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20 – 40 – 120 – 180

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il nome di mio figlio era Lorenzo; di lui non ho più neanche una fotografia. Il suo viso non voglio più ricordarlo. So come va a finire: 20 – 40 – 120 – 180. Rivedo i suoi occhi, la curva del naso, la pelle liscia con le lentiggini dell’infanzia: 20 – 40 – 120 – 180.

Il nome di mio figlio era Lorenzo; di lui non ho più neanche una fotografia. Il suo viso non voglio più ricordarlo. So come va a finire: 20 – 40 – 120 – 180. Rivedo i suoi occhi, la curva del naso, la pelle liscia con le lentiggini dell’infanzia: 20 – 40 – 120 – 180. Lo so, lo so bene come va a finire: le lentiggini si allargheranno in macchie di sangue e 20 – 40 – 120 – 180 pezzi di vetro nella fronte e nelle orecchie; altrettanti i frammenti di ossa tra i capelli. Uno dei suoi denti appena cresciuto, uno di quelli che gli sarebbe dovuto durare una vita, che avrebbe lavato con lo spazzolino tutti i giorni, che avrebbe curato se si fosse cariato e che alla fine avrebbe visto cadere, si era appiccicato con un grumo di sangue sul cruscotto. Lorenzo aveva sfondato il parabrezza e poi era scivolato giù come a volersi mettersi in braccio. 20 – 40 – 120 – 180 i numeri che non erano coperti dal suo sangue. Perché ricordo una cosa tanto stupida?

20 – 40 – 120 – 180
20 – 40 – 120 – 180
Non faccio che ripeterli da quando vivo solo, in questa palazzina di quattro piani e diciotto appartamenti di una città finora sconosciuta. Ma questo è il mio posto adesso, davanti alla porta dell’interno 11: passo ore occhio e orecchio accostati alla porta. Di notte mi copro le spalle con una coperta e resto all’erta a ogni scricchiolio dell’ascensore oltre la porta. 

È vivo – dicevano. Suo figlio è vivo!

20 – 40 – 120 – 180…
Se fossi stato un meccanico, un ferroviere, un fornaio, un avvocato, un impiegato del catasto, un astronauta o magari un paracadutista, ancora per un minuto avrei potuto sperare. Invece sono un chirurgo è non ho potuto fare altrimenti: con una firma su un modulo ho dato a una donna il cuore di mio figlio.
Ora vivo di fronte casa sua. La spio. È una donna anonima, insipida; grigia più che pallida. Trattengo il respiro, con il corpo aderente alla porta, resto fermo a guardarla: 20 – 40 – 120 -180, cerco in lei quello che ho perso.
Il giorno in cui mi trovo faccia a faccia con lei è un giorno come un altro. La guardo aspettare l’ascensore, poi dalla finestra del bagno dopo duecentoventidue secondi la spio uscire dal portone. Cinquantasette minuti ed è tornata, nella borsa della spesa spunta un ciuffo di sedano. Quella anonima donna, con le sue guance flosce, la pelle grigia, i capelli senza luce e il sorriso senza stelle ha il cuore di Lorenzo
20 – 40 – 120 – 180
20 – 40 – 120 – 180

Mi apposto davanti alla porta di casa e capisco che qualcosa non va. Non sento il rumore dell’ascensore. Silenzio. Sono fuori e scendo le scale incerto. La cabina dell’ascensore resta sospesa tra il primo e il secondo piano; allora, veloce mi precipito giù. 
Per la prima volta ci guardiamo negli occhi. Le ciglia calano un’ombra sul viso e il fiato mi si ferma. Riconosco la smorfia che le compare in viso. Il labbro inferiore preoccupato stretto fra i denti, il superiore che accenna un broncio: è la smorfia di mio figlio mentre mi mostra il suo giocattolo. La trottola non gira più! – e con quel broncio me lo porge perché lo aggiusti.
La prego, mi dia una mano, mi sento affaticata per via del cuore…
L’aiuto a sedersi su uno scalino a riprendere fiato. Il broncio sparisce, ora sorride.
Ho chiamato l’assistenza, tra 60-70 minuti saranno qui. Intanto, posso farle compagnia?
Le sono accanto adesso. 20 – 40 – 120 – 180 non ci sono più nella mia testa, ora sento solo Lorenzo battere forte.

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