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Kenia: la casa di Samuel

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La casa di Samuel è trecento metri dopo la stazione di polizia di Kibiria road. Non la potete vedere da questa strada, perché è all’interno, in uno dei viottoli sulla sinistra.

La casa di Samuel è trecento metri dopo la stazione di polizia di Kibiria road. Non la potete vedere da questa strada, perché è all’interno, in uno dei viottoli sulla sinistra. Per raggiungerla dovete prendere quello alla destra della torre ovest della telefonia e percorrerlo fino a un grande cancello rosso in lamiera, incorniciato da bandoni zigrinati pitturati di azzurro che sono il suo muro di cinta. È lì dentro la casa di Samuel.

Di fronte alla casa ci sono alcuni negozi in muratura. Un macellaio di nome Viva la vida, il parrucchiere Nice Nail e un piccolo negozio di telefonia Safaricom. In tutti e tre i negozi ci lavorano i parenti di Samuel. Sono riusciti ad avere il posto grazie a lui e per questo ogni domenica vengono a trovarlo nella sua casa intorno alle tredici. In Kenia non si usa pranzare, così portano panini riempiti con margarina e marmellata, tè al latte e delle focaccine fritte che si chiamano mandasi.

A sinistra della casa di Samuel c’è un viottolo circondato di baracche da cui esce un penetrante odore di propano. Dopo circa venti metri, su quel viottolo, c’è l’entrata posteriore della casa di Samuel, accanto a una struttura arrugginita con tre porte in legno.

A destra della casa di Samuel c’è un grande prato coperto di immondizie che la sera, con le luci rosse delle antenne della telefonia, brilla come una ferita aperta. Oltre quel campo ci sono solo baracche, tutte verniciate di azzurro. Anche il tetto della casa di Samuel è verniciato di azzurro, della nuova casa, non della vecchia.

 

Vida lavora da cinque anni allo Shade Orphanage. È una donna bruttina, che indossa degli abiti molto sobri. Parla in modo elegante e non si scompone mai.

Le piacciono molto le scarpe e cerca sempre di indossarne un paio elegante, anche se di materiale scadente, ma quando arriva all’orfanotrofio, sono coperte di polvere o di fango, a seconda delle stagioni.

Ha un viso largo e la chioma la tiene raccolta in centinaia di minute trecce, che da lontano la fanno sembrare una donna dai capelli lisci.

Vida non insegna solo agli orfani in questo istituto, nella sua classe ci sono circa dieci bambini che vengono la mattina per studiare, visto che i genitori non si possono permettere niente di meglio (in Kenia sanità e istruzione sono private).

Sono vestiti tutti uguali. Sia i maschi che le femmine indossano una vecchia divisa, consumata e bucata. Sia i maschi che le femmine, sul maglioncino sbrindellato rosso, hanno uno stemma che ricorda quello dei lord inglesi. In questo mucchio di ragazzini gli orfani si riconoscono subito per via della loro trascuratezza.

Vida non fa distinzioni. Appena lei entra in classe, loro si devono alzare in piedi, finirla di scherzare e ringraziare Dio per la giornata che li attende.

Davanti al cancello in assi di legno dell’orfanotrofio, c’è un cartello che dice:

Comunità per la salvezza dell’agnello di Dio

 

Vida non ne fa parte, ma ogni giorno lascia la sua casa a circa un chilometro per  venire a fare lezione nell’orfanotrofio protestante.

Lei è cattolica e si è sposata con un uomo robusto e molto bello che come lavoro aiuta suo padre. Il padre di Vida coltiva tè in un piccolo appezzamento di terreno vicino al monte Kenia. Lei vive con suo marito e i suoi genitori nella stessa casa. Sono sei baracche tenute insieme da un solaio in cemento largo sessanta metri quadri.

 

Riruta Sattelite, Dagoretti Division, il quartiere dove si trova la casa di Vida, l’orfanotrofio e la casa di Samuel, è povero. La via principale che lo attraversa si chiama Kibiria road. È una strada in terra battuta, che durante la stagione delle piogge, diventa un pantano insuperabile.

Sui lati di questa strada ci sono i negozi. Sono delle bancarelle fisse, fatte di assi mezze marce di legno, chiodi per sostenerle e bandoni di lamiera per fare il tetto. In questi esercizi si vende di tutto, dalle sigarette sciolte, agli assorbenti, dai film masterizzati con custodia in plastica e copertina originale, fino a quarti di bue esposti in bella mostra. Beef is Cheap, dice la scritta su una delle assi.

Dietro ai negozi ci sono le case. Sono baracche in realtà messe in piedi alla meno peggio, senza acqua corrente e con un allaccio elettrico labile. I bandoni di lamiera sono spesso verniciati di azzurro, o di bianco e sopra ci sono un sacco di scritte a favore di Barack Obama.

Di case in muratura non ce ne sono molte e solo chi guadagna abbastanza bene può poggiare le mura in lamiera su un letto di cemento. Home bastard affair dice una scritta in giallo fosforescente su una bancarella che vende la colazione.

 

Le lezioni della mattina si svolgono nel seguente modo. Appena i bambini sono riuniti nella classe si dice una preghiera di ringraziamento, poi si inizia con un’ora e mezza di inglese. Vida scrive alla lavagna esercizi di questo tipo: “put th in the correct way” e di seguito scorrono alcune sillabe, clo_ (cloth “vestito”), _eater (theatre “teatro”)… che, se riempite, danno delle parole.

Nell’orfanotrofio non ci sono classi, quindi lo stesso esercizio vale sia per i bambini di sei anni, sia per quelli di dodici.

Alle dieci e mezza c’è la colazione. Vida è golosa di Mandasi e cacao sciolto in acqua bollente. Ogni mattina lascia la classe in mano alla volontaria messicana per pochi minuti e va a procurarsi la sua colazione al mercato. I bambini invece bevono tè keniano sciolto nel latte e un pezzo di pane in cassetta.

Alle undici e mezza finisce la ricreazione e inizia l’ora di matematica. Vida disegna le sottrazioni sulla lavagna e le spiega parlando di noccioline:

“Avete tre nocciolini e ne dovete togliere due, qual è il risultato?”.

Dopo due ore di matematica c’è il pranzo. I bambini si lavano le mani in un secchio pieno di acqua, su cui campeggia il logo di un marchio di vasellina, e vanno nella baracca dove c’è un grande cartello, pitturato in maniera sbrigativa: mensa.

I bambini mangiano tutti i giorni riso e legumi, anche Vida lo mangia e anche quando mastica, non solleva la maschera calata sul volto. Fissa spesso la vetrata dietro i tavolini del locale che dà su un campo mal messo di ortaggi e palme.

Dopo il pranzo accompagna i ragazzini in classe, li fa mettere seduti sulle piccole sedie e li fa addormentare. Lei si siede alla scrivania e tira fuori un libro di grammatica spagnola. Una volontaria messicana molto bella di nome Gabriella tenta di farle capire che gracias non è molto lontano dall’italiano grazie. Lei annuisce, sorride e prova a ripetere la parola. Delle volte ci riesce e allora è un passo avanti, altre volte no, soprattutto quando nel pomeriggio, all’orfanotrofio, arriva Samuel.

 

Samuel è alto più di un metro e novanta e pesa centotrenta chili. Somiglia all’ex pugile George Foreman e ha stampata sul viso un’espressione simpatica, che lo fa sembrare l’uomo più buono al mondo.

Indossa sempre dei pantaloni scuri e delle camice che variano sul grigio. È un pastore battista e il profeta che ama di più è Geremia. Ne cita in continuazione alcune parti scelte, la sua preferita è questa:

 

Quale iniquità hanno trovato i vostri padri in me,
che si sono allontanati da me,
e sono andati dietro alla vanità, e sono diventati essi stessi vanità?

 

Sua moglie si chiama Elisabeth. È una donna molto grassa, con i denti che sporgono oltre le labbra. Adora guardare alle sette di sera sulla Kbc le telenovelas. Il marito cena a quell’ora e lei gli serve la cena nel piccolo salotto della vecchia casa. Mentre ridono lui divora il pasto senza fiatare, poi si sdraia sul divano mal ridotto e inizia a spulciare nel cellulare. Di solito riceve la media di quindici sms l’ora.

Samuel ha aperto quattro anni fa lo Shade Orphanage insieme a una volontaria irlandese.  Il nome deriva da una vecchia quercia che sta sul retro della prima baracca del complesso, vicino la recinzione.

L’anno successivo è venuto come volontario un americano intenzionato a mettere in piedi una struttura in muratura. Aveva settecento dollari con sé e ha iniziato a chiedere a Samuel dove poteva trovare una ditta di costruzioni. Samuel ha fatto un giro di chiamate e in due giorni la ditta si è presentata all’orfanotrofio. Senza alcun progetto e con un po’ di buon senso, in tre mesi, sono venute fuori due aule per l’insegnamento.

L’americano è partito soddisfatto, con tanto di fotografie per far vedere a casa come erano stati investiti i soldi che aveva raccolto.

L’anno dopo è tornato con altri ottocento dollari e ha chiesto a Samuel di trovargli un’altra ditta di costruzioni per costruire almeno il solaio a terra di una piccola chiesa battista nell’orfanotrofio.

Lo spazio davanti alle aule è grande e la chiesa, con pilastri in cemento e copertura in bandoni di lamiera, è venuta su in sette settimane.

Lo stesso giorno della sua partenza l’americano è stato invitato a cena da Samuel nella sua vecchia casa. Non appena il taxi è arrivato il pastore gli ha aperto il portone di lamiera rosso, alla fine di una delle traverse di Kibiria road. L’americano è sceso e lo ha salutato e insieme a Elisabeth hanno cenato nel piccolo salotto.

A fine cena sono usciti, perché l’americano fumava e non voleva infastidire Elisabeth. Samuel l’ha portato in una parte del suo giardino, circondato da alte mura di bandoni verniciate di azzurro e gli ha fatto vedere le fondamenta della sua nuova casa.

Tutto questo è accaduto l’ultima volta che l’americano è venuto, cioè nell’autunno 2007.

 

Il carico con i controsoffitti doveva arrivare per le nove, ma ancora non si è fatto vedere. Samuel è nervoso e con una vecchia pala continua a ripulire il piazzale dall’immondizia che si è accumulata.

La struttura in muratura è ormai completata. La nuova casa di Samuel sorge sul lato est del suo feudo. Davanti alla vecchia casa, anche quella in muratura. Intorno c’è il grande muro fatto di pali in legno e bandoni di lamiera.

“Sono molto preoccupato, ho pregato tutta la notte che il Signore mi faccia finire la casa prima dell’estate”, dice Samuel.

“Ho già il problema dei soldi, ora ci si mettono anche questi incompetenti”, aggiunge dopo pochi secondi.

La nuova casa di Samuel è due volte più grande rispetto alla precedente. C’è un grande salone, due cucine, tre bagni e tre camere da letto. In tutto più o meno centocinquanta metri quadri. Samuel ci tiene che le cose vadano tutte per il verso giusto e che i lavori non subiscano ritardi.

Passata un’ora il camioncino non si fa vivo. Samuel getta a terra la pala e come un orso stanco inizia a camminare verso l’enorme cancello rosso di lamiera. Una volta aperto si mette con una spalla poggiata a una colonna e inizia a fissare il viottolo pieno di fango e sacchetti dell’immondizia che porta a Kibiria road.

 

Vida siede davanti a Gabriella e le due parlano senza sosta. I bambini sono sdraiati sui banchi e dormono illuminati da una luce arancione che filtra dalle finestre.

“Io insegno in questo orfanotrofio da due anni”, dice Vida.

Gabriella la guarda negli occhi, una certa rabbia le inclina la faccia.

“Sono arrabbiata. Questa associazione mi ha solo rubato i soldi”, le risponde.

“Funziona così. Voi occidentali venite qui convinti di fare una bella esperienza umana, di venire ad aiutare i più bisognosi invece capitate in un giro di affari enorme che si chiama volontariato”.

“Samuel mi chiede in continuazione soldi. Mi ha detto che i bambini sono malati e che sarebbe carino se comprassi le medicine”, le risponde Gabriella.

“Nessun bambino è malato. Se anche lo fosse, le analisi all’ospedale qui dietro costano solo venti scellini”.

“Lui me ne ha chiesti sessanta mila”.

“È un uomo molto cattivo. Lui e la sua associazioni. Per loro siete solo dei turisti che non vogliono spendere tanti soldi per vedere un posto”.

“Forse in parte è anche vero”.

“Già, ma in parte, non del tutto”, dice Vida.

“Quando sono atterrata, tre settimane fa, Samuel ha deciso di cambiarmi destinazione, così, senza nessun preavviso, e mi ha chiesto se volevo fare un safari o se magari avevo voglia di conoscere dei ragazzi… lo ha detto scherzando, ma sono sicura che se gli avessi detto di sì, mi avrebbe presentato qualche beach boy (in Kenya i beach boys non sono un gruppo californiano).

“Per loro siete solo turisti. C’è stato un ragazzo danese, prima di te qui, lavorava un po’ qui e un po’ nello slum di Kibera. Samuel gli chiedeva soldi in continuazione per i bambini, per comprargli giochi e altre cose. Io non sono riuscita ad avvertirlo. So soltanto che qui non abbiamo visto un soldo e che quel ragazzo è dovuto tornare un mese prima del previsto”.

“Aveva finito i soldi?”, chiede Gabriella.

“Certo che aveva finito i soldi, questa è gente che ti si attacca finché non ha preso tutto”.

Le due rimangono in silenzio alcuni secondi e Vida fissa gli scarabocchi che ha fatto su un foglio di quaderno.

“Samuel non vuole che parli con noi”, dice Gabriella senza preavviso.

“Lo so, perché vi dico la verità e cerco di mettervi in guardia”.

“Appena sono sbarcata in Kenya ho dato duecento dollari a quelli dell’associazione per il vitto e l’alloggio di un mese”.

“Non viene niente a questi bambini, nemmeno un soldo. È questa la cosa che mi fa rabbia. Duecento dollari in Kenya sono lo stipendio di tre mesi e mezzo. Ci potevi vivere da sola. Se decidi di tornare fallo da sola, senza associazioni. Magari dai una trentina di dollari a Samuel così lo tieni buono. In fondo è lui il capo di questo posto”.

“E tu come pensi che andrai avanti?”, chiede Gabriella.

“La mia famiglia non muore di fame. Col campo di tè di mio padre riusciamo a mangiare. Però sono molto arrabbiata. Ho quarant’anni e ancora non ho uno stipendio. L’hanno scorso sono venuti due ragazzi tedeschi per quattro mesi. Hanno portato un sacco di cose qui, vedi…”.

Vida allunga il braccio e fa vedere a Gabriella che i poster con l’alfabeto sono made in Germany. Poi continua:

“Quando sono ripartiti hanno continuato a spedire giocattoli. Almeno così mi dicevano per telefono, ma io non ne ho visto uno. In più mi hanno detto che avevano inviato cento cinquanta euro per pagarmi lo stipendio di tre mesi, ma neanche in quel caso ho visto arrivare qualcosa”.

“Samuel”, dice Gabriella.

“Lui filtra tutto. Non fa arrivare un soldo qui. Se vuoi mandare qualcosa a questo posto quando torni a casa, invialo alla mia casella postale, stai sicura che il giorno dopo i bambini avranno quello che hai mandato”.

Vida rimane in silenzio un lungo minuto, poi scuote le labbra e dice:

“Se vuoi crescere e capire come vanno queste cose, vai a vedere la casa di Samuel e comparala a quelle intorno. Vai a vedere la nuova casa”.

 

Il pick up arriva con due ore di ritardo. Samuel è furioso e inizia a litigare col capo. I tre uomini lo fissano, scendono dal furgone e come se non stesse parlando nessuno  vanno dietro il pianale e tirano giù i pannelli di legno. Sono verniciati di bianco e nel mezzo di ogni sezione c’è un fiore in rilievo.

Gli operai entrano in casa. Samuel chiude il grande cancello di lamiera rossa e va dentro casa. Ora che vede tutti al loro posto si calma e inizia a osservare la casa.

“Vedi”, mi dice,” ho fatto le mura con i mattoni locali. Guarda come sono più belle. Il tetto è azzurro come il cielo che ha creato Dio e sotto c’è quella cornicetta in giallo che mi piace tanto. A te piace?”.

Samuel si sposta nelle altre stanze e continua a osservare quello che ha messo in piedi.

“Guarda la mia camera da letto, ti piacciono le maioliche che abbiamo scelto? Le ha scelte Elisabeth a dire il vero. A me piacciono molto”.

Gli operai si danno da fare e tirano su i pannelli. Iniziano dall’angolo destro del salotto e continuano lungo il muro.

“Il legno. Mi piace tanto il legno”, dice Samuel e inizia a fissare un bozzo sul solaio del salotto.

“Avevo detto che sarebbe uscito fuori, ma Brian non mi vuole dare ascolto”.

Samuel inizia a urlare il suo nome e a muoversi come se fosse stato assalito dalle cimici.

Brian è sul tetto, sta finendo con due ragazzi di mettere gli ultimi pannelli di alluminio azzurri. Quando sente la voce del pastore si alza in piedi. Ha il sole alle spalle e il suo riflesso è nero e spesso; dal basso non gli si vede la faccia.

Samuel inizia a litigarci. Brian non dice una parola, china solo il viso come un bambino sgridato dal padre.

“In quel lato della casa c’era un albero,” spiga Samuel. “L’abbiamo segato due anni fa per costruire la casa, ma una delle radici non siamo riusciti a estirparla. Così abbiamo appianato per bene il terreno e abbiamo gettato sopra il cemento. Brian mi aveva assicurato che non sarebbe successo niente. Invece guarda qui”.

Samuel allunga la mano e tocca il punto in cui le mattonelle formano un bozzo appuntito alto dieci centimetri.

“Sopra c’è mezzo metro di cemento e quella radice morta ancora mi crea problemi”.

 

Vida mi riceve nella sua casa alle ore diciassette. Il salotto dove ci sediamo è abbastanza grande, ci entrano due divani da quattro posti più alcune poltrone. Lei si siede davanti a me e inizia a servirmi la merenda. Tè keniano al latte, fatto dal padre, e pane spalmato di margarina.

Sulle pareti in lamiera della casa ci sono le foto dei suoi antenati, Vida ci tiene a spiegarmele prima che iniziamo a mangiare e a parlare.

“Tu hai visto molti volontari, nei due anni che hai lavorato allo Shade Orphanage. Che idea ti sei fatta?”, le chiedo.

“La maggior parte sono dei bambini, che ancora non ha capito come gira il mondo. La cosa che spesso mi sorprende però è vedere anche ragazzi grandi, sui quarant’anni, avere lo stesso atteggiamento”.

“Tu anche sei una volontaria, no?”.

“Ho lavorato come commercialista quattro anni alla Total. Non qui a Nairobi. Poi ho perso il lavoro. Ho cercato, ma in Kenia in questo periodo è molto difficile trovarlo. Così, per non rimanere con le mani in mano, ho deciso di fare la volontaria e aspettare tempi migliori”.

“L’associazione che gestisce lo Shade Orphanage ha chiesto dei soldi anche a te?”.

“Me li ha chiesti Samuel, il primo giorno. Abbiamo litigato e da allora non si è più azzardato”.

“Oltre a trovare i volontari che ti assistono disorientati, cos’altro pensi sul loro conto?”.

“Penso che vengono trattati come non dovrebbero. Un po’ è anche colpa loro. Però qui in Kenya le associazioni per lo più trattano i volontari come persone che si fanno una vacanza, né più, né meno. L’unica differenza è che nelle vacanze vere non lavori, mentre qui sì”.

“Tu credi nel volontariato?”.

“Ci credo, come credo in Dio. Ne vedo poco in giro, ma so che esiste”.

“Dove credi che vadano a finire i soldi che i volontari versano per partecipare a questi campi?”.

“Vedi di base c’è una cosa che non capisco, ma che a voi europei sembra logica. Ma perché bisogna pagare per fare i volontari? Capisco che vi paghiate il viaggio, ma pagare per lavorare è assurdo. Per quanto ne so Samuel ci si è costruito la nuova casa col business del volontariato internazionale”.

“E l’orfanotrofio come fa a tirare avanti”.

“Qualcosa alla fine passa. Lo stretto indispensabile per non far collassare il sistema. Ma i veri soldi se l’intascano loro. Ti faccio un esempio. L’associazione con cui è partita Gabriella, la volontaria messicana, ha l’ufficio all’ultimo piano di un palazzo al centro di Nairobi.

“A lei quanto hanno chiesto?”.

“Duecento dollari. Se pensi che un keniano in media vive con cinquemila scellini (intorno ai 45 euro) al mese, capisci come lavora questa gente”.

 

 

Quando gli operai hanno finito di montare il controsoffitto inizia a piovere. Ci ripariamo nella vecchia casa di Samuel, nel grande salotto che odora di muffa e propano. Sul tetto in muratura la pesante pioggia non fa quasi rumore, ma se si mette il naso fuori si sente un boato prolungato provocato dalle gocce che incontrano i tetti fasulli delle baracche.

Samuel mi invita alla sua messa che si terrà il giorno seguente nella chiesa dello Shade Orphanage.

“Cos’è che ti piace di più della messa?”, gli chiedo.

“Che anche i più piccoli possono capire il messaggio del Signore e il suo sacrificio”.

“Che messaggio c’è nel suo sacrificio?”.

“Quello dell’amore reciproco. Vedi io sono un uomo molto devoto e fedele, nel senso che ho molta fede. Prego ogni sera, e Dio mi fa dei regali, dei doni per come lo servo”.

“Parli della nuova casa?”.

“Sì, ma anche dei centinaia di volontari che riesco a far venire dall’Europa. Per me sono come un dono”.

“Perché li consideri un dono?”.

“Perché mi danno speranza. Io vivo solo grazie alla speranza che ogni nuovo giorno mi da”.

 

A Nairobi sono circa centocinquanta le associazioni che si occupano di volontariato internazionale. Un numero molto alto rispetto ad altre parti del mondo, più povere. L’associazione gestita da James Mwangi, si chiama Touch Humanity International Voluntary Services. In Italia è promossa da alcune Onlus.

Se decidete di fare un campo di lavoro internazionale a Nairobi, nel settore dell’educazione con questa associazione, al cento per cento sarete mandati allo Shade Orphanage, gestito dal pastore battista Samuel Nyasi.

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