Tra i silenzi delle macerie

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Solitamente sulla Roma-L’Aquila, in questo periodo, s’incontrano auto con i portascì che vanno e vengono dalla montagna, anche in mezzo alla settimana.
© Micol Del Pozzo

Solitamente sulla Roma-L’Aquila, in questo periodo, s’incontrano auto con i portascì che vanno e vengono dalla montagna, anche in mezzo alla settimana.
Invece in questo tiepido martedì non facciamo altro che superare velocemente l’enorme serpentone, quasi senza interruzione, di auto, Jeep, camion e furgoni, di protezione civile, pompieri e associazioni di ogni tipo, provenienti da ogni parte d’Italia.
Un serpentone che ha la sua testa al casello d’uscita de L’Aquila, dove, appena pagato e fatto pochi metri, c’imbattiamo subito nelle prime crepe.
Alcune sono piccole, su edifici nuovi, e quasi si confondo con le scritte e i neon di negozi, centri commerciali e banche.
Passiamo davanti al campo sportivo, che da oggi si chiamerà campo sfollati forse per lungo tempo, dove pezzetti di serpentone sono pazientemente in fila per scaricare.
Davanti al campo c’è una fermata dell’autobus, con una donna anziana seduta sulla panchina.
A L’Aquila oggi non fa freddo, ma lei indossa una pelliccia sopra ad un vestito di quelli che usano le nonne in campagna, e non sta aspettando un autobus che non passerà, aspetta e basta; un’altra scossa, qualcuno che le dica dove andare a dormire, un pasto normale, notizie dei suoi familiari, cose che, dette così, sembrano solo retorica da quattro soldi, ma sopra a quella panchina lo sono tremendamente meno.
Passato il campo, lasciata l’auto su una strada in salita con i muri laterali mezzi sfondati, c’incamminiamo a piedi per il centro storico, sapendo bene a quali rischi andiamo incontro.
Basta guardare le tegole pericolanti, i cornicioni, metà sul marciapiede, e metà al loro posto, pronti a venire giù alla prossima lieve scossa.
Le strade della parte vecchia sono quelle con cui inizi ad empatizzare, perché sembrano quelle del centro storico della tua città, simili a quelle di molti altri sparsi per la penisola.
Quasi ti sembra di veder passare qualcuno che conosci nel vicoletto che va verso la piazza centrale.
Solo il silenzio, i water che penzolano dai muri senza più pavimento, le grondaie spostate qua e là dal vento, e i mucchi di calcinacci disordinati, ci fanno ricordare dove siamo.
Anche se è difficile dire di preciso dove siamo, la cosa che più si avvicina a tutto ciò sono le immagini dei bombardamenti della guerra Cecena, quando in Tv ci facevano vedere le case sfondate, con le camere da letto che s’intravedevano nelle macerie.
Anche qui, camminando, ogni tanto ti tocca intravedere la quotidianità dietro a pareti squarciate e porte divelte, e quasi ti senti in colpa a fare dell’ironia sui bizzarri accostamenti di mattonelle verdi e bianche, o sui quadri di Madonne che non hanno aiutato nessuno.
Ma poi capisci che se non fai così, l’angoscia e la tristezza ti potrebbero toccare fin dentro le più oscure parti di te stesso.
Devi per forza sorridere al passaggio di allegri e bizzarri reporter Giapponesi, che se ne vanno in giro con mega Reflex Digitali, vestiti come per un battesimo.
Poi entriamo in un vicoletto strettissimo, uno dei pochi “puliti” con appena qualche pietra sulla sella di un motorino, ma girato l’angolo, un mucchio di macerie ci ostruisce il passaggio.
È incredibile vedere come alcune case e palazzi siano intatti, attaccati ad altri che non ci sono più.
Ci avventuriamo per altri lunghi e silenziosi vicoletti, dove i passi tra i detriti s’amplificano, un telefono squilla dentro ad una casa che non ha più porte, ne finestre, ne balcone.
Non riusciamo a resistere oltre, queste cose siamo abituati a vederle solo in Tv o nei videogiochi, soprattutto noi trentenni, soprattutto a due passi da casa, ed è difficile passeggiare ed osservare, fotografare; i pensieri sono così ingombranti da farti muovere goffamente.
Vedere le imponenti chiese ancora in piedi, ma senza tetto, quelle che sono state impresse su miliardi di pixel di turisti e che adesso non sono buone che per una foto da reportage.
Cerchiamo di districarci tra i consigli dei vigili del fuoco “Qui non si può andare..” “Si metta più distante da questo muro pericolante per fotografare..”, cercando di non abusare della pazienza di gente stremata, con la faccia stanca dalla fatica e gli occhi rossi irritati dalla polvere.
Allora, pensiamo che sia meglio andare via, perché ti senti in colpa per tanti motivi; perché sai di essere un po’ d’intralcio, perché sai che tu non puoi fare nulla qui, perché tu tornerai in una casa.
Prima di salire in macchina, un gruppetto di poliziotti urla cercando di entrare dentro ad un’abitazione recintata con il nastro bianco e rosso.
“Qualcuno ha visto chiudere le serrande.” Fa un ragazzo ad una sua amica.
Forse sciacalli, quelli che vanno a rimestare senza vergogna tra ciabatte e libri impolverati per trovare qualche spicciolo o chissà cosa, pensiamo tutti.
Invece no, sono solo due anziani intrufolatisi a casa loro, “per chiudere le finestre” e “prendere qualcosa da mangiare” diranno poi agli agenti, con delle buste di plastica in mano e due cuscini sottobraccio.
Salutiamo Red, un bastardino dal pelo impolverato e la targhetta lucida, a cui è bastato una carezza per farci compagnia per un bel tratto.
Saliamo in auto, ci avviamo verso casa, una nuova scossa, fortissima, e la gente torna a correre in strada, le auto della protezione civile a correre e le autoambulanze a far urlare le sirene.
Riusciamo a prendere l’autostrada, lasciandoci alle spalle una fetta della nostra serenità sotto alla polvere degli ultimi crolli.

© Micol Del Pozzo
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© Micol Del Pozzo
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