Il film: Inception e i mondi replicanti di Christopher Nolan

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Alla fine l’innesto non è riuscito. O forse è riuscito troppo bene. "Qual è il parassita più resistente? Un’idea. Quando un’idea si radica nella mente, cresce come un cancro. Ed è impossibile estirparla."

Alla fine l’innesto non è riuscito. O forse è riuscito troppo bene. “Qual è il parassita più resistente? Un’idea. Quando un’idea si radica nella mente, cresce come un cancro. Ed è impossibile estirparla.” Pazza idea, quella di Inception. Entrare nei sogni altrui per rubare idee o per impiantarne di nuove. Come farebbe comodo la squadra di Cobb nel parlamento italiano! Ma dobbiamo accontentarci. Ecco, appunto: accontentarci. E’ quello che siamo costretti a fare dopo la visione del film. Se da una parte infatti l’innesto nella mente è perfettamente riuscito, quello nel cuore ha incontrato difficoltà e imprevisti. Il problema non sta nella rappresentazione dei sogni che fa Nolan nel film (sogni che quasi sempre non hanno nulla di “onirico” ma obbediscono alle leggi della fisica. Più vicini a quello di Edward G. Robinson in La donna del ritratto che a quelli di Gael Garcia Bernal ne L’arte del sogno). Il problema vero sta nella predominanza delle dinamiche dell’intreccio sulla caratterizzazione dei personaggi.

 

Prendiamo ad esempio gli interpreti dei personaggi secondari. Ellen Page rimane Ellen Page. Joseph-Gordon Levitt rimane Joseph-Gordon Levitt. E perfino Michael Caine rimane Michael Cane. I loro personaggi sono inconsistenti come proiezioni, come ologrammi. Da dove vengono? Cosa li agita? Quali sono le loro motivazioni profonde? Se proietti sullo schermo l’immagine di un personaggio e non il personaggio stesso, rimane l’attore dietro l’immagine. Un corpo riconoscibile e consistente che fagocita l’icona di pixel dentro cui vorrebbe sparire. Purtroppo anche Leonardo Di Caprio, uno degli attori più intensi della sua generazione, non riesce del tutto a dare vita al suo personaggio. La scrittura di Nolan infatti, tutta concentrata sul meccanismo e la struttura della storia, perde di vista i “characters”. Li trasforma in marionette, pedine da manovrare per giungere allo scacco finale. L’empatia del pubblico per Dom Cobb latita. Chi è veramente Cobb? Perché è diventato “ladro di idee”? Come ha conosciuto la moglie? Qual era il suo rapporto coi figli? Il suo viaggio tra i ricordi veri o fittizi non può che riportarci alla mente l’analogo percorso intrapreso dal protagonista di Shutter Island (guarda caso interpretato dallo stesso Di Caprio). Ma mentre lì esplodeva il dramma, fatto di lacrime e sangue, corpi che si sciolgono in un ultimo straziante abbraccio e sguardi che deflagrano, qui la detonazione rimane inesplosa, affidata a una sola scena in cui la potenza espressiva di Marion Cotillard lascia finalmente intravedere tracce di un mèlo abortito.

 

Ancora una volta nel cinema di Nolan il protagonista avanza malinconico nel tentativo di colmare la mancanza della donna che ha amato. Ma questo movimento in avanti è troppo controllato, troppo meccanico. E così l’occhio si distrae e si lascia conquistare da altre suggestioni. Quella sul tempo e la sua durata (Salmi 89: “Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato. Come un turno di veglia nella notte”). Quella sulla vita dopo la morte (Calderon de la Barca ed epigoni. E se la vita fosse un sogno? E se morendo ci risvegliassimo nella vita vera?).

 

Ma troppo spesso le mille suggestioni che irrorano la pellicola rimangono appunto suggestioni. Non riescono a prendere il volo. Non riescono a entrare nelle profondità dell’anima. L’idea di un mondo replicante, di una vita costruita dalla nostra immaginazione giorno dopo giorno (da riesumare Dark City, please), di un’eternità trascorsa insieme all’amato/a. L’idea del sogno che si sostituisce alla realtà, di corpi onirici che vivono talmente a lungo da credersi reali mentre i corpi reali dormono sul tappeto del soggiorno. Quanta bellezza, quanta passione, quanto potenziale in queste idee. Ma l’idea in Inception non si fa carne. Rimane immateriale. Riconoscibile, ma non visibile. Compresa, ma non toccata. Si radica nella mente, innestata dall’abilità di uno straordinario narratore di altri mondi, ma non riesce a penetrare nel cuore. Come un oggetto geometrico e freddo che, al contrario di un corpo liquido, può toccare le nostre emozioni, ma senza entrarvi. Magnifiche visioni (la città che si ripiega su se stessa, l’immensa spiaggia del limbo, l’ascensore dei ricordi, le architetture alla Escher) intrappolate nella retina senza possibilità di scendere giù.

 

Scelta programmatica del regista? Chi può dirlo. Certo è che i personaggi del cinema di Nolan hanno la tendenza ad essere messi da parte dalla complessa architettura delle sue storie. Ciò che conta è stupire lo spettatore. Ciò che conta è l’illusione, o meglio “il prestigio”. Storia o personaggio? La prima batte per ko la seconda in Memento, The prestige, Inception. Di Insomnia si ricorda più l’atmosfera che i protagonisti. E qualche dubbio sorge anche sulla pianificazione maniacale dell’intreccio dei due Batman.

 

Intendiamoci, qui si discute di ciò che si ama. Che Dio benedica narratori come Nolan, capaci di coniugare spettacolo e intelligenza, divertimento e tensione. Ma è proprio questo il punto. Da un cineasta di tale portata ci si aspetta prima o poi il salto, quel quid capace di elevare prodotti di medio-alto profilo in capolavori. In tal senso Inception, che per ingegno della costruzione narrativa e spunti metafisici è una spanna sopra tanto pseudo-cinema odierno, è l’ennesima occasione fallita.

 

A conti fatti, non riesce né a elevarsi a filosofia, come Matrix, né a toccare i nervi del cuore, come Eternal sunshine of the spotless mind. Rimane, appunto, in un limbo. Un limbo dall’architettura affascinante, ma sostanzialmente privo di vita. Un luogo magnificamente costruito ma non abitato, perché il subconscio di Nolan, che dovrebbe popolarlo, sta un passo indietro rispetto alla completa, totale lucidità mentale di un regista/scacchista che ha già previsto tutte le mosse dell’avversario vanificando qualsiasi tentativo di replica. “Non ricreare mai dalla memoria. Immagina sempre posti nuovi,” spiega il protagonista del film al nuovo architetto dei sogni. E’ la sintesi perfetta del cinema di Chris Nolan. Ed è questa forse la chiave per amare i suoi film. Nolan è un architetto. Costruisce mondi e ce li mette in mano. Poi sta a noi popolarli col nostro subconscio. E’ chiaro allora che nello spazio metafisico di Inception non c’è posto per il mèlo. La furia, il caos, l’imprevedibilità dell’umano lasciano il posto alla geometrica im/perfezione di quadri dechirichiani che ci precipitano in un abisso dove la distinzione tra reale/irreale, vita/morte, volere/potere si fa labile e incerta. Basterebbe salire di un livello per passare dalla certezza al dubbio, dal fascino all’emozione. Basterebbero piccoli squarci nella tela, alla Lucio Fontana, per scardinare impercettibilmente il disegno perfetto di Nolan lasciando intravedere, dietro il reticolato di muscoli e vene, il sangue che pulsa nel suo corpo/cinema. Basterebbe un gesto di Cobb, qualcosa di imprevedibile e folle, il dubbio che si insinua nella sua mente, per far deragliare il film verso direzioni nuove ed impreviste. Ma Cobb segue i binari che sono stati tracciati per lui. Senza le esitazioni di Truman Burbank. Senza le domande di Rick Deckard. La trottola non cadrà mai dal tavolo. La trottola continuerà a girare all’infinito su se stessa.

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