, avrà fatto nascere nella mente di Theodore Sturgeon l’idea fantastica che sta dietro a “Cristalli sognanti’, uno dei libri-mito della nostra adolescenza.

Theodore Sturgeon (1918-1985) lo abbiamo già incontrato su “O”, in : Giardini di mostri. Una guida per riconoscere i propri Mostri del 25.10.09 – Nel suo libro entità aliene, che vivono nello stesso mondo degli uomini, ma del tutto indifferenti ad essi, – ‘i cristalli’, dell’apparenza di prismi sfaccettati – creano dei perfetti duplicati di cose, alberi o esseri umani per puro senso estetico.

Due edizioni italiane del classico della fantasy ‘The Dreaming Jewels’, di Theodore Sturgeon (1950). Qui la ristampa nella collana ‘Urania’ (1963 ) e una più recente riedizione in Adelphi, del 1997

 

Un’altra esplosione della meraviglia c’è negli stati di innamoramento.

Gli innamorati sviluppano una particolare empatia per la natura e i suoi cicli, che in seguito scema, o si disperde…

‘Ton coeur aujourd’hui?’ – Gli innamorati sono più ‘meravigliati’ della media della popolazione e fanno un uso più fantasioso di quel che vedono

È ‘la maraviglia alfin’ un modo di guardare. Che ricorda la capacità di vedere le figure tridimensionali negli stereogrammi: immagini che vengono viste solo in condizioni particolari, come quando ci si ‘incanta’ a guardare nel vuoto.

La forma di un fiore campanulato – molto grande e centrale, sul suo stelo con due foglioline – si può vedere con caratteristiche tridimensionali osservando con attenzione questa immagine

Uno stereogramma è un’immagine piana (o bidimensionale) costruita in modo da dare una illusione di profondità.

In condizioni normali la visione è il risultato dell’integrazione di due diverse fonti – i nostri occhi – che guardano lo stesso oggetto distanziati tra loro di pochi centimetri. Il cervello ha il compito di unire le due figure in un’unica immagine tridimensionale.

Lo stereogramma contiene il trucco di fornire ad ogni occhio una informazione leggermente diversa; così che quando lo si guarda alla distanza di 30-40 cm, con una tecnica particolare – tenendolo non

perfettamente ‘a fuoco’, ma guardando poco al di qua o al di là di esso –  l’immagine tridimensionale si rivela.

Un grande fiore tridimensionale di otto petali e tre foglie basali si stacca dallo sfondo verso l’osservatore. Provare e riprovare: prima o poi compare! Non potranno vederlo solo persone con forte deficit visivo ad un occhio

Alla fine si impara a vederli, gli stereogrammi, ma si rimane con l’idea di una cosa inafferrabile; di una capacità sperimentata una volta che lascia il dubbio che si possa ripetere. Perciò si continua a guardarli: come per mettersi alla prova. Si sarà ancora capaci di scoprire quel mondo con una dimensione in più, nascosto appena dietro un velo?

Così è per la meraviglia.

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