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Lo spettacolo: La fila indiana. Il razzismo è una brutta storia di Ascanio Celestini

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Quando l’Arci mi ha chiesto di partecipare a questo progetto contro il razzismo ho risposto che l’avrei fatto volentieri, ma che non sarei riuscito a scrivere un nuovo spettacolo.

Quando l’Arci mi ha chiesto di partecipare a questo progetto contro il razzismo ho risposto che l’avrei fatto volentieri, ma che non sarei riuscito a scrivere un nuovo spettacolo. Mi hanno detto che le avevano già sentite alcune storie mie sul razzismo, che potevo ripartire da quelle. Così ho fatto. Ho ripescato in un repertorio fatto di racconti detti fuori dai miei spettacoli. Racconti scritti in fretta dopo l’incendio di un campo nomadi, dopo il naufragio di una barca di emigranti in fuga o dopo la dichiarazione folle e calcolata di qualche politico. Intorno a questi frammenti ne ho messi altri e ho cucito una serie di storie vecchie e nuove alle quali se ne aggiungeranno altre nel corso della breve tournée.

Giancarlo Gentilini è riuscito a dichiararsi contrario anche ai cani immigrati quando l’anno scorso ha detto “noi non vogliamo le razze straniere, noi vogliamo quegli amici dell’uomo che accompagnavano i nostri agricoltori (…) sulle montagne”. Ed è proprio da questo repertorio che insieme a Matteo D’Agostino e Andrea Pesce siamo partiti per scrivere e montare le nostre brutte storie razziste.

Ascanio Celestini

“Bella l’Africa, peccato che esiste davvero”. Irriverente, controcor-rente, graffiante, sornione, Ascanio Celestini ha portato sulla scena un repertorio di racconti detti a margine di altri spettacoli, dal titolo “La fila indiana. Il razzismo è una brutta storia”. Nel piccolo Teatro di Tor Bella Monaca Celestini ha inscenato il proprio monologo davanti ad una platea gremita. Con l’ausilio della chitarra di Matteo D’Agostino, coadiuvato al suono da Andrea Pesce, l’autore ha toccato le sottili corde dell’anima del pubblico presente. Partito da lontano, da quel mondo distante anni luce che si chiama Africa, si è calato nel ruolo di aedo incantatore, tratteggiando con le parole quei micro mondi quotidiani dove ognuno è straniero a sé stesso. Così il focolare domestico, le lezioni di “fila indiana” a scuola, il caffè al bar, il comizio di un intellettuale alla rovescia e l’affollamento su un mezzo pubblico si riducono ad un atto d’accusa verso lo scomodo invasore. Un atto che ha il suo culmine nel momento in cui il politico che fa il verso a Fini – l’intellettualoide alla rovescia – nascosto dietro carnevaleschi occhialoni, sottoscrive dal proprio palco l’ostilità nei confronti degli immigrati. Con i suoi ragionamenti al limite del paradosso e contrari all’ennesima potenza, Celestini ha, di certo intenzionalmente, voluto innestare il dubbio nello spettatore, intimandogli di credere che la realtà presentata esiste davvero, come vere sono le urla registrate di alcuni leader padani che incitano ad un odio, questo sì, surreale. L’attualità che l’attore ci ha presentato è quella naturale del nord Italia, l’humus che fermenta nei comizi della libera Padania; occorre a questo punto fare tesoro delle bestemmie razziste e andare a fondo nella questione, per capire che dai gesti quotidiani – al bar, sull’autobus – alle aule della politica tutto lo stivale del Belpaese, forse tutti noi, è razzista senza saperlo. È Celestini stesso a scoprire le carte, abbatte la quarta parete soltanto alla fine, riproponendo la battuta con la quale ha aperto lo spettacolo: “Bella la realtà, peccato che esiste davvero”. Il na-stro stanco del mondo concreto si riavvolge su se stesso, e allo spet- tatore non resta altro che evitare ricadute dei sensi: il razzismo è più vicino di quanto si pensi, basta guardarlo in faccia.

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