“Zia è stata una gita bellissima!” mi grida entusiasta e continua a cercare il mio sguardo e mi segue mentre traffico per casa, che quasi quasi mi meraviglio di non trovarlo raggomitolato da tutt’altra parte a smanettare nel pervicace tentativo di entrare con tutta la testa e il corpo dentro una qualsivoglia tastiera. Mio nipote di dodici anni è così: gli parli e non ti risponde, lo disturbi e ti manda a quel paese ma stavolta pare che s’è ingoiato una lampadina; un’altra diavoleria dei suoi computer, penso, che adesso gli fa cortocircuito dentro e lui non sa da dove espellerla prima, dagli occhi dai capelli da dovunque. “I prof. ci hanno portato…” “…A vedere monumenti di cui non vi frega niente, lo so, e poi a un McDonald’s per respirare un po’ anche loro… ma non vedi che ho da fare?”. La tentazione di fargliela pagare per le volte che non mi dà retta lui, è forte, coi figli degli altri è così, si è un po’ alla pari.
“Zia abbiamo fatto il telegiornale!”, e anche quando gli altri poi ci prendevano in giro noi gliel’abbiamo detto: ‘Tanto noi abbiamo fatto il telegiornale!’” Vuoi vedere che mio nipote stavolta nella tastiera c’è entrato davvero? Troppe ore su facebook. Coi figli degli altri è più facile capire come stanno le cose. Ma lui sta lì e non mi dà tregua e parla parla come se non ci fossero più iPod o facebook, come se ci fosse solo quella lampadina dentro di lui ad alimentargli il discorso. “Eravamo in diretta e ognuno di noi doveva dare una notizia ,avevamo un fogliettino e lui ci diceva: ‘Studiate studiate!’, durante la pubblicità, così non sbagliavamo… ma lui fumava fumava tanto e beveva caffè: ‘Così combatto la paura, sapete? Se muoio, muoio per il monopolio di Stato!’ Si chiama Pino Maniaci e noi eravamo dentro al telegiornale di Telejato a Partinico, e poi scherzava: ‘C’è anche il bagno se ho paura,no?, se abbiamo paura, io e la mia famiglia che gestiamo questa televisione libera. Ma voi che vi vedete: Amici, Grande fratello?… alzate la mano chi si vede Amici, chi si vede Grande fratello!, e noi alzavamo la mano, ‘Chissa è munnizza!’ (Questa è spazzatura!), ci ha detto. Vive sotto scorta, zia! Lo hanno minacciato più volte e anche picchiato. ‘Il vero giornalista dovrebbe fare così!’, ci ha detto. Lui fa un telegiornale al giorno, lungo un’ora, ma dice tutte le cose, però”. “Come un altro che faceva la radio….” ” ‘Radio out’ zia!”
“Poi siamo andati pure lì e i ragazzi fuori ci prendevano in giro e mentre Giovanni Impastato ci spiegava le cose, loro facevano baccano, così non si sentiva, ma noi sentivamo lo stesso: si chiama Casa della memoria, a Cinisi e con le professoresse abbiamo fatto 100 passi dalla casa di Tano Badalamenti alla Casa della memoria. Dentro c’era anche un presepe coi personaggi vittime della mafia e vicino la grotta papa Wojtyla quando pronuncia l’anatema contro i mafiosi nella Valle dei templi. ‘Noi eravamo una famiglia di mafiosi, ci ha detto quel signore, ma a mio fratello non piaceva e si è ribellato’. Il mio compagno gli ha chiesto come hanno reagito alla sua morte. ‘Con l’impegno civile!, non accettando che non si può fare niente contro la mafia.’ C’erano anche turisti di Mantova e altre scolaresche ma alla gente del luogo non piace, gli danno fastidio gli autobus che arrivano. Si chiama Libera l’associazione che aiuta Giovanni Impastato, l’abbiamo studiato a scuola: il riutilizzo sociale dei beni confiscati”. “Ma quella era la casa di Peppino impastato! Che fai confusione?” “Ma no zia!, noi abbiamo visitato anche l’Agriturismo Placido Rizzotto, che prima era una proprietà di Totò Riina e anche l’Agriturismo Portella della ginestra, che era di Giovanni Brusca; la guida c’ha detto dov’erano messi quelli che sparavano e dove stavano i contadini morti. Gli hanno fatto l’agguato, di sorpresa! E questo Giovanni Brusca, che ha fatto cose bruttissime, che ha sciolto nell’acido un bambino, aveva questo casale del ‘700 con boschi, vigneti e il mare all’orizzonte, perché l’importanza di questi personaggi consisteva nell’avere tante proprietà. Adesso ci fanno il vino e vendono prodotti biologici. Poi siamo andati nella Piazza della memoria dietro al tribunale di Palermo”. “Ma quante cose avete fatto in questa gita!” “No, questo è stato un’altra volta, è che tu non me lo hai chiesto, zia! È una piazza triangolare con tanti gradini, ognuno col nome di un magistrato: Costa, Chinnici, Morvillo, Livatino.., e ogni gradino è un sedile per sedersi sopra e riflettere. Io stavo sul gradino del Generale Dalla Chiesa perché abbiamo visto il film 100 giorni a Palermo, a scuola, dato che dovevamo fare questa gita e le professoresse stavano facendo il progetto. Il mio compagno s’è messo invece sul gradino di Livatino, il giudice ragazzino e anche gli altri compagni, perché non c’erano i gradini di Placido Rizzotto e de La siciliana ribelle e di don Pino Puglisi e Peppino Impastato, anche se noi abbiamo visto i film. Adesso, prima che finisce la scuola faremo anche l’intervista a un magistrato della DIA di Caltanissetta e all’imprenditore Cutrò di Bivona che ha denunziato il racket mafioso. Ognuno di noi deve preparare delle domande”.
Lo guardo e non dico niente, ho paura di sbagliare o di togliergli spazio; solamente prima che se ne va: “Poi però me lo racconti, vero?”
“Ma zia, sei tu che non ci sei mai!”
