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Alivi fritti e frise cunzate

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Chiuse la porta in modo brusco perché capissero che era seccato. Dalla cucina si spandevano odori di soffritto, vapori di verdure cotte e aromi invadenti. Santo amava tutt’altro: l’odore degli scaffali di legno massello,

Chiuse la porta in modo brusco perché capissero che era seccato. Dalla cucina si spandevano odori di soffritto, vapori di verdure cotte e aromi invadenti. Santo amava tutt’altro: l’odore degli scaffali di legno massello, dei libri ben rilegati, dei rivestimenti in pelle e stoffa pregiata. Aveva vinto la sua scommessa: avvocato, a Milano. Con il paese d’origine aveva tagliato i ponti, con gli amici calabresi aveva tagliato i ponti; ora sbatteva la porta davanti agli odori paesani, alla cucina tradizionale della sua terra. Non che avesse malanimo verso Rosina, Vincenza e Adele, le tre zie sorelle della mamma che erano salite fin lì, ma tutto quel lavorio di soffritti e sformati era insopportabile in casa, e soprattutto inopportuno. Solo tre porte più avanti, in fondo al corridoio, c’era la stanza della mamma morente e bisognava averne rispetto. Si entrava in silenzio nella penombra. L’odore era quello, discreto e inconfondibile, dei saponi antisettici, degli inalatori balsamici, delle salviette all’acqua di rose.

Da sei giorni la  donna non apriva più gli occhi: pallida, scavata in viso respirava a fatica, come se le narici tentassero di catturare, disperatamente, le ultime gocce d’ossigeno. Sei giorni scanditi dal gorgogliare sottile della bombola, nella sua stanza; sei giorni scanditi dal ribollire impetuoso delle pignatte, in cucina. Santo non ricordava più quale delle tre zie fosse la maggiore e quale l’ultima nata, ma questo contava poco: erano tanto anziane. Anziane ma irriducibili. Zia Rosina, la più invadente, lo inseguiva per casa con piatti di cibo fumante in mano:
– Santuccio, ti devi sostenere, forza!

A nulla erano serviti i suoi rifiuti sempre più perentori, lei lo guardava con quegli occhi piccoli ravvicinati, scuoteva la testa e batteva in ritirata, ma per poco. Ultimamente si appostava nel corridoio per tornare all’attacco con nuove proposte:
– Forza Santuccio, un po’ ti devi sforzare!
Non era più al sicuro nemmeno nel suo studio, la zia Rosina bussava mestamente ma in continuazione alla porta. Era esausto, cominciava a odiarle.

Vestite di nero, erano arrivate in treno con una scatola contenente le scarpe e il vestito per l’ultimo viaggio della sorella. Solide lavoratrici, esperte ai fornelli, assistevano la mamma e cucinavano, cucinavano, cucinavano. Ma per chi? Perché mai? In casa non c’era più verso di meditare, di dire una preghiera, di congedarsi da una persona amata come Dio comanda, perché le tre vegliarde procedevano incuranti con la loro cucina.

Alla sera del settimo giorno, Santo, affranto ed esausto, avendo l’impressione che la madre stesse peggiorando, chiamò il prete per l’estrema unzione. Quando Don Nicola arrivò, nella camera silenziosa si diffuse un lieve profumo di incenso e i due iniziarono a pregare sommessamente. Nella solennità del momento, improvvisamente, la porta della cucina si spalancò e vapori potenti proruppero nella casa. Odori indimenticati di “alivi fritti” e di “frise cunzate” invasero l’ingresso, il salone, lo studio e si diffusero inarrestabili per il corridoio. Le tre zie entrarono di prepotenza, una dopo l’altra, nella stanza della sorella dove il prete si stava ormai congedando. La zia Rosina cercò di infilare un rosario nelle mani della morente, mentre la zia Vincenza cercava di aggiustare i cuscini dietro la sua testa e la zia Adele pettinava i capelli scomposti.

Santo ebbe un moto di insofferenza, spalancò la finestra  e si avvicinò alle sorelle per allontanarle, quando la madre aprì gli occhi, si guardò intorno smarrita, tirò su la testa e disse:
– Santo, ho fame.

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