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Le scuse del Grande Fratello

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Siamo in Italia, e qui può succedere anche questo. Può succedere che per giorni interi grandi, piccoli e insignificanti media abbiano seguito con tanto ardore il fatto.

Siamo in Italia, e qui può succedere anche questo. Può succedere che per giorni interi grandi, piccoli e insignificanti media abbiano seguito con tanto ardore il fatto. Può succedere che firme autorevoli dei quotidiani abbiano analizzato la questione da tutti i punti di vista, che giornalisti televisivi di tutto rispetto abbiano imbastito in fretta e furia trasmissioni aventi lo stesso spessore del “Grande fratello” in studio con commento dei vicini acclusi. Ce l’ha fatta di nuovo ad avere su di sé i riflettori, incredibile, ma vero. Che l’abbia architettato lui il piano fin dall’inizio o meno, Berlusconi si riconferma un genio della comunicazione. E tutta la faccenda non può non lasciare un vago senso di profonda disperazione, sotto diversi profili.
La lettera della Lario. Tanti fra chi crede ancora nel ruolo sociale del giornalismo non avrebbero voluto essere nei panni di Ezio Mauro, il direttore de “La Repubblica”. Si può parlare per ore dell’etica della professione, ma è sicuramente più facile farlo da un piccolo giornale di provincia che dietro la scrivania di uno dei più importanti quotidiani del Paese. Insomma, arriva in redazione una dichiarazione scritta della moglie dell’ex-premier, anzi, di più: una richiesta di scuse pubbliche. Una bomba. Ci si può indignare quanto si vuole, ma 99 su 100 avrebbero fatto la stessa scelta di Ezio Mauro. E, al limite, si può parlare anche di una piccola soddisfazione nel leggere il titolo de “La Repubblica” del giorno dopo: “Berlusconi chiede scusa”. Il gioco è questo: ognuno provi ad immaginare un motivo, anche personale, per cui è lecito esigere le sue scuse. Non dovrebbe essere difficile. Quindi, si può continuare gongolanti nella lettura del quotidiano. Ciò nonostante, è triste, infinitamente triste trovarsi quel titolo a tutta pagina, che eleva automaticamente il “fattaccio” a questione nazionale. Ecco qui, anche questa è fatta, tanto per rendere del tutto evidente la realtà a chi si rifiutava di vederla: la distinzione tra pubblico e privato diventerà una formalità superflua. Chi ha detto che i panni sporchi si lavano in casa propria? Se così fosse, bisognerebbe certo faticare molto di più per tornare sulla bocca di tutti. Nessuna illazione, per carità. Tanto più che gli italiani dovrebbero esser lieti di vedere di nuovo in gran forma il Cavaliere – quello delle avances imbarazzanti alla Presidente della Finlandia Tarja Halonen tanto per dirne una – che nei tre mesi successivi alle elezioni era caduto in un serio stato depressivo. Chissà da dove viene tutta questa sorpresa nel parlare dei suoi fatti privati; dopo tutto è quello che è successo per cinque anni. Il capitolo sentimentale era l’unico che mancava, ma per fortuna questa lacuna è stata colmata. Ci voleva proprio, ora che si discute tanto di famiglie di serie A e famiglie di serie B.
Entrare nel merito della questione vorrebbe dire aggiungere parole che andrebbero inutilmente a sommarsi alle tante ripetute innumerevoli volte nei giorni passati. Meglio chiudere in fretta il discorso come hanno fatto tutte le parlamentari azzurre: “tra moglie e marito…”. Però, c’è un però su cui non si può passare oltre con leggerezza. Tanto per cominciare, l’innalzamento di Veronica Lario a paladina delle donne, avvenuto con particolare fervore tra le signore di sinistra. Scrive Natalia Aspesi su “La Repubblica” del 1 Febbraio: “C’è una parola molto bella e ormai poco praticata che la signora usa più volte e che deve aver colpito anche Berlusconi, lasciandolo interdetto: dignità, la sua, di donna e di moglie”. Parola senza dubbio impegnativa, densa di profondi significati. E quali sono questi significati sottolineati dalla Aspesi – che li riporta direttamente dalle parole dell’ex-first Lady – ? “[…] vivere per anni, nel caso della signora, 27, nella riservatezza, accanto a un uomo pubblico di grande potere e vistosità, per essere nel privato il centro dell’equilibrio e della serenità della famiglia: è accettare nel rispetto e discrezione nel lungo rapporto coniugale gli inevitabili momenti di sconforto e di incomprensione; è far finta di niente, anno dopo anno, di quello che gli uomini chiamano scappatelle e che le donne chiamano volgari tradimenti”. Se dignità vuol dire subire qualunque tipo di sopruso in silenzio, sicuramente più di una donna ne farebbe volentieri a meno.
Ma è un’altra la questione allarmante. Tra i tanti commenti fioccati sulla vicenda, alcune voci – non solo maschili – hanno fatto presente un sospetto. E se tutto ciò fosse una manovra della signora per “scendere in campo”? Che una donna, per entrare in politica, abbia bisogno di prepararsi il terreno facendo parlare della sua vita privata, è già abbastanza deprimente. Lo sono però ancora di più i sospetti in merito. Più che elogiare lo sfogo di una signora umiliata da anni dalle “sparate” pubbliche del marito, e da anni rimasta nell’ombra, di questo dovrebbe preoccuparsi lo pseudo-femminismo moderno.

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