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Valentina Gebbia: “Scrivere è sempre una sorpresa”

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La cosa bella e sorprendente di un libro è che mentre si legge si parla con chi l’ha scritto, sì, magari fino ad un istante prima non sapevi chi fosse...

La cosa bella e sorprendente di un libro è che mentre si legge si parla con chi l’ha scritto, sì, magari fino ad un istante prima non sapevi chi fosse e di cosa avreste parlato, poi all’improvviso… ma che fa, ti spiega i ricordi?… i suoi… ma sono i tuoi o i suoi? o forse sei tu che continui a parlare dentro di te a sfogliare un altro libro insieme a quello di lui, dell’autore, e i ricordi si confondono… allora quell’immagine e quell’impressione, non era solo la mia…
Io Palermo l’ho poco frequentata, vista dentro le esperienze di miei amici studenti fuori sede; vivevano nelle case un po’ sdirrupate del centro storico accanto ad extracomunitari e a gente del popolo; le abitazioni erano davvero precarie, però chi poteva immaginare il tesoro di quei terrazzini su in alto! Piante di basilico e mattoni di terracotta tra i tetti di Palermo, la Martorana e il Monte Pellegrino… e il cielo “…si era chiesto se la gente sapesse quanto azzurro può contenere il cielo di Palermo e quanto sa entrare nell’anima di ognuno per trasformarsi in orizzonte…” mi fa eco Valentina Gebbia… o io facevo eco a lei?
In fondo avevo la sensazione netta di stare chiacchierando con lei, leggendola.
L’amica mia viveva in una di queste case e al piano di sotto ci stavano le “palle”, così le chiamava lei, le figlie enormi di un certo mago vattelappesca, che se non fosse stato per il loro vociare che le annunciava quando mettevano l’adipe fuori dalla porta, sarebbe stato necessario un semaforo a dirigere il traffico su e giù la strettissima scala… e poi le clienti del mago e le liti in famiglia e le vicine dai panni sempre pronti da stendere per fare curtigliu. Ho visto riaffiorare queste immagini, le mie, le ho viste mescolarsi con quelle di Valentina Gebbia: Fana col suo occhio “fàvuso” e la dipendenza smodata dal cibo e sua madre sensibile all’amor di madre, appunto, quanto ai cardi fritti con la pastella e ai “cicirelli” e il tennerume e la pasta con le sarde. Mi son viste le donne grasse ai balconi, sempre pronte a fare vuci e dire vastasate come la signora affianco e quella dirimpetto di Valentina o quella seguace del metodo Montessori che ricordo io: – Rosalia figlia mia, oltre che brutta sei pure cretina! – Mi son ricordata dei maniaci e dei vastasi come il vecchio della “pìnnola” in fila alla posta. Mi son ricordata di tutto questo e mi sono emozionata leggendo Palermo, Borgo Vecchio e mi sono spanciata dal ridere, e mi sono bloccata davanti al libro come davanti ad un babà alla crema per un lunghissimo brevissimo istante, il tempo di divorarlo tutto. E alla fine però mi son ritrovata stranita come chi, senza accorgersene, ha dato le generalità al telefono a uno sconosciuto e rimane lì con la cornetta in mano: ma chi è… con chi sto parlando? Cu iè sta Valentina Gebbia? Presto fatto la cerco su internet e quando la incontro so già che ha scritto altri tre romanzi sulle investigazioni della famiglia Mangiaracina, lei, quella che scrive e fa ridere come un maschio ma è una bella bionda normanna di Palermo, e che ha pubblicato anche un libro sui fuochi fatui di Caronia e un altro su un bimbo disabile e il suo cavallo e un altro ancora di cui mi piace il titolo: A qualcuno piace il caldo e un altro ancora e un altro ancora, lei, quella che ti racconta come mangiano i palermitani e ti spiega la ricetta della pasta con le sarde ed è tutto un mondo che puoi scoprire andando in giro nei pressi della rosticceria San Francesco o in qualche pasticceria, magari quella nella strada sotto la Cattedrale, a zonzo per il centro storico dentro un’atmosfera di splendore e di abbandono spettacolare, tra voci antiche mescolate con quelle del presente, dei marocchini e dei tunisini e di tutti gli extracomunitari che vivono in questa città; e te ne accorgi mentre vai a zonzo, così e magari hai la fortuna di visitare una Chiesa minuscola, quella del Serpotta, sì chiusa al pubblico da quando si presero una tela preziosa e un puttino, sì i puttini che giocano, che uno tira il pisello all’altro, e magari girando ancora scopri dell’altro in un posto così, ancor di più se ci nasci in un posto così: Palermo, e sai raccontarlo.

Valentina Gebbia, so delle tue tante professioni, dalla conduttrice radiofonica all’impiegata in Banca. Adesso che lavoro fai? Per caso la scrittrice a tempo pieno?
Scrittori a tempo pieno credo lo si sia sempre. Scrivere è annusare la vita usando il senso più primordiale e, come carta assorbente, raccogliere vita sempre e comunque. Scrivere e vivere solo di scrittura è molto più complicato. Sono scappata da altre professioni perché mi strozzavano e ho troppo bisogno di sentirmi libera, almeno da orari fissi e catene visibili. Oggi sono giornalista, ho una piccola Casa editrice, pubblico una rivista, realizzo documentari e ho varie collaborazioni. Poi ho anche un percorso giuridico, ma quella è un’altra storia, come dice il mio noto collega.

Perché noir siciliano? e perché i due termini assieme sembrano strani e già fanno ridere? Ed il noir è un pretesto per scrivere della Sicilia oppure sei una scrittrice di gialli che non possono non essere comici in quanto ambientati in Sicilia?
Una notevole componente del fascino della Sicilia è il suo essere, a un tempo, la più luminosa e oscura terra del mondo, quindi il noir è nello stesso tessuto siciliano. Io scrivo gialli e non solo gialli, ma l’ironia, il divertimento in filigrana, sono una caratteristica della mia indole e quindi anche del mio modo di raccontare. Mi sforzo sempre di guardare alle cose con un sorriso.

Avrai capito passo passo dove voglio arrivare, dalla rivista di una scuola di scrittura c’era da aspettarselo: la tecnica. Valentina Gebbia, le domande in proposito sarebbero una valanga, magari da trarne, ognuno di noi appassionato di scrittura, una ricetta. Come nasce un giallo? Con una formula matematica, un puzzle da completare? Quanta pratica di scrittura serve per arrivare a Palermo, Borgo Vecchio? Come nasce la tua scrittura e da quanto tempo e quanto tempo vi dedichi? Sei una di quelli che lo fanno ad orari fissi per non perdere l’esercizio con la pazienza e la costanza dell’artigiano, oppure aspetti l’ispirazione, l’idea che viene a trovarti di notte e si sviluppa da sola nel dormiveglia… e poi, all’inizio dico, come è andata? Mandi il manoscritto ad una casa editrice e dopo un mese, zacchete! e ti pubblicano?
Posso dire come nascono i miei gialli e i miei romanzi in genere. Io sono il contrario della metodicità, dell’ordine e degli schemi. Non parliamo poi della matematica… Parto da un’idea e da una fase in cui penso, raccolgo, rifletto, viaggio, parlo da sola o con chiunque mi interessi per la storia, fotografo, registro, lascio appunti sconclusionati dappertutto e scrivo di giorno, di notte, in auto sul volante, in coda alla posta… Poi, quando ho il mio panorama mentale abbastanza nitido, mi metto al computer preferibilmente di buon mattino per circa un mese e butto giù la prima stesura che affiora, sguscia, acquista personalità, cresce con me. A volte ho ben chiaro solo l’inizio e poi i personaggi mi prendono la mano, altre so per certo come finirà ma non come ci arriverò. Insieme ai miei personaggi rido, piango, ho paura, m’innamoro, soffro… È sempre una sorpresa, è un lavoro che adoro.
Il giallo è stato ed è ancora una palestra, un buon modo per ritrovare il percorso, per non perdermi. Il “criterio del giallo” non ti consente di giocare scorrettamente col lettore, hai l’obbligo di condurlo per mano senza imbrogli e senza improvvisare, altrimenti il plot non funziona. Si può applicare, a mio parere, a ogni genere di scrittura, anche quando i protagonisti sono vivi e vegeti.
Circa l’editore, la pubblicazione, il mesetto di attesa e via, mia cara, si tratta di sudore, lacrime e sangue. Per me oggi è più semplice, ho due editori che si fidano di me e non ci sono grosse difficoltà, ma ancora adesso, se voglio pubblicare un libro che ritengo “necessario” e magari non troppo commerciale… me lo pubblico da sola.

Intellettuali, scrittori s’interrogano sull’identità di Palermo, magari va di moda, che so… Cos’è questa città per Valentina Gebbia, com’è? Davvero può succedere, come racconti nel libro, che una pala d’altare dipinta da Raffaello se ne stia nell’immondizia di una Chiesa abbandonata e i palermitani si ricordino più della beffa legata al dipinto che al dipinto stesso?
Palermo non può certo essere definita con pochi aggettivi, come forse qualunque altro posto del mondo, anche se noi palermitani continuiamo a pensare di vivere in un unicum irripetibile. Certo, ha un fascino indiscusso, solare e perverso insieme, gioioso e tragico. E qui può accadere quello che io e altri descriviamo e tanto altro ancora. La mia idea è che bisognerebbe amarla davvero questa città e, se accadesse, tante storture sparirebbero per sempre.

Ti hanno mai detto che il tuo humour sembra quasi maschile? (Ed è forse un pensiero molesto che è venuto anche a me, magari indotto, speriamo!). Ma esiste una differenza tra humour maschile ed humour femminile? Scrittura maschile e scrittura femminile?
Mi hanno detto che ho un humour e una scrittura “maschile”, io non so cosa voglia dire e non credo che si possa categorizzare anche questo.

La sensazione che si ha coi tuoi personaggi, di un realismo straordinario, è che tu più che inventare li abbia semplicemente descritti in azione prendendoli dalla strada, da Ballarò, dalla Vuccirìa, dai borghi appunto. Quanto c’è di inventato e quanto di vero nella famiglia Mangiaracina? Anche negli altri romanzi della serie lasci l’ultima parola a Terio (l’intellettuale di famiglia) e mostri un debole per lui?
Sono solo personaggi letterari, non c’è nulla di vero, il fatto che siano realistici mi pare una condizione fondamentale. Per me, ormai, sono quasi dei parenti acquisiti. Li amo tutti, non ho preferenze e una parte di me, del mio intimo, c’è in ognuno di essi.

Alla fine dopo le magagne, gli imbrogli, gli omicidi, il traffico impossibile della città, gli investigatori Mangiarcina si ristorano sul terrazzino come fa anche Piazzese nei suoi romanzi al sottofondo di uno dei dischi della sua enorme teca. Quali sono i rapporti con gli scrittori della tua città? Parlate della stessa Palermo?
Con alcuni miei conterranei, come Cacciatore, Palazzotto, Toscano, ho un bel rapporto di amicizia e apprezzamento reciproco, ma, in generale, soffro la consapevolezza dell’individualismo tipico dell’indole palermitana. Stimo Piazzese, cui tu fai riferimento, o Alajmo, e stimo altri meno, ma trovo bello e stimolante che una città produca tanta letteratura e che ognuno descriva ciò che vede e sente in modo assolutamente personale. A volte, però, mi disturba che si racconti Palermo o si ambientino i romanzi qui solo perché, dicono, faccia moda.

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