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Piante e frutti perduti, ritrovati, fantasticati

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L’asino viene lasciato con la briglia sciolta. Il percorso è sempre lo stesso e l’animale particolarmente abitudinario.

L’asino viene lasciato con la briglia sciolta. Il percorso è sempre lo stesso e l’animale particolarmente abitudinario. Ma stavolta durante la salita, le sue froge sensibili fiutano qualcosa, nell’aria rarefatta del primo mattino. Scuote la testa e cambia direzione all’improvviso.

Yaah… Yaah… – Il vecchio prova a richiamarlo indietro, ma quello prosegue sul nuovo sentiero che ha preso.

Yaah… Mannagg’… Ormai non resta che seguirlo, e andarlo a riprendere. Che sarà stato mai? L’afrore di una femmina, forse?

Qualche passo più avanti il vecchio lo raggiunge e guarda con una certa curiosità. La testa dell’asino emerge dalla macchia mediterranea che ha colonizzato quasi del tutto i vecchi terrazzamenti. Sta brucando qualcosa, dai rami più bassi di un albero, sembra. Il vecchio si avvicina. Sono delle piccole mele rosa, appiattite, di una forma che non ha mai visto prima… Ne prende qualcuna e l’assaggia.

Mmm… Però! Che buon sapore! – Dà una pacca di incoraggiamento all’asino… Intanto si è segnalato il posto. Ci tornerà nella stagione adatta per prenderne delle marze per gli innesti. Ha giusto un melo, vicino casa, che fa dei frutti scipiti, e questa pianta spuntata chissà da dove potrebbe sostituirlo…

Nasce così, per scoperte occasionali, per curiosità personale, più di rado per un progetto che si delinea con maggior precisione nel corso degli anni, la volontà di recuperare il passato attraverso le  infinite varietà di piante che una volta arricchivano i frutteti, gli orti delle case, i chiostri dei conventi. La modernizzazione delle colture e le leggi del mercato, insieme alla preferenza per le tipologie più facili da conservare, hanno portato alla progressiva scomparsa di moltissime varietà di frutta… Delle centinaia di varietà di fichi, mandorli, meli, peri, nespoli, sorbi citati nei testi antichi, soprattutto romani e rinascimentali, non si ritrova traccia alcuna. Ma senza andare così indietro nel tempo, nei trattati di frutticoltura ottocenteschi si contavano un centinaio di varietà di meli; già all’inizio del secolo scorso si era passati a circa cinquanta, per arrivare alla produzione odierna basata, per l’80 %, su tre sole varietà.

Certo può sembrare lontano da noi un mondo dove ancora esistono gli asini; dove per la frutta si aspettano le stagioni giuste, senza andare al supermercato: fuori posto nella nostra era tecnologica. Un mondo, che non cammina con la velocità di internet, ma ancora al passo lento degli asini su impervi sentieri di montagna… A ben guardare la distanza è solo apparente. Ci sono punti in cui questi mondi si intersecano: lontano dalle città, dalle Fondazioni e dall’effimero televisivo. Casali sparsi per la campagna come monasteri dei secoli oscuri, dove la memoria viene recuperata e tramandata. Luoghi dove si osserva il tramonto per capire il tempo che farà l’indomani; si guarda al cielo, ai comportamenti degli animali, nell’indistinta sensazione “di cose che noi umani non potremmo immaginarci”…

In questo mondo, parallelo e contemporaneo al nostro, è importante riconoscere e conservare le piante; tramandare tecniche colturali e memorie di antichi saperi, di cui ad ogni generazione si perde una parte consistente.

Ogni volta ci si stupisce, ma è attraverso le variegate e settoriali conoscenze da parte di pochi appassionati, che si nutre la memoria del passato; la speranza di un mondo non completamente omologato.

La copertina del libro di Livio e Isabella Della Ragione: “Archeologia arborea. Diario di due cercatori di piante” – 1997; Ediz. ali&no – Perugia. Gli autori sono padre e figlia; lui antropologo, lei agronoma. Livio è scomparso di recente; Isabella continua la sua opera

(http://www.archeologiaarborea.org/)

Un libro che parla di frutti dimenticati, gustosi anche solo per il suono delle parole che li nominano, e affascinanti per storie ricordate o sentite raccontare, per la ricerca che ha portato al loro recupero, a volte tra le mura dei conventi o nei frutteti ormai incolti di cascinali abbandonati…

I nomi delle piante, poetici e misteriosi, fantastici o legati alla vita di tutti i giorni; a volte derivati dal colore del frutto (mela ‘bianchina’, mela ‘verdona’, mela ‘roggia’) o dalle caratteristiche della polpa (pera ‘briaca’, pera ‘ghiacciola’, mela ‘rosa in pietra’, ‘ciriegia amarina’) o della pianta stessa (mela ‘a fiore nero’, mela ‘fogliona’); altre volte con riferimento alla zona di produzione (mela ‘fiorentina’, mela ‘conventina’) o all’epoca della maturazione (mela ‘rossa al presepe’, pera ‘luglia’). Molti i nomi di santi, per la cui ricorrenza il frutto è maturo…

Interessante la storia del ‘fico degli zoccolanti’, dal frutto di dimensioni eccezionali, così denominato per essere coltivato nel convento dei frati ‘zoccolanti’ di Gualdo Tadino (PG), che dal legno del fico ricavavano i loro zoccoli. E ancora… Le ritualità dimenticate del raccolto, quando il contadino lasciava almeno tre frutti sulla pianta: uno per la terra, uno per il sole, uno per la pianta stessa, che si meritava un dono per aver così duramente lavorato.

Perduti i nomi, le forme e i sapori, come dimenticati dai più i tanti modi di riprodurre le piante: per talea, per propaggine, per innesto… Le varie tecniche per ‘innestare’ gli alberi, fondamentali per riprodurre identiche le caratteristiche di una pianta su un’altra, con essa compatibile, che funge da portainnesto. Similarità assoluta che la riproduzione per seme, ad esempio, non permette.

 

Le ‘Pomone’. In altri tempi, una funzione di catalogazione e raccolta avevano le ‘pomone’. La Pomona Italiana’, di Giorgio Gallesio (1772 – 1839) è la prima e più importante raccolta del genere realizzata in Italia, da cui sono tratte alcune delle immagini e didascalie successive [Giorgio Gallesio: ‘Pomona Italiana ossia Trattato degli alberi fruttiferi’ (Pisa 1817-1839), edizione ipertestuale a cura di Massimo Angelini e Maria Chiara Basadonne, Ist. Marsano, Genova 2004]

Pomona è la dea romana dei frutti (Patrona pomorum). Vertumnus (v. in seguito) la divinità etrusca dei giardini e della frutta, capace di cambiare aspetto con il volgere delle stagioni (‘vertere’: mutare, cambiare). Nel sincretismo religioso romano Vertumno corteggiò a lungo Pomona e alla fine si unì a lei
Immagine tratta dalla ‘Pomona’ di Gallesio e, nel riquadro piccolo, foto della mela ‘panaia’, di grosse dimensioni, schiacciata ai poli; denominata anche ‘mela pagliaccia’
Immagine e (parziale) didascalia della susina ‘verdacchia’, sempre ripresi dalla ‘Pomona’ di Gallesio

Non brindo al melo… Non brindo al pero…

Ma brindo al fico e alla sua signora!

(Brindisi rituale contadino)

 

Il nobile fico. Nei testi latini di agricoltura (Columella, Varrone, lo stesso Plinio) è nominata una tale varietà di fichi, da ritenere che i romani lo tenessero in gran conto. Al centro del foro cittadino c’era un fico detto Ficus ruminalis (da rumen, mammella) perché la tradizione voleva che alla sua ombra Romolo e Remolo (smentisco: ho scritto ‘Romolo e Remo’ – N.d.R.) succhiassero il latte della lupa che li allevò. Per secoli questo albero fu sostituito non appena seccava, perché la sua morte era ritenuta di cattivo auspicio per le sorti di Roma. Probabilmente questo albero era un caprifico.

L’albero comunemente conosciuto come ‘fico’, tipico dei climi temperati e sub-tropicali, presenta due forme botaniche: il fico domestico (Ficus carica sativa) e il caprifico, o ‘fico delle capre’ (Ficus carica caprificus), entrambi della famiglia delle Moraceae. Il secondo nome ‘carica’ della nomenclatura originaria di Linneo si riferisce alla sua origine dalla ‘Caria’, regione dell’Asia Minore, non già al fatto di essere ‘carico’ di frutti.

Il caprifico produce piccoli frutti poco appetibili; il fico domestico le numerose varietà di fichi che ben conosciamo: ma l’esistenza della varietà selvatica è vitale per la produzione del frutto da parte delle varietà domestiche. Una particolarità poco conosciuta del fico riguarda infatti la sua impollinazione. Essa dipende da un insetto (la Blastophaga psenes, dell’ordine degli Imenotteri, come le api e le vespe) che compie una parte del suo ciclo vitale sul caprifico e va poi ad impollinare il fico domestico.

Gli antichi conoscevano bene questi aspetti dell’impollinazione del fico, se non altro nei suoi risvolti pratici, ed era diffuso l’uso di appendere rametti di caprifico fioriti tra le fronde dei fichi a produzione domestica.

Illustrazione e (parziale) didascalia dalla ‘Pomona’ di Gallesio. Altre spiegazioni sul caprifico nel testo
Un fico poco comune, il fico ‘fetifero’, portatore al suo interno dell’abbozzo di un altro frutto, che dà ragione della denominazione di ‘fico dall’osso’. Dalla ‘Pomona’ di Giorgio Gallesio

Ancora una curiosità sui fichi. Riguarda l’etimologia della parola ‘fegato’, denominato epatos in greco (da cui gli aggettivi correlati) ed iecur in latino (iecur iecoris, neutro, della III declinazione: indimenticabile!). La genesi del termine è ben strana e deriva da una prelibatezza gastronomica dell’antichità, lo ‘iecur ficatum’ di Apicio, (il ‘fegato ai fichi’, di cui sono state tramandate diverse versioni). Accadde che nel basso medioevo, al passaggio dalla lingua latina al volgare, il primo dei due termini si perse, e ‘ficatum‘, ‘fegato’ venne ad indicare l’organo che intendiamo ora.

Ancora dalla ‘Pomona’ di Gallesio, alcune delle pere più apprezzate, le ‘pere del burro’, di cui esistono diverse varietà; qui la ‘estiva’ e la ‘grigia’

Ma non le abbiamo già conosciute, queste pere butirro, per nobile ascendenza letteraria? Derivava da esse il nome dell’hidalgo decaduto Gonzalo Pirobutirro d’Eltino (del Tino), il protagonista de “La cognizione del Dolore”, di Carlo Emilo Gadda.

Così volava la fantasia dell’‘Ingegnere’ che dalle pere butirro, piantate insieme alle ‘limoncine’ nel giardino di Villa Gadda, a Longone in provincia di Como, trasse il titolo nobiliare, mentre l’odiata dimora paterna veniva trasferita, annessi e connessi, dalla Brianza ad un immaginario paese sudamericano – il Maradagàl, contiguo e belligerante con il vicino stato del Parapagàl. In questa geografia ricreata, le città contigue sono Terepattola (Lecco) e il capoluogo Pastrufazio (Milano). Lungone diventa Lukones, villaggio rurale della provincia di Novokomi (Como), popolato da zotici e da strampalati personaggi, descritti con rancore da misantropo come una ‘masnada di rusticoni’, ‘maiali e gaglioffi’, tra i ‘più sozzi e gobbi e nani e gutturali e gorgonzoloidi’ (…cosa che gli attuali abitanti di Longone non hanno ancora perdonato a Gadda).

Ma tornando alle pere… Gonzalo Pirobutirro, trasparente alter ego dell’Autore – che vive in sprezzante solitudine nella casa insieme alla vecchia madre – costruisce su di esse una completa mitologia, essendo solo esse – le pere, insieme alle mandorle – sottratte alla raccolta da parte del mezzadro (…che però nottetempo le va a rubare).

Le pere quindi, descritte con dettagli tanto precisi da apparire inverosimili: “Le pere butirro, spiccate a metà ottobre, maturano repentinamente, nel corso di una notte, tra il 2 e il 7 novembre“; esse stesse simbolo ed emblema del casato dei Pirobutirro, assurte ad entità metafisica o perfino eroica, al punto che ‘Se hacer una pera’ viene a significare non ‘farsi una pera’, come di primo acchitto riusciamo ad immaginare, bensì “Compiere un’azione eroica” !
[Sull’attenzione (ed erudizione) di Gadda rispetto al mondo vegetale, vedi anche su “O”: Erbe e frutti di piazza Vittorio
 del 02.12.07]

Un’altra varietà di pera dalla ‘Pomona’ di Gallesio: la butirra ‘vernina’ (o pera ‘Luisa’). Per epoca di maturazione è quella che più somiglia alla butirra di Gadda. Notare anche la prosa, accurata e preziosa

L’associazione della frutta con l’idea di abbondanza / ricchezza / tesoro dev’essersi fissata in epoche remote nell’immaginario umano. Occasionalmente riaffiora tra i ricordi di polverosi libercoli letti in gran quantità da ragazzo; c’era uno dei cicli tra i più famosi della fantascienza (‘La tetralogia del pianeta Tschai’ di Jack Vance) da cui ricordo una copertina (di Karel Thole), e il cupo Eldorado di Tschai – La Zona Nera – territorio di avventure strabilianti e di una spietata caccia all’uomo, dove in teche simili a melograni translucidi affiorano spontaneamente dal suolo i noduli di ‘crisospina’, ripieni di pietre preziose: verdi, rosse, turchine, opalescenti…

Uno dei libri della saga del pianeta Tschai di Jack Vance – ‘The Dirdir’ (1969), pura fantascienza d’avventura – della collana di fs Urania (Mondadori). Costava all’epoca 300 lire!

Anche i saggi di Huxley sulla sua esperienza con la mescalina fanno balenare oggetti che sono come illuminati da una luce interna; c’è una ricorrenza di gemme e pietre preziose, di luce e colori preternaturali, cristalli, fiori e frutta di fantasmagorica ricchezza” [Vedi su “O”: Piante tossiche, medicamentose, allucinogene (terza parte) 
del 08.07.07; Aldous Huxley : “The doors of perception” (1954) e “Heaven and Hell” (1956)].

‘Il Giardino delle Delizie’, forse l’opera più famosa di Hieronymus Bosch, trittico di cui nella foto è mostrato il pannello centrale. Il dipinto è al Museo Nacional del Prado a Madrid

Hieronymus Bosch (1450 – 1516) è tra i più discussi pittori della scuola fiamminga e certo quello che vanta i più numerosi tentativi di interpretazione. Fortemente impregnato dello spirito del tempo, soprattutto in campo religioso – nasce in Olanda tra la fine del Medioevo e l’alba del Rinascimento. La ‘Riforma’ luterana avrebbe visto la luce di lì a poco (è del 1517 l’affissione delle famose 95 tesi da parte da parte del monaco agostiniano Martin Lutero sulla porta della chiesa di Wittenberg in Sassonia). Il trittico del ‘Giardino delle Delizie’ (1480-90), è composto di tre tavole, con dipinto sul retro: la tavola a sinistra rappresenta il Paradiso terrestre con la creazione di Eva; quella centrale è dedicata al tema della lussuria; su quella di destra è dipinto il cosiddetto ‘Inferno musicale’. Sul retro una rappresentazione pre-copernicana del mondo.

L’arte fiamminga e Hieronymus Bosch interpretano l’inquietudine del loro tempo fatto di guerre, violenza e fanatismo religioso.

Bosch tratta questi temi con la maggiore originalità ed è conosciuto per le sue opere enigmatiche e inquietanti, per le immagini fantastiche e demoniache, per i simboli e le creature che affollano i suoi dipinti.


Particolare dal pannello centrale de ‘Il Giardino delle Delizie’. Nelle immagini di sin.: i frutti rappresentati alludono agli organi sessuali maschile e femminile. Raccogliere i frutti era una metafora dell’atto sessuale. A dx.: dalle grandi foglie spinose che avviluppano i personaggi, sbucano fiori simili ai nostri cardi; un uccello porta nel becco un chicco di ribes; sotto, pare che molti l’aspettino a bocca aperta. Alcuni riferimenti erotici traggono origine da canzoni popolari del tempo e proverbi fiamminghi.
Altri particolari dal pannello centrale. A sin., la sfera trasparente rappresenta la camera nuziale. Molte sono le allusioni alla lussuria, compreso il personaggio sommerso nell’acqua che si copre i genitali, tra le cui gambe un frutto-fiore è diventato nido di uccelli. A dx., una fragola-scorpione-farfalla sta sulla schiena di un personaggio; vicino, una enorme zucca rosata in cui si sono introdotte delle figure umane
Tanto immaginifica, la pittura di Bosch, che si è anche indagato su una possibile genesi da droghe allucinogene delle sue ‘visioni’. Le considerazioni riportate (Orbis Verlag; 2002) – da parte di un tossicologo curioso di ‘ricette stregonesche’ – sembrano escludere tale ipotesi

Giuseppe Arcimboldo (1527 -1593) fu pittore italiano noto soprattutto per le sue ‘teste composte’, ritratti grotteschi ottenuti combinando tra loro elementi dello stesso genere – frutti, ortaggi, pesci, uccelli, libri – in collegamento metaforico con il soggetto rappresentato. Malgrado i grandi riconoscimenti ricevuti in vita e l’invito quale pittore ufficiale presso le corti del tempo, fu nei secoli successivi relegato tra i pittori minori o ‘di maniera’, e quasi del tutto dimenticato.

Le sue opere più conosciute sono otto tavole di piccole dimensioni raffiguranti in allegoria le quattro stagioni (Primavera, Estate, Autunno e Inverno) e i quattro elementi della cosmologia aristotelica (Aria, Fuoco, Terra e Acqua).

I ritratti fantastici di Giuseppe Arcimboldo. A sin.: Rodolfo II (d’Asburgo) in veste di Vertumnus (Skoklosters Slott, Stoccolma) e (a destra) ‘L’autunno’ (Museo del Louvre, Parigi)
Sembra una banale, anche se ricca, raffigurazione di ortaggi, quest’opera di Giuseppe Arcimboldo ‘Ortaggi in una ciotola o L’ortolano‘ (Museo Civico di Cremona). Ma perché mai ‘L’ortolano’?
Basta rovesciarlo…
… e la faccia nascosta delle cose si rende evidente!

Le opere di Giuseppe Arcimboldo furono ‘riscoperte’ per la loro modernità solo nel XX secolo, sull’onda della pittura surrealista; analogamente ad essa il momento iniziale ludico che sembra darle inizio, si trasforma ad opera finita in un effetto mostruoso, spesso vagamente inquietante.

 

Su un versante del tutto antinaturalistico e volutamente provocatorio si registrano alcune affermazioni dei modernisti e futuristi, sulla natura e le sue espressioni

 

“Si deve inventare qualcosa, e solo da qui trarre la natura in ausilio”

(Arnold Böcklin, 1896)

 

Dobbiamo ormai constatare la decadenza della flora naturale,

che non corrisponde più al nostro gusto”

(Fedele Azari, 1924)

 

Il futurismo si colloca sulla scia della rivoluzione tecnologica dei primi anni del ‘900, e manifesta una fiducia illimitata nel progresso; al contempo decreta la fine delle vecchie ideologie bollate come ‘passatiste’. Il giudizio che la storia ha dato su questo movimento e l’impiego politico di molte delle idee dei futuristi ci interessano meno dell’immaginario fantastico che il movimento ha prodotto sul tema che stiamo trattando.

I fiori fantastici di Giacomo Balla (1871 – 1958), futurista. Furono effettivamente realizzati a loro tempo e compaiono nelle foto di ‘casa Balla’ come oggetti d’arredamento
‘Alien salad’ elaborazione grafica dell’artista tedesco Till Nowak (2006). È effettivamente un’insalata culturale, che unisce le suggestioni dell’Arcimboldo con il prototipo degli incubi del nuovo millennio – ‘Alien’ creazione grafica di Hans Ruedi Giger per il primo film della serie ‘Alien’, di Ridley Scott (1979)

La natura come volontà e rappresentazione. Il termine ‘arcimboldo’ è entrato nel frattempo nel linguaggio comune, per indicare un’accozzaglia di materiali disparati, anche se in origine gli elementi costitutivi erano omogenei e coerenti al tema che volevano illustrare.

Questa presentazione è in definitiva anch’essa un arcimboldo dei tanti aspetti del mondo naturale – belli brutti crudeli enigmatici o nascosti – e del modo in cui ad essi si può guardare. E’ la nostra ‘rappresentazione’ che attribuisce loro connotazioni e coloriture emotive diverse.

Da tanti segnali sembra di capire che un assetto – se non altro mentale – del nostro mondo si sta sfaldando, sotto i colpi di maglio degli eventi più recenti. Non avremmo mai pensato che la ‘volontà’ (dell’eredità di Schopenhauer) potesse venir meno; che l’istinto di sopravvivenza stesso vacillasse in alcuni – neanche poi tanto pochi – membri della specie umana.

Non che si intraveda o sia ipotizzabile al momento una soluzione universale, ma solo piccole consolazioni individuali: ce ne sono svariate…

Aumentare l’accuratezza della ‘rappresentazione’, una maggior precisione nel conoscere gli elementi costitutivi del nostro mondo sensibile, è per qualcuno una discreta ricetta personale per acquietare l’ansia e la mente.

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