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Zambo e la Maga

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In città non si parlava d’altro, persino gli anziani sulle panchine del parco Massari e all’ombra del Savonarola smisero quell’estate rovente di rimpallarsi i malanni, felici di spippolare dei guai di qualcuno ben più giovane di loro.

In città non si parlava d’altro, persino gli anziani sulle panchine del parco Massari e all’ombra del Savonarola smisero quell’estate rovente di rimpallarsi i malanni, felici di spippolare dei guai di qualcuno ben più giovane di loro.

– Dai un po’ di sesso a ‘sti mezzi morti e li fai contenti – pensava Guido, già sudato, mentre si avviava verso il tribunale dove era chiamato come testimone

La profe e il suo studente minorenne! Una storiaccia! Sesso proibito, la seduzione e il sedotto, addirittura foto rubate con il teleobiettivo in cui si intravvedevano due ombre nelle quali Guido poteva riconoscere Zambo e la Maga solo perché lui era un suo ex compagno delle medie e lei la sua ex insegnante, gli altri ci potevano vedere anche Zorba il greco, e per fortuna!, sarebbe stato la fine del mistero. Perché detta come va detta la Maga e Zambo erano proprio brutti.

Che caldo.

– Merda che stronzo che sono – disse Guido tra sé e sé, aveva una venerazione per la sua profe d’italiano delle medie, la migliore di sempre. Zambo era un timido grassoccio pieno di brufoli e le mani sempre sudate. Degno solo di essere spappolato tra due grandi figure, la madre, pilastro portante della parrocchia, e il fratello maggiore, uno che passava in Ducati salutando con un gesto alla Tex Willer, uno da uccidere tutti i giorni.

– Venerazione – pensava Guido. – Ma a chi credi di contarla? Idiota. – Era stato pazzo di lei, cotto di lei, pendeva dalle sue labbra turgide e irregolari, ascoltava la sua voce con la patta gonfia, leggeva i libri che lei gli consigliava come testi sacri che doveva possedere per piacerle. Quei pomeriggi a casa della Maga con Zambo e altri compagni di classe, i migliori, i prescelti, ad ascoltare Gaber e i Gufi.

– Chi ha ammazzato il gallo?- chiedeva la Maga e noi cantavamo “Son sta’ mi che ho mazzà il gal e coccodì e coccodà” poi un mezzo bicchiere di vino bianco che scendeva fino alle lacrime, e arrivava il buio e si tornava a casa cambiati un po’,

– Quando torniamo, profe?

Chissene frega del suo caschetto sopra il collo tozzo, di quelle tettone appoggiate alla pancia, di quell’abbozzo di gambe che la costringevano a camminare a passetti da piccione, in quella disgrazia di carne la vita urlava.

Il palazzone del tribunale stava arrivando. Guido si permise un lusso che non provava  da bambino, sputò per terra. Troppa saliva? Poca saliva?

– Fanculo Maga e fanculo Zambo. – Pensò all’ammonimento dei suoi genitori quella mattina – stai attento, pensa a quello che dici, conta fino a cinque prima di aprire la bocca – doveva testimoniare, rispondere a delle domande dicendo la verità.

Era terrorizzato dalla verità.

Dopo le medie il distacco, il liceo, le ragazzine belline, qualche altra visita alla Maga con gli altri, ma sempre più distratti, si andava avanti e lei ne era felice.

– Vi ho dato tutto il vento che avevo – diceva – adesso sono cavoli vostri.

Poi.

Poi quel pomeriggio, pioveva a cappelletti, Guido in bici vicino a casa della prof, già bagnato fradicio, suona il suo campanello.

– Sono Guido – urla al citofono – piove!

– Ciao Guido, cosa dici?

– Piove!

– Ma va. Sei sicuro?

– Sì!

– Non ti è sempre piaciuta la pioggia?

– Sì cavolo, ma sono zuppo.

– Fa parte della natura della pioggia inzuppare i viandanti. Non lo credi anche tu?

– Sì, certo. Ma ora vorrei trovare un rifugio. Dai profe, sta diluviando.

– E allora sai che si dice? Profe, puoi aprire la porta e darmi riparo? Che diavolo vuol dire “piove, sono zuppo”, che cosa vuoi?

– Voglio che tu apra ‘sto cazzo di porta!- Urlò Guido.

– Finalmente una frase da uomo – E la porta si aprì.

In casa la Maga gli diede un asciugamano e poi un altro, poi il phon.

– Vuoi una tazza di tè? – gli chiede.

– No grazie, non sono una ragazzina infreddolita.

– Sei un pirla bagnato, infatti. – E ancora quella sua risata che non fa mai del male.

– Quello che vuoi devi urlarlo – dice lei – gridalo chiaro e forte. E se puoi capirlo: non uccidere ma ruba felice.

Fu allora che Guido le si avvicinò e cercò di baciarla. Fu solo uno strusciamento di labbra, la Maga girò il viso.

– Smettila – Ma Guido le cinse le grosse spalle, la strinse a sé e per due secondi, sentì l’odore dei suoi capelli e del suo collo.

– Ti voglio scopare – le disse – Lo voglio più di qualunque altra cosa.

– Levatelo dalla testa o ti riempio di legnate.

Guidò si scostò. Si guardarono, lui sorpreso, lei sorpresa.

– Scordatelo Guido, non è possibile.

– Ma perché? Ti desidero tantissimo, ti adoro, ti sogno da anni, sei…

– No.

Poi lei disse tante cose, che era un idiota e un ragazzo d’oro, che ricambiava ma in parte i suoi sentimenti, senza dire quale parte, di non illudersi di poter piantare il suo pisello in tutto quello che gli piaceva, il tutto con la lucidità assoluta dell’indifferenza.

Guido non suonò più quel campanello, e con la disinvoltura dei suoi pochi anni buttò tutto in un sacco e nascose il sacco. E come sempre accade quel sacco era tutto un buco.

Le porte del tribunale sono enormi, chi ci deve passare, la cavalleria?

Secondo piano aula prima.

Eccolo arrivato.

Guido si ritrovò tra un sacco di persone, molte sconosciute alcune no. Si vide subito con la Maga e si sorrisero.

– Ciao Guido – lo salutò.

– Buon giorno profe – Guido la trovò peggio di quanto la ricordasse, ancora ingrassata  con i capelli ingrigiti e un abitino a grembiule di 10 kili prima. Ma lo stesso viso che aveva ricordato un milione di volte.

– Sei il solo  della  classe – continuò lei – e non ti ho convocato io, voglio che  i tuoi genitori lo sappiano.

– Lo sanno profe, lo sanno. Le notizie viaggiano come una puzza al cinema.

– Bene… e quindi… parente della sposa o dello sposo?

– Solo uno scroccone, mi rimpinzo di confetti e me ne vado.

– Devi dirmi una cosa profe, una sola cosa – pensava Guido – tu e quella mezza palla di Zambo scopate o no? Vi rotolate insieme sul tappeto dove ho vomitato la mia prima sbronza o no? Vi baciate vi leccate vi succhiate e ridete e fanculo al mondo o no? Con questo caldo bastardo dopo una bella chiavatona vi piluccate un gelato metà per uno o no? Voglio sapere questo, di tutto il resto non me ne fotte uno stracazzo smerdato di nulla.

– Questa è una causa pesante per me, rischio grosso – disse ancora lei. – Per fortuna ho un buon avvocato.

Guido lo sapeva bene, si era parlato per tanto tempo di plagio e di corruzione di minore e di anni di galera e bla e bla e si e no e guarda ma pensa ma lo sapevo ma va!

Ma vaffanculo.

La Maga lo presentò a persone che lui non afferrò, si mise a cercare Zambo con lo sguardo.

– Dove sei merdoso – bofonchiava – salta fuori sacco di merda bucato.

– Guido – gli disse la Maga a voce bassa – non so…. spostiamoci un po’ per piacere, qui va bene. Volevo dirti che mi dispiace darti disturbo, ti ha fatto chiamare la famiglia di Zambo, io ti avrei lasciato in pace.

– Certo profe, me l’ha detto.

– E che…. stai tranquillo, stai sereno, lo vedo che sei agitato.

– Non me frega nulla del tribunale, sono contento di averti rivisto, e mi sento… come mi sento?

– Come un idiota – disse lei.

– Me lo dici ancora, è magnifico!

– Sta per incominciare l’udienza. Tu la verità la sai, Zambo, come lo chiamate, è scappato di casa.

– E ha fatto bene!

– Molto bene, l’ho ospitato ed è scoppiato il putiferio. Lo rifarei domani. Ecco il tuo amico. A dopo.

Ecco Zambo.

– Ciao Guido.

– Ciao Zambo.

– Stai da schifo.

– Anche tu sei un bel cesso.

– Ti puzzano le ascelle che fai morire i topi.

– Smettila di metterti i topi sotto le ascelle allora.

Si abbracciano, anche se in Zambo non sente nulla in comune. È sudato come sempre, ma chi non lo è oggi?, brufoli nuovi hanno preso il posto di brufoli vecchi.

– Quando finisce questa storia?- chiede Guido.

– Appena la mia famiglia mi lascia in pace. Ciao! – saluta la Maga che ricambia – non vogliono mollare. Non si rassegnano al fatto che sono andato via da loro.

– E tutto sto casino?, il sesso, il plagio.

– Sono tutte balle che hanno messo in giro mia madre e mio fratello. Vuoi che possano concepire e ammettere in pubblico e in chiesa e mio fratello in ditta che il figlio minore li ha mandati a quel paese perché sono due bastardi? Perché gli hanno reso la vita impossibile per 16 anni? E che una sera mi sono preso su e non sono più tornato? Ci vuole la strega, la puttana, la traviatrice del loro piccolo bambino buono ma…

– Ehi ehi Zambo, non ti fare un pianto adesso. Fatti coraggio, lo so che è questa la verità.

– E quale altra potrebbe essere?

– Che tu e la Maga scopiate come dannati.

– Ma vai a stragare, non ci siamo mai toccati.

– Posso crederti? – Zambo lo guarda, ci pensa due secondi.

– Te lo giuro!

Rapidamente a un segnale che sfuggì a Guido il corridoio si svuotò, quasi tutti entrarono nell’aula, lui e altre quattro persone che non conosceva furono accompagnati in un corridoio riservato ai testimoni, loro non dovevano assistere al dibattimento. Una porta chiusa li separava dalla sala. Faceva un caldo insopportabile, solo un panchetto su cui sedersi. Ma il caldo aveva convinto qualcuno a non chiudere una sorta di finestrella che dava direttamente sull’aula, Guido la vide e si mise a sbirciare dentro.

– Un punto di osservazione perfetto – pensò – qui sono furbi come un setaccio.

Non capiva bene i discorsi che si tenevano dentro, riguardavano una serie di cose successe quella sera in cui Zambo aveva levato gli stracci dalla sua casetta, e come e dove e il di lui fratello che correva… sì, correva in Ducati salutando come Tex Willer, e cercavano e trovavano…

– Dio del caldo!

Guido non riusciva a calmarsi. Zambo e la Maga si guardavano di continuo, e che altro potevano fare, ma lei gli rivolgeva quello sguardo strabico che aveva sempre senza occhiali, e lui ricambiava senza muovere un muscolo del viso.

Nel petto di Guido qualcosa non andava.

Gli vennero in mente alcuni versi, di chi?, boh, un dei vari libri che non aveva mai restituito alla Maga.

Il ghiaccio è sopra

Il ghiaccio è sotto

Il ghiaccio è ovunque

Magari! chi era? William Blake? Boh.

La Maga era in piedi, diceva qualcosa. Si risedette, e il vestito rimase arricciato scoprendo le cosce. Zambo lo vide, diede un’occhiata alla Maga guidando la sua attenzione verso il basso, verso il lembo sollevato. Lei si abbassò la gonna con un lieve rossore e gli sorrise.

Guido ebbe un conato di vomito. Aveva visto.

Si amavano, erano amanti, lo erano da molto, e ora stavano insieme dalla stessa parte, loro contro quell’accozzaglia di sciacalli, il loro sangue contro la loro grettezza.

Non riuscì a ricacciarsi dentro le lacrime.

C’era Zambo nei sorrisi della Maga, non lui, Zambo la sentiva ridere e le poteva stringere le spalle e annusare i capelli quanto voleva, non lui, Guido di merda.

Zambo, la sera che era scappato di casa aveva sicuramente urlato al suo citofono:

– Apri. Apri la porta, aprila subito, sono in pericolo, mio fratello mi vuole menare ancora! – e ora erano insieme.

Qualche testimone era entrato. Sarebbe toccato a lui presto.

Un caldo villano – Calmati – si ripeteva Guido.  – Ti hanno mentito, tutti e due ti hanno detto solo balle, non si sono fidati di te, stronzi arroccati nel cesso del loro segreto del cazzo.

Cosa gli avrebbero chiesto tra poco gli avvocati?

– Lei era a conoscenza di una relazione carnale tra la prof e lo Zambo? – Aveva già sentito questa domanda, era un tormentone per i testimoni. Importava solo questo, anche a lui importava solo questo. Doveva risputargli addosso le loro balle, che gli importava di quei due giuda? Di certo non se l’aspettavano che lui avesse capito.

Guido sudava, gli tremavano le mani dalla rabbia. Non sarebbe stato capace di parlare. Qualche respiro profondo.

Li odiava. Inutile analizzare quell’odio liberatorio e totale, si stava liberando di un fantasma in pochi attimi. Stava già meglio.

Si sedette sul panchetto, chiuse gli occhi salati di sudore.

– Facciamola finita in fretta – pensava – in galera gli stronzi se non passano per il cesso.

Le prigioni sono costruite con le pietre delle leggi

i bordelli con i mattoni della religione

Questo era Blake, ne era certo.

Merdadiddio – pensò Guido – sto diventando come  la famiglia di Zambo.

Era senza fazzoletto da naso, il moccio diventava incontenibile. Più nessuno in quel corridoio. Guido si tolse in fretta i calzini, in uno si diede una bella soffiata di naso e con l’altro cercò di asciugarsi gli occhi. Poi se li mise in tasca.

– E dopo questo bel gesto ho toccato il fondo – pensava – posso solo risalire.

Guido si calmò, il respiro era quasi normale, la fronte no, scottava. La puzza dei suoi piedi spalmata in faccia gli stava ridando l’appartenenza a se stesso.

Avrebbe fatto la cosa giusta. Non era una spia, lui, non tradiva, e valeva anche per le menzogne che gli avevano raccontato come a un babbeo qualunque che tanto se la sarebbe bevuta, lo avevano fregato? pazienza, erano loro i truffatori.

Toccava a lui. Poi avrebbe superato anche questo.

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