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Cinema: Amabili resti. Quegli incerti confini tra la terra e il cielo

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Per i lettori del romanzo le prime pagine sono indimenticabili: "Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre...

Per i lettori del romanzo le prime pagine sono indimenticabili:

“Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973”.

Dopo venti pagine lette con il batticuore, il primo capitolo si chiude così, seccamente: “La fine arrivò comunque”.

 

Con questo approccio, sconvolgente fin dalle prime battute, inizia il romanzo di Alice Sebold, uno dei casi editoriali della letteratura mondiale: un milione di copie vendute nel primo mese di pubblicazione negli Stati Uniti (agosto 2002); un successo, per un’opera prima, paragonabile soltanto a ‘Via col vento’ (Margaret Mitchell, 1936), di oltre cinquant’anni anni precedente.

Due copertine per il libro di Alice Sebold: ‘The lovely bones’ (Little, Brown Publisher, 2002); ‘Amabili resti’ (Ed. e/o, 2002)

L’autrice. Il romanzo è fortemente ancorato ad un episodio della vita di Alice Sebold, che all’età di diciotto anni, al suo primo anno di università a Syracuse (N.Y), fu violentata da uno sconosciuto, che dopo lo stupro le urinò anche addosso. Qualche tempo prima, nello stesso luogo, un’altra ragazza era stata violentata e poi smembrata. Durante la deposizione di Alice alla polizia, un agente le disse che lei era stata ‘fortunata’, ad essersela cavata.

Dopo aver lasciato gli studi per qualche tempo, e dopo un periodo di sregolatezze, con alcool e altre droghe, Alice Sebold scrisse nel 1999 un racconto quasi notarile sulla sua brutta avventura: ‘Lucky’ (‘fortunata’, appunto), che ebbe scarsa risonanza.

‘The lovely bones’ è un romanzo del 2002 che consiste nella rielaborazione fantastica della stessa esperienza  e dell’altro episodio di stupro seguito da omicidio.

A suo tempo per il romanzo, più di recente per il film, si è parlato di opere consolatorie – o furbe; anche questo si è detto. Certo non si può prescindere dalla vicenda personale dell’Autrice. Nasce, in certe situazioni, un bisogno incoercibile di narrare la propria esperienza per liberarsene. Come se si potesse fare un’opera furba dopo aver sostenuto una simile prova! Chi ha provato a rivestire di parole sentimenti sconvolgenti come la perdita, l’odio e il desiderio di vendetta, può dirlo; solo chi ha dovuto diradare la densità del senso di morte che prende dopo eventi del genere può testimoniare…

Perché (anche) a questo serve la scrittura.

Alice Sebold al tempo della sua partecipazione al Festival delle Letterature (Roma, 2003). Dopo il successo del libro la scrittrice disse, in un’intervista, di aver sentito l’universalità della propria esperienza e l’obbligo di parlare a nome delle tante altre vittime silenti della violenza

La storia. ‘Amabili resti’ racconta dello stupro e dell’omicidio, da parte di un maniaco, della quattordicenne Susie Salmon, strappata alla sua ridente famiglia, mentre si sta appena aprendo alla vita.

Ma Susie non è veramente morta – andata via, perduta -; non ancora, almeno. Dall’alto del suo personale ‘Cielo’, dove si ritrova subito dopo, Susie può seguire le vite e i pensieri delle persone che conosceva, incluso il suo assassino; ma non può interagire direttamente con loro. A volte i membri della sua famiglia riescono a sentire la sua presenza per un tempo brevissimo. Perché molti fili la tengono ancora legata al mondo dei vivi: emozioni positive come l’amore per i suoi cari, negative come l’odio per l’assassino. Da un ‘luogo di mezzo’ che non è più questo mondo e non è ancora l’altro mondo, Susie – e il lettore insieme a lei – seguono i cambiamenti violenti, gradualmente più lenti, poi appena percettibili, delle linee della vita di ciascuno degli altri personaggi, a partire dal giorno fatale.

Della famiglia di Susie, innanzitutto:

il padre Jack, fortemente legato a lei, in vita;

la madre Abigail;

la sorella minore Lindsay;

il fratellino Buckley (insieme al padre, il più sensitivo);

la nonna Lynn;

il cane Holiday;

ma anche – nel cerchio immediatamente più esterno – Ray, il ragazzo di origine indiana che Susie non è riuscita a baciare;

la madre di Ray, la saggia e affascinante Ruana (una figura che non si ritrova nel film);

Ruth, l’amica sconosciuta, dalla sensibilità fuori dal comune;

e infine il sig. Harvey, il bieco assassino.

Tutte queste linee di vita, che prima Susie stringe fortemente a sé e poi pian piano allenta, fino a lasciarle andare del tutto.

 

Quel che rende notevole il romanzo, dal punto di vista della tecnica narrativa, è un’idea semplice come l’uovo di Colombo: utilizzare, nel racconto, una prima persona che è al contempo un “narratore onnisciente” e anche uno dei personaggi, anzi il personaggio principale: Susie stessa che dall’alto del ‘suo’ cielo segue le vicende umane con partecipazione non disgiunta da un certo necessario distacco. Si assommano così i vantaggi di una narrazione introspettiva, tipici della prima persona narrante, con la conoscenza dei pensieri e della vita degli altri personaggi, come pure quella del mondo in generale, che è del narratore onnisciente.

Quindi ‘io narrante in prima persona’, ‘narratore onnisciente’ e ‘personaggio principale’ coincidono; anche se a una lettura attenta sembra che la narratrice si identifichi piuttosto con un altro personaggio, esterno alla stretta cerchia familiare, nel ruolo di osservatrice e tutore; esattamente nella persona di Ruth. Ruth Connors, la ragazza con cui Susie non aveva mai parlato in vita, che ha il dono dello shining (la ‘scintillanza’ di Stephen King e di Kubrick): un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Il film di Peter Jackson è del 2009. Il regista, di origine neozelandese (classe 1961), dalla ricca filmografia, è noto per il successo della trilogia del ‘Signore degli anelli’

Il film. Non è molto frequentata in letteratura e neanche nelle storie del cinema, la narrazione condotta da un personaggio defunto. È evidente come tale artificio costituisca l’esasperazione massima della finzione, all’interno di opere che sono già pura invenzione e rappresentazione fantastica.

Sono perciò abbastanza memorabili i pochi esempi del genere:

Rashōmon è un film del 1950 diretto da Akira Kurosawa. Leone d’Oro alla 16a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (1951); premio Oscar come miglior film straniero (1953).
Viale del Tramonto (Sunset Boulevard) è un film del 1955 diretto da Billy Wilder, con Gloria Swanson, William Holden ed Erich von Stroheim
American Beauty è un film del 1999 diretto da Sam Mendes, con Kevin Spacey e Annette Bening, vincitore di cinque premi Oscar

Questi film così diversi hanno in comune l’impiego dello stesso espediente narrativo: il personaggio – o la sua voce ‘disincarnata’- che racconta la propria versione dei fatti, da un ‘al di là’ immaginario. Ha un’autorità, questa voce, superiore alle altre, per essere fuori dalla mischia del quotidiano, ogni passione spenta. Una voce che può essere anche poetica e appassionata, come in questo ‘Amabili resti’, trasposizione filmica particolarmente fedele – quasi simbiotica, pur nella differenza del mezzo espressivo – dell’opera letteraria.

La giovane Soarsie Ronan (data di nascita 1994) è impressionante per l’intensità della sua interpretazione del ruolo di Susie. Altrettanto apprezzabile la prova di Stanley Tucci nel ruolo dell’assassinio (nomination come miglior attore non protagonista al 67° ‘Golden Globe Award’, anticamera dei premi ‘Oscar’)

Il film – come anche il romanzo – non inizia con il famoso incipit che tutti ricordano – sarà la sorpresa della seconda lettura – ma con una immagine di Susie bambina, affascinata da un pinguino in una boccia di vetro; di quelle con la neve che cade rigirando la palla. Susie da piccola è addolorata per il destino del pinguino, che secondo lei deve sentirsi solo, a vivere lì dentro. Il papà la rassicura: il pinguino non è triste. È  prigioniero di un mondo perfetto. Ma alla piccola Susie – e anche ai lettori – il dubbio rimane…

Poi c’è l’aggancio con la vicenda, alternativamente agita su due piani: quello della voce narrante che rievoca, e i fatti della vita reale di una ragazzina americana di quattordici anni, negli anni ’70.

Il film scorre duro e sognante, come è la storia del libro. Il regista Peter Jackson – insieme alla sua sceneggiatrice preferita, nonché moglie: Frances (Fran) Walsh – vi riversa tutta la capacità visionaria del suo mondo, come era anticipata in uno dei suoi primi film (‘Creature del cielo’, Heavenly creatures, del 1994), e completamente dispiegata nella trilogia de ‘Il Signore degli Anelli’ (2002, 2003, 2004). Nella rappresentazione del ‘Cielo’ di Susie sono largamente impiegate le creazioni della WETA Digital – l’azienda che Jackson ha costituito in Nuova Zelanda (il nome ‘weta’ deriva da un insetto locale, una specie di grillo salterino e spinoso) – che ha curato la post-produzione di questo film come quella di Avatar di Cameron.

Molte delle critiche che il film si è attirato nascono in realtà dalla storia proposta dal romanzo, e dalla rappresentazione del ‘Cielo’ di Susie, definito zuccheroso o ‘new Age’; troppo simile al Paradiso, o troppo diverso da esso. Vagano nel ‘Cielo’ del film immagini della vita terrena, simboli di un mondo dovuto abbandonare troppo presto. Servono a creare un collegamento tra i due mondi, navi in bottiglia e fari di luce, isole di ghiaccio con la forma dei ciondoli della catenina di Susie, boccioli di fiori che sono vivi per una stagione brevissima, il tempo del ricordo, e presto sfioriti…  Lega e amplifica l’atmosfera incantata la colonna sonora di Brian Eno, qui alla prova di una ambient music per il Paradiso.

Soarsie Ronan in un’altra scena del film. La giovane attrice si era fatta conoscere in ‘Espiazione’ (‘Atonement’), un film del 2007 di Joe Wright, tratto da un romanzo di Ian McEwan

Del romanzo si disse, al tempo dello straordinario successo alla sua pubblicazione nel 2002, che fosse la risposta emotiva del paese all’indomani dell’11 settembre. Critica alquanto riduttiva per un tema – quello del distacco, specie dopo una morte violenta – che appare invece del tutto universale. Può sorprendere che la rappresentazione di un luogo intermedio, molto simile al ‘Cielo’ di Susie, si ritrovi anche nella tradizione buddhista. Si è già trattato l’argomento su queste pagine, a proposito delle cerimonie legate al trapasso, in altre culture. Se ne riporta uno stralcio, perché di stretta analogia con il tema che il romanzo e il film propongono: “Le anime uscite dal corpo sono spaventate e indecise, come quando ci si trova in una terra sconosciuta. Esse tendono a tornare nella loro casa, tra le persone e le cose cui sono abituate. Vanno incoraggiate perciò a prendere atto del cambiamento e della loro nuova dimensione, e a lasciare la casa. (…) Esse non sono legate troppo al corpo; sono gli affetti a trattenerle, gli oggetti e il luogo che meglio avevano conosciuto in vita.” [V. su “O”: Le piante del commiato e della memoria (seconda parte)
 del 09.09.07].

 

La vicenda di ‘Amabili resti’ è stata anche considerata un messaggio per le persone che si trovano ad affrontare il dolore di una perdita incolmabile. Perché tra i tanti modi di avvicinarsi ad un libro, c’è anche quello del lettore in stato di bisogno, alla ricerca di qualsiasi appiglio, cui la lettura viene consigliata come una forma di terapia dopo un lutto.

Vero è che, per tutti, dimenticare è necessario. Nella vicenda narrata, colui che con maggior forza persevera nel ricordo e nel dolore, è il padre Jack; il personaggio più avvinto a Susie, che non si dà pace per non esserci stato quando sua figlia aveva bisogno di lui e si carica del compito di vendicarla. La parabola dell’autodistruzione del padre è lucidamente descritta; l’intensità e la persistenza del suo dolore nel tempo, mettono a rischio la sopravvivenza sua e dell’intera famiglia. Susie dovrà andarsene davvero, per liberare il padre.

I lettori che hanno cercato nel libro una soluzione, o un metodo per affrontare il loro personale problema con il dolore, non ne hanno tratto gran giovamento. Perché anche se la storia viene raccontata nell’arco di  anni, si legge però in un paio di giorni; il libro racconta soltanto, del tempo che passa; ma esso non trascorre davvero!

È necessario dimenticare; si ha quasi l’obbligo di farlo. Ma per questo, il tempo deve passare; il dolore sedimentare giorno dopo giorno. Alla fine di questa fase – che per ciascuno prende un tempo diverso – il dolore della perdita viene ‘elaborato’.

È questa la storia di Susie: una presenza che è passata attraverso la vita ed è andata via. Di cui resterà il ricordo, non il dolore.

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