Evviva Marì

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“Evviva la regina di l’angili!” “Evviva Marì” “Cu voli grazi ricurri a Marì” “Evviva Marì” “E ringraziamu a noscia Patruna!” “Evviva Marì” “E priamu a noscia avvocata”

“Evviva la regina di l’angili!”
“Evviva Marì”
“Cu voli grazi ricurri a Marì”
“Evviva Marì”
“E ringraziamu a noscia Patruna!”
“Evviva Marì”
“E priamu a noscia avvocata”
“Evviva Marì”
I confrati sventolano in aria un fazzoletto bianco: lo stesso che morderanno inzuppato di saliva e sudore quando, sotto il peso dei sostegni alla “Vara”, non avranno più forza di invocare la Patrona che portano a piedi nudi su per la salita. Un campanellino annuncia che la statua sta scendendo piano piano dietro l’altare. Siam pronti a mandar baci e far foto. Un frate ci prega di abbandonare la Chiesa, devono togliere i banchi e far spazio: “Buona festa e buon pranzo, la processione è alle sette”. Ma nessuno si muove. Gli emigranti son tornati apposta, i bimbi in groppa ai padri chiedono i “perché”, il Capo rettore si aggira a dar ordini, la pancia enorme lo rende più autorevole e ieratico quasi come Monsignore.
I ragazzi sono pronti. A casa i loro vestiti di “nudi” stan pronti sul letto odorosi di bucato e caldi di stiratura; nella cucina accanto è già pronta la tavola con gli invitati: “E’ a festa a Madonna!”
Sembrano non stare più nella pelle per darsi da fare: chi prende i chiodi, chi i bulloni grandi quanto una mano e tenaglie enormi, chi salta sulle predelle create coi banchi per agganciare un angioletto, chi tira il manto. In un attimo a forza di muscoli: – guarda con un braccio solo! -, han sistemato i banchi. La gente nonostante gli inviti ad uscire è tutta intorno, ed anche le fidanzate a vedere l’ esibizione di forza dei loro ragazzi che si chiamano, si incitano in un linguaggio non più di parole ma di suoni bassi, forti, quelli che passano solo dalla gola, dietro il pomo d’Adamo. Ti viene in mente Pamplona e i riti d’iniziazione, il bollore della giovinezza che ha voglia di trasformarsi in forza, esibizione di forza. L’aria è frizzante di adrenalina, ti pervade lo spirito di appartenenza.
– “E unu!… e dù!… e unu e dù!” Il Capo rettore a voce alta tiene il tempo. I “baiardi” pesantissimi sono pronti sotto la Vara. Con uno sguardo raccoglie i suoi ragazzi: si va a casa passando per una città silenziosa e calda in vibrante attesa della processione che porterà Maria a casa in Duomo dopo il viaggio a Sant’Elisabetta. “A Madonna a muntata(salita)”. Le donne coi rosari in mano chiederanno le loro grazie mentre si arrampicheranno scalze su per le viuzze dietro la vara giallo oro sullo scorcio delle campagne giallo oro accecanti nei panorami sulla vallata tra una casa e l’altra. Si batteranno il petto invocando Maria tra la banda e le “sarbiate” (colpi di mortaretto);
– Cuore cuore mio -, dicono spesso le anziane, ed è un atto di sincera passione chiamando a testimone la parte più vitale di se stesse, nel petto; ed è un ricordo antico tramandatoci dalle nonne e dalle nonne delle nonne che invocavano Cerere prima che la Chiesa lottasse a lungo per cacciare la dea e sostituirla con una Madonna tanto cara ai contadini nel mese del fiorire delle messi e della mietitura. Una Madonna circondata da tanto oro, e anche quello del sole gagliardo e delle spighe portate in offerta: – kore kore mia! -.
Si narra che la statua venisse da Venezia, commissionata per il Duomo presso un importante artista, e che al suo arrivo a Messina fosse accolta dalle massime autorità che volevano così portarla in paese. Lei però si fece pesante pesante tanto che accorsero in aiuto i contadini. Solo così, sulle spalle degli umili lei si fece leggerissima e giunse ai piedi del monte che fu di Cerere prima che venisse bruciata: “Cerere arsa” recita una via. E così, scalzi come contadini sono i confrati che la portano. Nessuno per niente al mondo rinuncerebbe a quel posto sotto la Vara; magari dopo si prenderanno la febbre e le spalle, ora l’una ora l’altra, nel tentativo di trovare refrigerio, si faranno nere di ematomi, ma niente. Anzi pare che ci sia la voglia di esporre il proprio dolore, i piedi neri e feriti, i volti stravolti. Nessuno cede; aspettano il trionfo segnato a colori in un cielo crivellato di fuochi d’artificio, alla fine. Se lo tramandano di padre in figlio il posto, lo stesso, tant’è che non esiste un ordine di altezza, vedi solo corpi ammassati, storti, gambe buttate in fuori nel tentativo di bilanciare il peso. Visione da pelle d’oca all’arrivo in Duomo, col caldo, dopo l’ultima salita, o meglio e in maniera più pregnante: “ arrizzanu i carni” a vederli. Nessuno lascerebbe quel martirio,forse per denaro e con atto notarile, maligna qualcuno, chissà.
“E priamu a noscia avvocata”
“Evviva Marì”

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