Arcade Fire – Un concerto “between the click of the light and the start of the dream”

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Lucca, d’estate, è a dir poco torrida. L’afa si condensa in gocce di sudore che scivolano lungo la schiena, e le zanzare non lasciano tregua.[

Lucca, d’estate, è a dir poco torrida. L’afa si condensa in gocce di sudore che scivolano lungo la schiena, e le zanzare non lasciano tregua. Sarà per questo che Win Butler, la voce principale di uno dei gruppi indie rock che sta facendo impazzire gli ascoltatori e la critica di mezzo mondo, si vuota una bottiglietta d’acqua in testa subito dopo la prima canzone. Eppure, al botteghino, le code sono lunghissime, nonostante il concerto fosse sold out da diverse settimane. Ma per avere il privilegio di vedere dal vivo gli Arcade Fire si fa questo e altro. “È la terza volta che li vedo, e sono spettacolari, vedrai”, mi conferma Roberto, di Pistoia, con me in fila per ritirare il biglietto, tra un gruppo di adolescenti inglesi e una coppia dall’accento francese, con camicia rigorosamente a scacchi e pantaloni aderenti. Me l’aveva annunciato anche il bigliettaio del treno, con uno spiccato accento toscano: “Lo vedrà ‘he ‘asino, tutti ‘sti ragazzi stranieri ‘he so’ arrivati oggi!”.

 

Tanta l’aspettativa per un concerto che, effettivamente, fa venire la pelle d’oca. I sette membri della band sprigionano un’energia esplosiva, che riesce a tenere altissima la tensione tra il pubblico, a partire da Ready to start  fino alla chiusura con Wake up, attraversando in un’ora e mezza quasi interamente il loro ultimo album, The suburbs, e alcuni successi passati. Gli artisti riempiono il palco, dando prova di una straordinaria capacità di mescolare le voci di numerosi strumenti musicali, molto lontani dalla scena rock (tra cui violini, violoncelli, una viola, un contrabbasso, uno xilofono, un glockenspiel, un corno francese, una fisarmonica, un’arpa, un organo e una ghironda), in un mix eterogeneo quanto le loro origini: metà statunitensi e metà canadesi, con un tocco haitiano da parte della voce femminile, Régine Chassange. Che è anche il motivo per cui per ogni biglietto acquistato viene devoluto un dollaro (o un euro, o una sterlina) in beneficenza a Partners in Health, una Ong attiva ad Haiti, che la band sostiene da anni. Sul sito ufficiale, infatti, è possibile seguire il blog del loro viaggio ad Haiti, in cui raccontano di essersi lasciati andare a suonare in un ospedale con i soli strumenti acustici. Durante il concerto le immagini dell’isola, mentre Régine intona Haiti, scorrono sullo schermo alle sue spalle, lo stesso su cui all’inizio si potevano vedere le scene di Scenes from the suburbs, il cortometraggio che Spike Jonze ha sceneggiato e realizzato con Will e Win Butler, prendendo spunto proprio dalle canzoni dell’album.

 

Ma al di là delle suggestioni musicali, che non penso di essere in grado di giudicare con la dovuta competenza, quello che colpisce delle loro canzoni sono soprattutto i testi. Si tratta spesso di poesie ipercontemporanee, cariche di immagini vivide, anche quando si tratta di scenari sul filo dell’onirico. In poche ma potentissime parole ricostruiscono situazioni e sensazioni immediate. Scene che, come sottolinea Claudia Durastanti sul numero di maggio de “Il Mucchio”, richiamano alla memoria i classici delle serie televisive americane, in cui i luoghi e i tempi sono scanditi dai prati squadrati delle ville monofamiliari e dalle insegne fluorescenti dei centri commerciali, dove le adolescenze si trascinano e si consumano in un’estate (“before they turn the summer into dust”, per rimanere in tema). La stessa capacità con cui, in Funeral, erano riusciti, con un processo di elaborazione collettiva del dolore, a evocare la tristezza e la nostalgia causate dai lutti subiti da alcuni componenti del gruppo. Un album definito da Lou Thomas, della BBC, come uno di quelli che ti cambiano la vita, e che rimarranno per sempre nel cuore degli ascoltatori. Un album che a me ha fatto pensare all’abbraccio di un amico che sa come consolarti, passandoti le dita sulle ossicine della schiena.

 

È proprio questo clima “intimo” su cui punta Ferdinando Cotugno, che intervista il batterista Jeremy Gara per Vanity Fair. Con lui cerca di ricostruire la tela di rapporti interpersonali che sta all’origine del gruppo. Si tratta di una specie di famiglia allargata, in cui sono presenti due legami veri e propri: Win Butler, il cantante, è fratello del tastierista Will, e marito della cantante Régine Chassagne. Formatisi inizialmente all’Università di Montreal, dal 2001 gli Arcade Fire portano in giro una forma particolare di indie rock, lontana dall’autodistruzione e dagli eccessi delle rock band del passato. Sempre Cotugno racconta che ogni concerto è preceduto da “una seduta di abbracci e coccole” e da grandi mangiate di fagiolini, e che perfino le malattie fisiche vengono curate “in gruppo” insieme con il loro medico di fiducia. Un’intimità e un’armonia tanto reali e immediate da essere tangibili, sul palco, quasi che agli spettatori fosse permesso di spiare dentro una casa piena di amici, intenti a brindare per il compleanno di uno di loro.

 

Non è un caso, quindi, che band rinomate come gli U2 li abbiano scelti per aprire i loro concerti, o David Bowie abbia cantato con loro in diretta televisiva a Fashion Rocks. Da quando, nel 2004, hanno pubblicato Funeral, è stata una lenta ma decisa scalata delle classifiche a colpi di recensioni favorevoli e ospitate nei più celebri programmi televisivi. Molte loro canzoni sono diventate sigle di talk shows, serie tv, addirittura dei Superbowl 2010 (inutile dire che il devoluto di quest’ultimo evento è andato in beneficienza ad Haiti). In Italia sono il preludio all’apparizione della chioma di Lilli Gruber a Otto e mezzo. E, infine, le recentissime vittorie con Suburbs, con cui hanno sbaragliato ai Brit Awards come Best International Album e Best International Group e ai Grammy Awards come Best Album (senza contare le nomination e i premi minori del passato).

 

Insomma, come ho spiegato allo stupefatto bigliettaio di cui sopra, non c’è da stupirsi se così tanti stranieri hanno affollato le vie di Lucca, passandosi birre e confezioni di Autan. Uno spettacolo del genere non si poteva proprio perdere, per nessuna ragione al mondo.

 

 

P.s. Si ringraziano Gerardo, Davide e Alessandra, Francesca e Simone per la gentilezza e la disponibilità con cui hanno reso quest’avventura ancora più speciale. E soprattutto a Francesca, che in una sera di qualche mese fa mi ha fatto sentire Rebellion, condannandomi ad adorare gli Arcade Fire.

 

 

Indirizzi utili

Sito ufficiale: arcadefire.com

Podcast di RAI Radio 2 Live, che segue i concerti in diretta da Lucca (a cura di Gerardo Panno e Silvia Boschero)

David Bowie canta con gli Arcade Fire

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