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Spinoza nel Porcile

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1967, Godesberg, Germania. Il pavimento di un palcoscenico inclinato, sistemato per obliquo, quasi a voler marcare l’instabilità e l’inquietante apparente nonsense che pervaderà la sostanza di ciò che verrà narrato.

1967, Godesberg, Germania.

Il pavimento di un palcoscenico inclinato, sistemato per obliquo, quasi a voler marcare l’instabilità e l’inquietante apparente nonsense che pervaderà la sostanza di ciò che verrà narrato.

Un prato dal verde abbagliante cinto di giganti fiori variopinti a testimoniare l’arrivo del primo giorno di primavera.

Sulla scena appaiono due giovani impegnati a giocare con una palla, tra risate contenute tra la buona educazione e la civetteria, si rincorrono, si gettano a terra, ed infine, paghi del diletto, si placano seduti l’uno di fronte all’altra.

Dialoghi appannati, scarni e ripetitivi nel giorno del venticinquesimo compleanno di Julian, ai quali la diciassettenne Ida, ribatte a tono perfettamente aderente e complice rispetto al filo condotto dal ragazzo.

Pier Paolo Pasolini non pensò di certo ad una favola dai richiami bucolici quando scrisse “Porcile”, questa tragedia in undici episodi trasportata in progetto cinematografico poco più tardi.

Altrettanto fedele la regia dell’opera riadattata da Massimo Castri, in scena al teatro Argentina fino alla fine di Dicembre.

“Porcile” trae in inganno per pochi momenti iniziali lo spettatore, illudendolo che possa trattarsi di un lavoro di fantasia,vche riveli una natura clemente ed innocente dopotutto.

La smentita però non tarda a creare sconvolgimenti;vl’aria che si comincia a respirare si fa più pesante e si apre un primo scenario di livello storico-politico.

Siamo nella Germania sconfitta ma benestante del dopoguerra, traboccante di individui dai trascorsi sospetti, carnefici di un passato non ancora così remoto ma già mascherati e confusi tra la brava gente; siamo nelle passeggiate annoiate e barocche dei ricchi borghesi che fantasticano sulle auspicate bellezze italiane,siamo all’alba di una protesta studentesca,tra obbedienza e disobbedienza.

Julian, protagonista di un’esistenza in cui non trova pace, scopertosi un “rivoluzionario conformista” naviga e annega nell’incapacità di trovare un equilibrio tra le proprie origini borghesi, sporcate da un capitalismo viscerale, e l’istinto di emancipazione attraverso un nuovo impegno politico. Nei suoi monologhi si nasconde la disperazione scaturita dall’incapacità di comunicare, di interagire, di essere compreso, di assumere ruoli, posizioni, che culminerà in una paralisi momentanea del ragazzo, il quale non proferirà più parola ne gesto di alcun tipo per diversi mesi, tanto che tutti lo considereranno spacciato.

Nel mentre, si aprirà un secondo capitolo con l’intervento di un fedele servo dell’affermato signor Klotz, padre di Julian, che porterà alle orecchie del suo padrone notizie su un certo Herdhitze, ai tempi Hirt e vecchio compagno di studi di Klotz, complice degli orrori nazisti di laboratorio oramai destinati a rimanere nell’ombra a causa di un ricatto.

Hirt farà luce a Klotz su una faccenda strattamente personale, riguardante il perverso vizio di Juilan, la sua zoofilia con i maiali del porcile retrostante la loro tenuta.

Dalla reciproca complicità omertosa nascerà una festosa “fusione professionale” tra i due.

Julian si desterà dalla catalessi destinato ad una fine ben più bruta: sbranato dai porci con i quali era solito intrattenere rapporti sessuali.

Dunque soccomberà al potere capitalistico e promiscuo, piuttosto che convivere tacitamente con il conformismo borghese calcando le stesse orme di suo padre, preferirà annegarci, morirne, farsi mangiare figuratamente (oltre che materialmente) dagli stessi ingranaggi nei quali avrebbe dovuto trovare il proprio posto, ma che per incapacità di integrazione emulativa rifiuterà fino ad amarne il metaforico simbolo: il porcile.

Julian dichiara di non avere opinioni, di non sentirsi capace di averne, ma quando accusato di non aver mai provato amore verso nessuno, non potendo svelare la forma e la natura di coloro i quali sono da sempre oggetto del proprio desiderio si difende ribattendo di aver conosciuto l’amore, quello infimo, innaturale ma talmente potente che ne verrà poi ucciso.

Talmente disgustato dalle oscenità e dalla puzza della corruzione dilagante che sceglierà di vivere imbrattandosene fino in fondo, di sporcarsene alle radici, di adorarne la animalesca metafora di un porcile in cui mangiano tutti e tutti ne vengono lentamente ed inconsciamente divorati, mentre Julian decide di infangarcisi volontariamente preda di un amore disperato ed illegittimo.

La nota in più, rispetto all’originale, ci è fornita dal regista con la pensata di una breve ma significativa apparizione di Spinoza, filosofo razionalista per antonomasia.

Questi sarà destinato ad intrattenere un colloquio con il giovane Julian immediatamente dopo il risveglio dal coma ma anche immediatamente prima la sua scellerata fine.

“La ragione mi è servita per trovare la fede, mi ha condotto fino a Dio, ma una volta arrivato dove volevo, non avrebbe potuto più aiutarmi oltre, anzi, mi sarebbe stata d’intralcio”.

Spinoza si fa avanti con queste parole, come a voler spiegare a Julian che la moralità con la quale si è sempre difeso dal cedere ad una fine sprezzante, sarebbe stata la stessa che l’avrebbe poi ucciso, mangiato, a meno che non se ne fosse separato, per fare pace con se stesso.

Pasolini scelse forse un destino parallelo a quello di Julian, ma chi lo ha amato per l’arte che ha generosamente prodotto,non finisce ancora di rammaricarsene.

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