La crociata del popolo Trash

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Una mia amica mi ha raccontato di aver visto a piazza del popolo, un vero e proprio esercito umano. O meglio, di uomini costruiti con rifiuti. La cosa mi incuriosisce...

Una mia amica mi ha raccontato di aver visto a piazza del popolo, un vero e proprio esercito umano. O meglio, di uomini costruiti con rifiuti. La cosa mi incuriosisce e vado a vedere. Scendo a Flaminio, esco dalla metro ed ecco che mi trovo davanti circa mille figure ad altezza e forma umana (1.80 metri). Nonostante fossi preparata ad una visione del genere, inutile negare come tale insieme colpisca inevitabilmente l’attenzione di chi vi si ritrova davanti.

 

Peccato che con l’ora legale, nonostante siano già passare le 18, c’è ancora luce e quindi non posso godermi l’illuminazione notturna che renderà il tutto sicuramente più suggestivo. Vado a leggere il manifesto relativo e scopro che l’autore è il tedesco Ha Schult, uno dei maggiori artisti della Action Art che, per fabbricare quest’esercito, ha utilizzato 35 tonnellate di rifiuti urbani ed industriali. Mi faccio spazio tra la folla, mi avvicino a qualche “statua” ed intravedo vecchie lattine, scatole, tastiere di computer e circuiti elettrici.
La cosa mi ricorda un po’ una ragazza portoghese che lavora a Palermo, e che utilizza vecchi pneumatici per realizzare borse, cinture o spille. Per dimostrare come da un materiale che reputiamo “inferiore” o ormai “finito”, sia ancora possibile ricavare qualcosa di bello. Personale critica allo sfrenato e dissennato consumismo dell’età moderna, per cui, per la fretta di comprare e consumare sempre di più, siamo portati a snobbare ed eliminare materiali ed oggetti che ancora, invece, potrebbero avere una qualche utilità e, addirittura, una seconda vita.
Qui il messaggio è molto simile, ma ancora più forte. Perché Ha Shult non si limita a far vedere come possa essere definita “arte” qualcosa che utilizza semplici e degradanti rifiuti che l’uomo tende ad allontanare da sé quasi per sentirsi superiore, ma, visto che ciò che ha creato sono proprio uomini, lancia un messaggio ulteriore, più che mai diretto ed efficace: noi siamo ciò che consumiamo.
Si tratta di una vera e propria “crociata” silenziosa ed itinerante. Il viaggio dei Trash People è iniziato nel 1996 nell’anfiteatro di Zante in Grecia, e successivamente prestigiose location di tutto il mondo – come la Grande Muraglia Cinese, la Défense a Parigi e la Piazza Rossa a Mosca – sono state teatro di queste sculture.
Ha Shult è il primo artista europeo ad affrontare tramite la sua arte le problematiche ambientali, e, in un momento storico in cui, sempre più spesso, l’arte imita la vita, fondamentale è riflettere su creazioni del genere, capaci di mostrare, in maniera forse brutale, ma proprio per questo d’effetto, i limiti e i difetti intrinseci alla vita stessa. Come dire: stiamo correndo troppo, fermiamoci un attimo a pensare.

 

Un po’ quello che Calvino aveva già colto quando, nel suo libro “Le città invisibili”, in quel viaggio immaginario attraverso città possibili nella fantasia dell’uomo, ad un certo punto descrive la città di Leonia, che ogni giorno butta via quanto aveva usato solo il giorno prima: “Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più se ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può più togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature di ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri”.
Alla fine, il risultato era apocalittico. Si immaginavano altre città che gettavano lontano i propri rifiuti fino ai confini di immondizia lasciati da un’altra città, senza più nessuna soluzione di continuità.
Certo, è triste il pensiero che l’uomo possa fermarsi a riflettere su tali problematiche, di interesse mondiale, solo perché provocato o richiamato a forza, quasi strattonato e tirato per le orecchie, da queste manifestazioni artistiche. Segnale sempre più evidente di come la società stia andando incontro ad un rapido declino di cui essa stessa è artefice, e di come spetti sempre più all’arte il compito di salvarla da se stessa.

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