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El diablo

di

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Provate voi a scatenare l’ira dell’inferno pesando quattro etti scarsi! Vorrei vedervi. Eppure c’era un tempo in cui il mio nome avrebbe fatto tremare di paura chiunque lo avesse sentito pronunciare.

Provate voi a scatenare l’ira dell’inferno pesando quattro etti scarsi!
Vorrei vedervi.
Eppure c’era un tempo in cui il mio nome avrebbe fatto tremare di paura chiunque lo avesse sentito pronunciare. Le mie fattezze infernali avrebbero rizzato i peli sulla vostra schiena e spezzato il fiato nei vostri polmoni, contorcendo le vostre budella in uno spasmo isterico.
Avreste chiesto pietà, e io non ve la avrei concessa, ovviamente.
Io sono Dantalion, demone di classe A, sottoposto direttamente a sua Altezza Infernale. Braccio destro di Satana, mente di Belzebù. Sono il consigliere di Lucifero, lo sguardo micidiale della Gorgone e i coglioni onnipotenti di Jezebel. Le piaghe mi temono, la carestia mi da del lei, la lebbra mi evita e la peste mi rifà il letto.
Il Principale, si sa, non ha un carattere propriamente mansueto, la sua ira implacabile si scaglia sulle anime dannate tanto quanto sui suoi sudditi devoti. Un giorno mi colse in flagrante mentre oziavo dalle parti del girone dei lussuriosi e per punizione, per purificarmi e anche perché gli girava così, mi ritrovai incarnato in una inferiore forma di vita canide a pelo lungo, da voi volgarmente chiamata Chihuahua.
Un obbrobrio piccolo e isterico.
Ricardo fui battezzato dalla mia tredicenne padrona, con una “ci” sola perché faceva più chic.
Il giorno del mio arrivo non riuscivo a credere alla mia sfortuna, avrei voluto suicidarmi gettandomi dal divano del salotto, se quella mentecatta mi avesse mollato soltanto per un secondo.
La prima notte in quella casa staccai la testa a morsi a tre bambole, pisciai sulla collezione di uova Fabergé di sua madre e feci del tappeto persiano accanto al letto il mio defecatoio personale. A nulla servirono queste malefatte, il suo amore per me cresceva sempre di più.
Disgustato da cotanto sfoggio di buoni sentimenti, passai i miei primi giorni di vita terrena abbaiando e ringhiando a chiunque, montando qualsiasi caviglia mi capitasse a tiro e sbranando una collezione intera di scarpe di Prada.
Come risposta, ricevevo coccole e croccantini. Più diffondevo odio e distruzione, più mi rimpinzavano d’amore.
Una tortura, altro che l’inferno.
Poi accadde una cosa. Mi accorsi che la nostra dirimpettaia, donna dalle forme di scrofa e dalla voce squillante, era proprietaria di un magnifico esemplare di sesso femminile della mia stessa razza.
Una cosetta bianca, tutta pelo e guaiti, con un musetto da tormentare a colpi di lingua e due chiappette sode e voluttuose. In lei vidi il portamento altezzoso di Lilith e lo sguardo feroce di un’Arpia pronta ad attaccare la sua preda.
Il suo nome era Gisèle, me ne innamorai subito.
La prima volta la incontrai al parco. Indossava un tutù rosa e una maglietta con su scritto “Fottimi, sono una top model.”
Dopo una fugace annusata al mio sedere mi disse:
– Sei carino. Possiamo appartarci un po’ dietro la siepe.
Da quella volta i nostri incontri in ascensore, nel cortile o all’istituto di bellezza furono frutto per me di grandi slanci di passione, e alleviarono di molto le sofferenze alle quali la mia sventura mi aveva sottoposto.
Ogni occasione era buona per un’annusata, una leccatina nelle parti basse o una veloce seduta di petting estremo.
Un giorno, la mia padrona, mi vestì e imbellettò per quella che credevo sarebbe stata una passeggiata in centro, un salto all’istituto di bellezza o un giretto nel quartiere.
Arrivammo in un luogo piuttosto triste, con le pareti bianche e con l’aria che puzzava di cloroformio e disinfettante.
Credevo mi toccasse una visita di controllo, mi stavo preparando ad essere penetrato da quell’orrendo affare che chiamate termometro, quando mi fu messa una mascherina sul muso, e tutto si fece buio.
Al mio risveglio mi ritrovai a casa, disteso sul divano con la ragazzina che mi coccolava.
Mi sembrava tutto a posto, non capivo cosa fosse successo, ma quando guardai verso il basso mi accorsi che tra le mie gambe c’era un grosso taglio che era stato ricucito, e che una parte piccola ma sostanziale del mio corpo non c’era più.
Tremenda sventura, che ha fatto di me un diavolo incarnato in un Chihuahua di nome Ricardo con una “ci” e per giunta castrato!
Gisèle da quella volta mi guarda a malapena, quando ci incontriamo al parco si diverte a mettere su delle oscene gang bang con Boxer, Alani e altri bestioni, facendo di me un voyeur impotente e frustrato.
Qualche tempo dopo ci incontrammo al negozio per animali, io costretto dalla mia padrona a provare una nuova linea di felpe da rapper in nylon acrilico lucido, e lei magnifica in un abitino da sposa bianco con trenta centimetri di strascico.
– Come mai in bianco? – ho guaito vedendola.
– La mia padrona mi compra un maschietto. – Mi ha risposto guardandomi a malapena.
Mi spensi, lentamente. La padrona continuava a rimpinzarmi con ogni tipo di crocchetta, scatoletta, bocconcino e cioccolatino per cani che venisse messo in commercio, con il solo risultato di farmi ingrassare fino a rendermi difficile anche alzare la gamba per pisciare.
Ora passo le mie giornate qui, sul cuscino a forma di corona con la scritta “Boy Toy” che una volta era il mio letto, ma che ora è la mia fissa dimora.
Ma un giorno tornerò negli inferi.
Dopo una boccata di zolfo fresco, mi occuperò personalmente di diffondere un virus letale che spazzi via ogni forma di vita canina dalla faccia della vostra maledetta terra, a cominciare dalla razza Chihuahua.

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