Questa settimana voglio occuparmi della scuola. Sia ben chiaro: non ho alcuna intenzione di addentrarmi nelle recenti polemiche sul maestro unico, ritorno al voto in condotta, grembiule e tagli vari. Piuttosto appare interessante prendere in esame alcune fiction italiane che pongono al centro della propria narrazione il sistema scolastico.
Ed ecco che emerge fin da subito il solito dilemma: la fiction si discosta dalla realtà? Oppure la rappresenta nella sua essenza? E, nello specifico, il racconto della scuola offerto dalla narrazione televisiva quanto è distante dai luoghi fisici che frequentiamo quotidianamente?
A volte si colpevolizza la serialità di inventare una scuola che fa del male all’istituzione, recando un messaggio negativo. Per cercare di centrare l’obiettivo vorrei prendere in considerazione tre fiction completamente diverse tra loro: I Liceali, O’ Professore e Provaci ancora, Prof!.
La prima, trasmessa la scorsa primavera da Canale 5, ha rafforzato l’idea di una contrapposizione tra docenti e adolescenti; descrivendo insegnanti nevrotici, insicuri e, soprattutto, insoddisfatti e adolescenti scostanti, annoiati e privi di alcun interesse. Forse ciò che è mancato è stato proprio il racconto della vita scolastica svuotata dei possibili e molteplici stereotipi.
O’ professore, la fiction con Castellitto, al contrario, ha provato a delineare un affresco che si considera con simpatia ma anche con rabbia. La narrazione ha tentato di rappresentare, senza stereotipi, la dispersione scolastica e la difficile situazione dei ragazzi; la struttura dei dialoghi, realizzati da Rulli e Petraglia, riesce a conservare la verità relativa al modo di vivere l’ambiente scolastico nel napoletano.
Ma la scuola può essere raccontata anche con semplicità, umorismo e un tocco di comicità. È il caso di Provaci ancora Prof! (in onda da giovedì prossimo su RaiUno). La serie segue le varie vicende della professoressa Camilla Baudino, interpretata da Veronica Pivetti, docente di lettere nell’Istituto Tecnico Commerciale “L.Fibonacci” di Roma, intenta a risolvere casi di omicidio dando così una mano al commissario Gaetano Berardi. In tal caso la scuola appare essenzialmente come rumore di fondo, come una delle location da cui muovere per tessere l’intera trama.
Da questo rapido e non esauriente quadro (che mi riprometto di affrontare in uno dei prossimi numeri) emerge soprattutto il racconto di una scuola con pochi stimoli, arricchita dal cinismo della metropoli, dove la narrazione è pervasa dall’inquietudine degli adolescenti che abitano e si muovono in questi spazi.
Ma, a prescindere dal tono della narrazione, la fiction non deve cadere mai, nel suo racconto, nell’inautentico, nell’implausibile, nel finto a tutti i costi. Così come non deve fare il verso alla realtà, ma essere in grado di costruire un racconto coerente su quella realtà.
Se è vero che la nostra scuola sembra essere precipitata al fondo delle classifiche, la fiction può costituire, allora, quello strumento in grado di riscoprire l’onore di studiare e di insegnare, perché a dirla con Seneca mentre s’insegna s’impara.
