Max Stèfani: “Mucchio selvaggio Forever Young“

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In una giornata soleggiata, ho incontrato Max Stèfani per parlare del “Mucchio Selvaggio”, di politica, di cani e di Trentanni di giornalismo libero da ogni imposizione. L’incontro con “il Direttore”...

 

In una giornata soleggiata, ho incontrato Max Stèfani per parlare del “Mucchio Selvaggio”, di politica, di cani e di Trentanni di giornalismo libero da ogni imposizione. L’incontro con “il Direttore” è stato illuminante, Max è come quella canzone che contiene in sé l’essenza del Rock ‘n’ roll: Forever young.

Quanto è importante essere coerenti con se stessi nella tua professione?
La coerenza crea problemi. Spingere i collaboratori ad essere imparziali sulle scelte, ad esprimere le proprie opinioni senza farsi influenzare da amicizie con gli artisti chiamati in causa, questo ci rende un’anomalia agli occhi delle catene di distribuzione che preferiscono ignorarci.

Quanto conta la voce de “Il Mucchio” nell’editoria Italiana? Siete una realtà marginale o realmente visibile?
“Il Mucchio” è una voce stonata. Il numero esiguo di copie vendute ( quindicimila in tempi di vacche grasse) permette una totale libertà di azione. Per nessuna delle nostre inchieste ci arriverà mai una querela. (È di questi giorni la notizia dell’abbandono di Michele Santoro del forum “Articolo 21”, dopo una polemica con Massimo Del Papa, collaboratore abituale de “Il Mucchio”. N.d.I )

Prima della querelle con Santoro, Massimo Del Papa ha polemizzato ampiamente con “Indymedia” , che per screditarlo aveva “postato” una tua mail nella quale parlavi di Del Papa in termini non entusiastici. Cosa pensi di Massimo Del Papa?
Penso che “indymedia” abbia cercato di colpire Massimo per via della sua indipendenza di giudizio, e lo ha fatto sfruttando anche me: infatti quella lettera non è mia. E questo avviene perché “indymedia” non ha direttori responsabili, è come se non ci fosse nessuno dietro, è quindi impossibile anche solo cercare di querelarli. Anche se penso non li querelerei: non credo in una cosa del genere.

In Italia, la politica è sempre più lontana dalla società civile. C’è un distacco che fa paura, tranne che per gli atteggiamenti da “furboni”. Quelli ce l’abbiamo nel DNA.
Chi fa politica è fondamentalmente un bastardo. Non ho mai visto un politico per il quale non abbia provato repulsione. E questo vale sia per la Destra che per la Sinistra, che vorrebbe essere la detentrice della cultura. Sono più arroganti, a Sinistra, proprio perché credono di essere sempre nel giusto: quelli di Destra almeno sono, in questo, tristemente coerenti.

La Chiesa ha il fiatone rispetto al presente. Ma perché allora la sua influenza è così viva, in Italia? È solo per via del Vaticano?
All’interno dei cattolici, esclusi alcuni, la gran parte vuole avere l’ultima parola su troppe cose: si sono scagliati addirittura contro delle carte da gioco per bambini (lo dico perché mio figlio ci gioca)! È come se tutte le cose nuove dovessero nuocere all’ordine costituito anche se poi sono effettivamente innocue. Sono altre le cose brutte sulle quali la Chiesa preferisce sorvolare, una su tutte: il silenzio dei vari pontefici che si sono succeduti negli ultimi anni sulla dittatura di Pinochet in Cile. Una storia sanguinosa che ha avuto fra le sue vittime anche dei sacerdoti, ma dal Vaticano non è giunta nessuna dichiarazione, se non la concessione del permesso ad officiare i funerali del dittatore in Chiesa.

Hai scritto un libro che parla di cani e te lo sei autopubblicato. Visto l’interesse per l’argomento e le migliaia di fiction con attori a quattro zampe (che recitano meglio dei bipedi), non hai trovato nessuna casa editrice interessata alla tua proposta?
Seppia, la mia vita con un cane io lo vedo di più come un divertimento oppure un libro rivolto esclusivamente a chi ama e possiede un cane (Celà ti fischiano le orecchie? N.d.I.). Avrei anche altro materiale, ma non ho il tempo per pubblicarlo, anche perché, come con Seppia, dovrei occuparmene completamente da solo. Non ho grandi case editrici che mi vengono dietro, anche perché queste ragionano in termini di vendita dell’immagine dell’autore, e con me non ne avrebbero una potabile.

Da un po’ di tempo, i musicisti si cimentano in doppie carriere, soprattutto per quel che riguarda la scrittura: non ti sembra un po’ una furbata per alzare qualche soldo in più?
Non amo i musicisti-scrittori, anche se devo ammettere che alcuni sono davvero bravi, come Clementi e Cohen. Per gli altri, vale il discorso che sono dei “marchi”, e il marchio vende: se compri il disco di un’artista che t’interessa, cerchi di averne anche il libro, come anche il film e altro.

Avete avuto una querelle con i Subsonica: voi li attaccavate per la loro partecipazione ad un cd allegato ad un giornale di Berlusconi, loro vi rispondevano dicendo di aver inferto, con la loro musica, più danni al sistema politico di qualsiasi altro artista italiano, e che quel gesto non era incoerente. Dove sta la verità?
La verità sta nel fatto che i Subsonica, come quasi tutti i musicisti, hanno un mercato, quindi devono fare soldi, e alla fine i propositi artistici vengono sempre sostituiti dal mestiere che arriva con l’appagamento da conto in banca ricco. Ma al di là di questo, il rapporto tra loro e il giornale si è ristabilito.

Coerenza, appunto: qual è l’artista più coerente con cui hai avuto a che fare? E il più incoerente?
Per coerenza, penso subito ai Gang. Anche i Diaframma. Ma sono pochissimi.
Per l’incoerenza, invece, c’è l’imbarazzo della scelta: non so, mettiamoci Piero Pelù…

Quanta strada deve fare il giornalismo musicale italiano per scrollarsi di dosso quel che l’ha reso periferico?
C’è troppo provincialismo. Tutti si improvvisano recensori, ed ogni quotidiano propone il suo supplemento, ufficialmente dedicato all’arte, ma che poi si rivela una marchetta acritica all’industria discografica. Sono zeppi di pubblicità. E così, troppi dilettanti cercano di fare carriera facilmente, ammazzando i giornali specializzati perché gratuiti o venduti a costi ridicoli.

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