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Il Quaderno delle bugie

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Quel sabato sera iniziai a maledire l’aver imparato a scrivere con un anno di anticipo rispetto agli altri bambini. Avrei dovuto essere a letto da un pezzo, ma l’elenco delle bugie, scappatemi di bocca quel giorno, risultò essere più lungo del solito, e l’approssimarsi del Natale mi agitò fino a far deragliare alcune parole fuori dalle righe del Quaderno delle bugie.

Quel sabato sera iniziai a maledire l’aver imparato a scrivere con un anno di anticipo rispetto agli altri bambini.
Avrei dovuto essere a letto da un pezzo, ma l’elenco delle bugie, scappatemi di bocca quel giorno, risultò essere più lungo del solito, e l’approssimarsi del Natale mi agitò fino a far deragliare alcune parole fuori dalle righe del Quaderno delle bugie.
Avevo ben in mente gli avvertimenti che in quel periodo mia madre aveva aggiunto alle solite prediche: “Se sei cattivo a Natale non troverai nulla sotto l’albero”, e venne da sé ripensare, oltre ai regali richiesti – primo fra tutti il Subbuteo – al lungo pomeriggio di due giorni prima passato a scrivere la letterina a Babbo Natale, con mia madre seduta accanto a me al tavolo del salone che, seppur si lamentava ogni cinque minuti per il tempo che le stavo facendo perdere – impedendole di raggiungere le sue amiche al club e finendo per dover disdire il parrucchiere – non mi permise di usare la gomma da cancellare, costringendomi ogni volta a ricominciare da capo su un foglio nuovo, tanto che un paio di desideri evitai di menzionarli, anche se non mancai di indicare quello di un fratellino, sapendo che così gli occhi di mia madre, verdi come i miei, si sarebbe illuminati; mentre dal canto mio avrei avuto qualcuno meno improbabile di tata Marlene da incolpare delle mie malefatte.
Se la minaccia di non ricevere regali riusciva a sortire un effetto su di me solo a ridosso del Natale, c’era pur sempre Dio, al quale non sfuggiva mai nulla, e, come se non bastasse, il suo di lavoro non era stagionale. Dio si avvaleva della collaborazione di un suo anziano assistente, don Giacomo, al quale, ogni domenica dopo la messa, avrei dovuto leggere l’elenco delle bugie della settimana, prima di poter correre a giocare a pallone nel cortile dell’oratorio. Don Giacomo era quello che temevo di più perché, oltre al fatto che non sorrideva mai ed aveva un brutto neo peloso sulla guancia che mi faceva rabbrividire quando dovevo salutarlo con un bacio, avevo notato che i miei genitori si irrigidivano e cambiavano espressione prima di entrare nel suo confessionale: mia madre sembrava non riuscire a camminare con la solita disinvoltura sui tacchi alti e si lisciava la gonna con le mani – come quando ascoltava le lamentele su di me da parte della maestra dell’asilo – e mio padre si tastava addosso alla ricerca del pacchetto di sigarette, che avevo associato al suo nervosismo perché mi chiedeva di andargliele a prendere nella tasca del cappotto ogni volta che discuteva con mia madre, o era al telefono con il socio, con il quale aveva da poco aperto uno studio di chirurgia estetica al piano terra del palazzo dove vivevamo. I miei genitori non pensavo dicessero bugie, perché non avevano nessun quaderno da leggere a don Giacomo. Ipotizzai che l’indomani mio padre dovesse farsi perdonare qualche parolaccia che gli stava scappando ultimamente troppo spesso quando parlava la sera tardi al telefono con il suo socio, impestando il salone di fumo. Di certo non avrebbe dovuto confessare peccati di gola, perché mia madre lo aveva messo a dieta, ed io gli avevo fatto il favore di mangiare tutti i cioccolatini del porta bon bon, facendo sorgere in mia madre la convinzione che anch’io fossi sulla buona strada per essere sottoposto ad un ferreo regime alimentare. Mia madre non sapevo cosa avesse da farsi perdonare, forse questioni legate al tempo che passava fuori casa, o forse si limitava a raccomandarsi con don Giacomo affinché io non saltassi qualche riga del mio Quaderno delle bugie.

Oltre all’essermi limitato a strofinare le mani sui pantaloni tutte e quattro le volte che mia madre mi aveva chiesto se me le fossi lavate; l’aver accusato tata Marlene di aver finito i cioccolatini nel porta bon bon; l’aver affermato di non sapere chi fosse stato a scarabocchiare la copertina del libro lasciato incustodito da mia madre su un tavolino del salone; e qualche altra bugia che non è il caso raccontare, la bugia che avrebbe dovuto chiudere la lista di quel giorno e della settimana – visto che stavo per andare a dormire – e che stavo scrivendo prima di essere interrotto, era stata quella di aver sostenuto di non essere stato io a lanciare il palloncino d’acqua gelata che subito dopo pranzo era finito in testa ad una signora che stava entrando nel portone del palazzo. Fu del tutto casuale che la vittima fosse una delle frequentatrici più assidue dello studio di mio padre, e non dipese quindi dal terrore che mi incutevano la maggior parte dei suoi pazienti, i quali credevo indossassero delle maschere di lattice sul viso, anche se non era carnevale. Non servì un sopralluogo della polizia scientifica per capire da dove fosse piovuta quella bomba d’acqua, visto che quando mia madre spalancò furente la porta della mia stanza – con la racchetta in mano, pronta per raggiungere le sue amiche al club – mi trovò a far finta di giocare a meccano, con i pantaloni inzuppati dai palloncini che mi erano esplosi in mano, i cui frammenti colorati trovò, sparsi qua e là, appena uscì sul balcone. “Stasera ricordati di segnarti anche questa bugia sul quaderno” era il solito rimprovero che seguiva al mio “non sono stato io”, ma quella volta, dopo il mio tentativo di discolparmi, bastò la parola “quaderno”, la racchetta in mano e le sopracciglia alzate, per farmi crollare e autodenunciarmi.
Quest’anno ne farai un’enciclopedia – pronosticò strillando dall’ingresso prima di uscire sbattendo la porta.
Sapevo che dire bugie era qualcosa di spregevole, che tra l’altro mi portava alle lacrime, almeno le volte in cui venivo scoperto, eppure non riuscivo a farne a meno.
Anche mio padre mi rimproverò quella sera quando salì a casa, guardandomi come ogni volta con aria incredula – mentre mia madre gli sciorinava concitata le mie malefatte – sebbene ormai doveva averci fatto il callo, e fosse ovviamente già al corrente della storia del palloncino d’acqua.
Una bugia può scappare, ma se subito dopo dici la verità non devi scriverla sul quaderno – mi ripeté per l’ennesima volta strizzando un occhio e col sorriso sulle labbra, facendomi sentire ancora più in colpa di quando subivo le sfuriate di mia madre. Finii come sempre per promettere solennemente di non dirle mai più, e lui mi diede un bacio subito dopo avermi arruffato i capelli.
Dai che se sei ancora sveglio più tardi ti chiamiamo per il dolce – aggiunse ignorando lo sguardo accigliato di mia madre, che quando erano previsti ospiti a cena, come quella sera, mi faceva mangiare prima con la tata, salutare e andare di filato a letto.

Mentre ero impegnato a cancellare la parola “palloncino” finita fuori dalle righe del Quaderno delle bugie, ad interrompermi quella sera fu tata Marlene, venuta a chiamarmi per mangiare il dolce con gli ospiti dei miei genitori.
Sa già scrivere – si vantò mia madre con una donna che non conoscevo e che mi incuteva timore, perché credetti indossasse una maschera simile a quelle dei pazienti di papà.
Visto che era l’elenco delle bugie a ricoprire il grosso della mia produzione letteraria, temetti che la donna mi chiedesse di mostrarle i miei scritti. La donna invece mi lodò, dicendo che suo figlio, che aveva iniziato le elementari a settembre, stava incontrando tante difficoltà. Io però rimasi indifferente alla notizia perché ormai ero impegnato a mangiare la mia fetta di Sacher.
Ottima! L’hai fatta tu? – chiese la donna a mia madre.
Si certo –  rispose prontamente mia madre – ho seguito passo passo la ricetta che mia ha dato il mio pasticcere di fiducia.
Quell’affermazione mi fece cadere un pezzetto di torta a terra, perché avevo assistito nel pomeriggio alla preparazione della Sacher da parte di tata Marlene, che avevo aiutato ripulendo la ciotola, mentre mia madre, uscita con la sua racchetta da tennis, rientrò – a suo dire esausta per essere dovuta passare anche dal parrucchiere – giusto in tempo per elencare a mio padre le bugie del giorno. Guardai mia madre in cerca di spiegazioni o quantomeno nell’attesa di essere rimproverato per il pezzetto di torta caduto, ma lei si limitò a sorridermi. La donna mi chiese poi se mi fosse piaciuta Venezia, dove ero stato con i miei genitori e tata Marlene il fine settimana precedente. Sì, risposi pensando ai canali e alle gondole, ma caddi dalle nuvole quando mi domandò se mi fossero piaciuti i quadri del Guggenheim, dove mia madre le aveva detto di avermi portato, e per i quali il figlio della donna era impazzito, quando erano stati anche loro a Venezia. Guardai mia madre che arrossì. Non solo non ero entrato in nessun museo a Venezia, ma le volte che i miei in passato ci avevano provato ero scoppiato a piangere per tutto il tempo. E non credevo che a Venezia fossero entrati in un museo neanche i miei genitori, perché la sera in cui uscirono da soli, lasciandomi con tata Marlene, si erano agghindati a festa – mia madre con l’abito lungo, mio padre col farfallino – e la mattina dopo non parlarono di quadri, sentii solo mia madre rimproverare mio padre per essersi ostinato a puntare sempre su quel maledetto numero undici.
Sì, i quadri erano bellissimi – risposi senza neanche rendermene conto, dopo che una serie di immagini mi avevano in un attimo affollato la mente turbinando vorticosamente: Dio, don Giacomo, Babbo Natale, i regali, il Quaderno delle bugie.
Per il turbamento sapevo sarei andato a letto dimenticandomi di lavarmi i denti. Mi chiesi come fosse possibile che anche gli adulti dicessero bugie, e come mai i miei genitori la sera non scrivessero su un quaderno l’elenco delle bugie da leggere la domenica a don Giacomo. Poi mi rammentai che ogni volta che veniva detta una bugia mio padre sosteneva andasse al più presto detta la verità, per scongiurare di doverla scrivere sul Quaderno delle bugie. Pensai dovesse essere quello il motivo per cui non avevo mai trovato quaderni frugando nei loro armadi, né li avessi mai visti leggere nulla a don Giacomo. Aspettai quindi la rettifica da parte di mia madre delle bugie da lei dette quella sera, per poi procedere con la mia. Guardai ripetutamente mia madre, ma lei si limitò a portarsi il bicchiere di vino alla bocca, mentre mio padre si servì una seconda fetta di torta.
Finii in fretta il dolce puntando gli occhi sul piatto per timore che la donna potesse farmi altre domande, e chiesi subito dopo il permesso di andare a dormire.
L’indomani, alla fine della messa, dopo aver letto a don Giacomo di aver negato di essere stato io ad aver lanciato il palloncino d’acqua dal balcone, tentennai.
Finite? – mi chiese don Giacomo cercando di sbirciare sul mio Quaderno delle bugie.
Guardai i miei genitori, che parlavano fra loro davanti all’uscita laterale della chiesa. Si voltarono entrambi verso di me e mi sorrisero.
Sì finite – risposi a don Giacomo chiudendo il quaderno.
Don Giacomo storse la bocca come se stesse decidendo se credermi o meno, poi diede un’occhiata ai miei genitori, mentre io mi strinsi il quaderno al petto.
Puoi andare – mi disse alla fine con un sorriso – ma dì a mamma e papà di aggiungere tre Ave Maria e due Padre Nostro alle penitenze che gli avevo dato.

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