Condividi su facebook
Condividi su twitter

Tempi di moquette

di

Data

C’è una ragazza che cammina con le scarpe in mano. Cammina barcollando. Non sente il freddo dell’asfalto bagnato di neve. Il velo delle calze è l’unico strato che la protegge.

C’è una ragazza che cammina con le scarpe in mano. Cammina barcollando. Non sente il freddo dell’asfalto bagnato di neve. Il velo delle calze è l’unico strato che la protegge. E’ come fosse scalza. Ma quel velo le dà l’impressione di essere protetta e le evita il dolore dei tacchi alti. Ha ballato controvoglia, il vino rosso l’ha fatta muovere e restare in piedi con un sorriso strano. Anche le sue scarpe hanno qualcosa di rosso in punta e sul tallone. Le tiene per il cinturino che si chiude sulla caviglia. Varca la soglia della porta girevole. E il nero blu della notte si accende con i lampadari di cristallo che illuminano a giorno la hall dell’hotel. Strizza gli occhi annebbiati. I piedi camminano sulla moquette. Dal sollievo che prova intuisce che faceva davvero freddo fuori. E’ sempre per contrasto che si sente, pensa.
Ci sono colleghi di lavoro nella hall. Tutti rilassati e stanchi dopo la notte di baldoria. C’è chi è steso sul divanetto al centro della hall, chi organizza il proseguimento della festa in camera, qualcuno cerca una compagnia di una notte. Così, giusto per fare gruppo. La ragazza si siede un attimo. Poi si alza, vuole sentire quella moquette sotto i piedi, che le pare un massaggio caldo.
La hall sembra un sogno finito da tempo. Le note di Amarcord suonano silenziose solo nella sua testa, accompagnandola nel ritmo lento dei movimenti. Il soffitto altissimo, le tende color champagne, gli stucchi art nuveau, le colonne marmoree lisce e splendenti. Tutto porta ad alzare in alto il viso e gli occhi si posano sui lampadari con i cristalli che fremono di luce e la rifrangono attorno. Dov’è che alloggiava Fellini? Lo chiede alla reception, un omino occhialuto e sospettoso si nasconde dietro un computer, abituato forse alla solita domanda dei turisti che frequentano il Grand Hotel di Rimini. L’uomo risponde senza emozione: nella suite 315. Non si può vedere la suite, è a disposizione dei clienti, che possono prenotarla e dormirci. Ed è occupata adesso. Guardando fuori, si percepisce il vento freddo e il mare della riviera dev’essere agitato, grigio scuro di onde forti. La neve non è leggera, è pesante di pioggia che la rende terrena. La ragazza, vagando ancora, come se volesse essere emozionata dal luogo senza riuscirci, incontra quasi sbattendoci contro un uomo in livrea. Ha gli occhi di un celeste rinascimentale e i baffi folti marroni e grigi che compongono due grosse virgole sotto i lati della bocca. Potrebbe essere un uomo della Resistenza, un partigiano. Sul cellulare la ragazza ha come salvaschermo la foto del bisnonno. Con la stessa foggia di baffi. Quest’uomo le appare famigliare. Gli chiede notizie sull’albergo. Quando è stato costruito? L’uomo ha l’accento romagnolo. Ci sono due modi di parlare a Rimini. Uno a voce alta, ed è una voce allegra e scanzonata, con gli strascichi di esse e zeta che compongono ghirigori di entusiasmo momentaneo e giovane. L’altro è un tono più basso, dove l’allegria si trasforma in dolcezza. E appartiene a chi ha più anni alle spalle o a chi osserva di più la vita, il tono basso dei segreti o della disillusione. Con questo tono basso, l’uomo in livrea inizia a parlare. L’albergo è dei primi del Novecento. Originariamente aveva due cupole orientaleggianti, distrutte in un incendio nel 1920. Poi la guerra fece il resto e i saccheggi lo spogliarono di gran parte dei preziosi arredi. L’uomo diventa un cicerone e mostra alla ragazza le foto dell’albergo, di com’era all’origine. Le foto sono appese in un corridoio ampio e nascosto. Il color seppia emoziona stavolta. E l’albergo ritratto nelle immagini appare più grande e maestoso, con un’architettura che sembra un ricamo. “Lei non sa quanto era bello questo posto”, dice l’uomo. “Ancora adesso rimane la sua bellezza. E’ avvolgente. Se si rimane qui almeno per tre giorni, si rimane innamorati”. C’è qualcosa che l’uomo vuole dire. Ma aspetta. La conversazione ha bisogno di tempo e di silenzi. L’uomo e la ragazza con le scarpe in mano, si fermano in una posizione che permette di guardare tutta la vastità della sala. La gente reduce dalla festa è più numerosa. Si guarda senza vedersi, senza sapere che dire. Qualcuno ride forte in modo grossolano. L’uomo guarda per terra. Sospira impercettibilmente. “Questa l’hanno messa di recente”, si riferisce alla moquette. “Sa, ora i tempi sono cambiati. Io lavoro qui da vent’anni. Sempre di notte”. La ragazza lo lascia parlare, cullata dal tono basso e ritmato come una ninna nanna. “Sotto c’è il marmo. Era tutto di marmo. Entrando c’era il pavimento lucido e maestoso. Bianco con disegni neri trasversali”. “Perché l’hanno coperto?”, chiede lei. “Ora la gente vuole le cose comode. A scapito della bellezza. Nessuno sa più apprezzare e proteggere la bellezza. In questi anni le cose belle che c’erano qui sono state portate via o sono state coperte. Che mobili c’erano… Spariti. I proprietari di una volta sapevano come valorizzare la cultura. Adesso si bada solo al profitto. Il profitto è finto, come questa moquette. Non lascia niente. Io lucidavo il marmo tutte le sere. Ci voleva più tempo, certo. Ora ci metto mezz’ora a pulire la moquette ma non lascia soddisfazione. Vedere il pavimento lucidato era un incanto. Arrivavo e andavo via contento”.
La ragazza azzarda un giudizio generale, che le preme dentro: “Oggi il mondo va così, è tutto senz’anima”. L’uomo la comprende: “Voi giovani non lottate. Assecondate chi vi comanda per il proprio tornaconto. Certo, per voi è più difficile. Ma non avete il coraggio di combattere. Io, vede, ho più di sessant’anni. Ma se voi giovani vi alzaste a lottare per quello che è giusto, noi vi seguiremmo”. La ragazza sente malinconia e gratitudine verso l’uomo dai grandi baffi. Lo ringrazia. Qualcuno la chiama. E la voce la riporta a un presente da affrontare. L’uomo le dice “Sono io che ringrazio lei”. Salutandosi si rivelano il nome. E decidono di darsi del tu. L’uomo scompare, come risucchiato da un sogno che finisce. La ragazza torna tra la gente. “Ma che fai, parlavi col cameriere?”, dice una voce coetanea. Lei si infila le scarpe. I tacchi calpestano la moquette. I piedi le fanno di nuovo male. Esce fuori e il vento freddo che si infila tra le poltroncine di ferro bianco la riporta a una vita da ripensare.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'