Delitto esemplare

di

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Mi voleva bene, il mio direttore. Mi stimava così tanto da non bastargli gli interminabili monologhi a cui mi sottoponeva, praticamente ogni mattina, nel suo ufficio: anche al bar, durante la pausa caffè, ero il suo ascoltatore preferito.

Mi voleva bene, il mio direttore. Mi stimava così tanto da non bastargli gli interminabili monologhi a cui mi sottoponeva, praticamente ogni mattina, nel suo ufficio: anche al bar, durante la pausa caffè, ero il suo ascoltatore preferito.

Con me parlava di tutto e, a dire il vero, la sua loquacità non mi pesava più di tanto: in tanti avrebbero aspirato a una generosa retribuzione a costo di stare a sentire le chiacchiere di qualcuno. Ma ciò che mi suonava strano, ogni volta, era la sua mai sopita parlata dialettale, che lo portava ad aggiungere una vocale ai nomi che finivano per vocale o – peggio ancora – agli acronimi: lapis diventava lapisi, l’INPS INPISI e così via. Ma, si sa, il capo è il capo e tutto il resto passa in second’ordine.

Stamattina, tuttavia, è andato oltre.

– C’è da affrontare una questione delicata ad Iglesiasa.

Non so se sia stato il rimedio giusto al suo difetto di pronuncia, ma gli ho tagliato la punta della lingua con le forbici, dopo avergli pestato forte in testa la statuina in marmo di Dante, che tiene in bella mostra sulla sua scrivania.

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