Transumanza. Un altro tempo, eppure ancora il nostro

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La mattina della partenza la sveglia suona alle quattro. Appena il frastuono cessa, tutt’intorno si ricompone la trama del silenzio: scricchiolii di vecchie porte, latrati lontani di cani, rumori...

La mattina della partenza la sveglia suona alle quattro. Appena il frastuono cessa, tutt’intorno si ricompone la trama del silenzio: scricchiolii di vecchie porte, latrati lontani di cani, rumori di passi sull’acciottolato del paese.

Ma ormai la decisione è presa: bisogna alzarsi. L’appuntamento con il gruppo è alle quattro e mezza per la colazione; poi si parte per ‘la transumanza’!

Si tratta di accompagnare le greggi nel loro spostamento verso pascoli più in quota, all’inizio dell’estate; quest’anno le pecore sono ‘partite per le vacanze’ in due scaglioni, il 20 e il 26 giugno: un po’ tardi, ma è piovuto tanto, è l’erba si è mantenuta verde anche in pianura…

Il percorso inverso, dai monti al piano, si fa in autunno.

– Settembre, andiamo è tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori… – recita in automatico la memoria; non sollecitata, ma incoercibile.

La zona è quella di Anversa degli Abruzzi e lo spostamento avviene in due tappe, ciascuna di una ventina di chilometri circa. Il primo giorno fino ad un paesino sulle pendici del lago di Scanno; il secondo giorno allo stazzo, a quota circa 1700 m., in località ‘Casone Chiarano’.

 

Si va in gruppo – le pecore davanti, due pastori (rumeni) e molti cani a badare a loro, e tre cavalieri che fanno la spola – per valli tratturi e sentieri, nella natura rigogliosa delle gole del Sagittario, fino ai dintorni del Lago di Scanno. Poi, il secondo giorno, tra la vegetazione e i panorami dell’alta collina, fino allo stazzo in quota.

Gli escursionisti sono parchi di parole, all’inizio. Poi la natura intorno, le piante, la novità della situazione, sono uno stimolo che pian piano spinge a scambiare qualche chiacchiera. Molti gli stranieri, di varie nazionalità, poco meno della metà del gruppo, quasi tutti bilingue. Va sempre meglio – durante le soste e nelle occasioni in cui si mangia insieme – tanto che alla fine dispiace lasciarsi. Di fatto la scelta di partecipare ad un percorso del genere costituisce per se stessa una selezione, per sensibilità e interessi comuni…

A metà di una mattina cominciata molto presto, ci si ferma ad un paesino arroccato, praticamente deserto ma lindo e curato, come se gli abitanti fossero appena andati via.

‘Castrovalva’ il nome del paesino. Eppure ricorda qualcosa…

Dal cosiddetto ‘girone Escher’, cioè l’ultimo tornante prima dell’ingresso al paese, dedicato appunto all’artista olandese, è possibile osservare Castrovalva dalla medesima prospettiva ritratta nella litografia (il paese in basso a destra è Anversa degli Abruzzi). Ma noi non potevamo saperlo, per essere entrati in paese da un sentiero di pecore.

I fiori.  E si va, tra distese d’erba trapuntate di fiori; a volte conosciuti o riferibili per caratteristiche comuni a famiglie note – [“Famiglia, genere, specie” …sempre benedetto Linneo, che è uno dei numi tutelari di questi reportage sulla natura  – V. su “O”: Sex and the plants. Botanica per principianti 
del 30.08.09].

Dalle radici della genziana lutea si produce il famoso amaro e un’acquvite. La genziana blu (Gentiana acaulis), piccolo fiore per amatori dall’intenso blu (specie super-protetta!), è più tipico delle Alpi; comunque non l’abbiamo incontrato nella presente escursione.

Qualche altra volta si tratta di fiori del tutto sconosciuti, appartenenti alla sconcertante famiglia dei ‘mai-visto-prima-d’ora’.

Come in questo caso: un fiore che non somiglia a nessun altro… Ohibò!

Tornato a casa, il libro che ha chiarito la curiosità è stato il fido “Che fiore è?” Dietmar Aichele, che utilizza un originale (e molto imitato) criterio di riconoscimento, a chiavi multiple: la prima di esse basata sul colore; poi le altre – luogo del rinvenimento/habitat, forma del fiore, simmetria, numero dei petali – così da restringere progressivamente il numero delle opzioni fino all’unica giusta. Un libro del 1965, con numerose riedizioni – la prima italiana (1980) nella mitica collana “l’Ornitorinco” curata da Ippolito Pizzetti per Rizzoli – poi riedito sempre da Rizzoli nella BUR. Entrambe introvabili, a meno che non si sia dotati della pazienza necessaria ad una lunga ricerca via Internet sui siti di libri usati [V. su “O”: Libri di piante e fiori (prima parte)
del 24.05.09].

Del fiore in questione il libro riporta anche che le foglie sono commestibili, ma le radici sono tossiche per la presenza di glicosidi cardioattivi.

Una curiosità sorta durante l’escursione e chiarita successivamente: perché si chiama rosa ‘canina’? Per l’impiego antico di un decotto di radici della pianta per curare la rabbia; segnalazione di Plinio il Vecchio mai confermata, ma che comunque è servita a Linneo per attribuire il nome: infatti “Rosa canina L.” (dove la L. sta per Linnei), nella sua denominazione binomiale.

 

Il tempo atmosferico. Si sa che il tempo in montagna è incostante. Il primo giorno, dopo una traversata con costante bel tempo, quasi in prossimità del traguardo il cielo comincia ad annuvolarsi, si fa scuro e minaccioso e cadono le prime gocce. Per fortuna siamo vicini alla meta, anche se non è proprio l’ideale con la prospettiva di una notte in tenda. Speriamo nell’incostanza del tempo e nelle parole del nostro capobranco:

– È acqua che non bagna!

Ma intanto, certo per scaramanzia, distribuisce a tutti cerate e teli impermeabili. Poi ha ragione lui… infatti la notte e il giorno dopo va tutto bene.

 

Frattura. La meta, alla fine della prima giornata di cammino, ha il nome – benaugurante per ogni escursionista – di Frattura.

Frattura Vecchia è un paesino quasi completamente diroccato per un terremoto avvenuto nel gennaio del 1915 e da allora quasi disabitato, anche se sono cominciati i lavori per un progetto di riqualificazione turistica.

La sistemazione per la notte, alla fine della prima giornata di escursione – in uno spartano camerone in brandina, oppure fuori in tenda – è prevista a Frattura Nuova, il paese a meno di 2 Km dall’altro, edificato tra il 1932 e il 1936 – in pieno ventennio fascista, di cui conserva le tracce nell’edilizia popolare – affacciato sul Lago di Scanno.

Quello di Scanno è – in termini geologici e idrologici – un ‘lago di sbarramento’, originatosi per una enorme frana staccatasi dal Monte Genzana che ha sbarrato il fiume Tasso, in epoca controversa: a causa di un terremoto (nel 217 a.C. riportato nei testi di Tito Livio), ma più probabilmente in tempi molto antecedenti, in era glaciale o post-glaciale (circa 10.000 anni fa).

Il lago ha come immissari il Fiume Tasso ed il Torrente Giordano e nessun emissario apparente: per un fenomeno carsico le acque del lago fuoriescono dal terreno più a valle, nel comune di Villalago, dando vita al fiume Sagittario.

 

Arrivo (Ciao mamma! Sono contento di essere arrivato!). Nelle prime ore del pomeriggio, al secondo giorno di escursione, ci prende un generale senso di scoramento. Si continua a camminare senza vedere un punto di arrivo. Una valle dopo l’altra… Si raggiunge il crinale, ‘si scollina’ e c’è un’altra valle, e ancora un’altra erta da salire.

Senza fine… si comincia a pensare; quasi con disperazione. Mai come in queste occasioni ‘i piccoli passi di un uomo’ sembrano inadeguati e fuori dimensione rispetto alle distanze del modo reale; un rude contraltare al delirio televisivo di essere dappertutto e tutto poter vedere dall’alto. Quando lo si va a cercare sulla carta il giorno dopo, il tragitto effettuato, si identifica la distanza come un trattino, un circoletto negligibile in una piccola regione dell’Italia, che a sua volta…

Era di questi pensieri che avevamo bisogno? Di un ridimensionamento a misura umana?

 

Ma il momento critico viene superato; i cani e forse anche le pecore riconoscono il posto e sembrano accelerare.

Troveremo ad aspettarci una commovente zuppa di pan cotto con le verdure – mai tanto gradita! – e un trionfo di formaggi.

Ciao… Arrivederci… È stato un piacere!

Scanno. Già che ci si trova, si fa un salto a (ri)vedere Scanno, un paese – come si immagina sia un paese – passato nell’immaginario universale per la serie di fotografie che ad esso dedicò Henri Cartier-Bresson – con interesse più antropologico che paesaggistico in realtà – nel 1953; da allora soggetto privilegiato e palestra di numerosi fotografi, oltre che sede di un Premio Internazionale di fotografia: “Scanno dei Fotografi”.

Scrive Mario Giacomelli (1925-2000), uno dei più grandi fotografi italiani: “Scanno è un paese da favola, di gente semplice, dove è bello il contrasto fra mucche, galline e persone; tra strade bianche e figure nere, tra bianche mura e neri mantelli. Ho cercato di fermare alcune di quelle immagini, per dare anche agli altri l’emozione che ho provato di fronte a un mondo ancora intatto e spontaneo. Ho fatto tutte queste foto con una velocità bassa, perché le immagini venissero un po’ mosse, per rendere magico questo mondo. Ho sbiancato i fondi annerendo le figure, ed ho creato spazi vuoti utilizzando i grigi per mantenere l’equilibrio dell’immagine. La foto più nota è quella delle donne scure e mosse che sembrano ruotare come se fossero la medesima figura ed il bambino che viene verso di noi restando a fuoco ed apparentemente fisso in mezzo a loro”.

 

Cos’ha Scanno che attrae i fotografi? Un senso arcaico di appartenza; vestigia del passato mantenute più qui che altrove: nei volti, nel modo di vestire degli anziani. E insieme, l’innegabile fascino degli scorci paesaggistici, la netta caratterizzazione delle stagioni…

Le donne che portano le tavole con le forme di pane e i dolci da cuocere al forno; le bambine davanti alla chiesa, di cui una accenna un passo di danza; tre galline che razzolano tranquille. Più lontano, avvolti nei mantelli neri, gli uomini del paese. I personaggi sono liberi dentro una geometria di archi e ringhiere in ferro battuto.

Quasi un compendio del suo modo di fotografare “mettendo sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore…”.

Una scena normale e semplice, ma di eccezionale suggestione: un tempo che riconosciamo, eppure così lontano!

 

 

E’ sempre motivo di grande meraviglia tra chi scrive, imbattersi in maniera del tutto casuale in una serie di eventi che per interne assonanze, si ricollegano o richiamano il tema principale intorno a cui girano i propri pensieri. Come se i vari elementi, dotati di moto proprio, si mettessero spontaneamente in un certo ordine, anche senza una volontà attiva dell’Autore.

Così, dopo una vita morigerata (!), e senza alcun pensiero per pecore e ovini in genere, ecco che ci si ritrova precipitati tra greggi e ovili, e all’improvviso masse di quadrupedi ci invadono gli occhi e la fantasia…

È accaduto tutto nella stessa settimana: trovarsi ad assistere ad un film reduce da un bel successo a Cannes e poi di partecipare alla transumanza. Nessuno di questi eventi era stato preparato in modo preciso; semplicemente sono accaduti insieme…

Un film senza dialoghi, di gesti semplici, usuali, in una Calabria arcaica, seppure attuale. Immagini molto belle, che – con la partecipazione emotiva e sensoriale dello spettatore – possono essere rivissute come un haïku e trovarsi legate dal filo interno delle trasformazioni: morte e rinascita in un continuum ciclico e senza tempo.

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