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Il racconto del racconto

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Molti anni fa, nel corso della mia permanenza a Marrakech, in un riad a due passi dalla piazza Djamaa el Fna, ebbi modo di conoscere un mercante d’arte, che mi disse di chiamarsi Joseph Saloua.

Molti anni fa, nel corso della mia permanenza a Marrakech, in un riad a due passi dalla piazza Djamaa el Fna, ebbi modo di conoscere un mercante d’arte, che mi disse di chiamarsi Joseph Saloua. In quel periodo ero solito coricarmi molto tardi, ma la Medina non offriva alcuna attrazione, fatta eccezione per qualche spettacolo di incantatori di serpenti, che ben presto trovai ripetitivo. Anche il mio nuovo amico sembrava non avere facilità a prendere sonno, per cui consolidammo ben presto l’abitudine di tenerci compagnia a vicenda, fino a tarda notte, bevendo the aromatizzato con menta fresca, come si usa in quei luoghi e raccontandoci episodi del nostro passato.

Durante una delle serate trascorse sulla terrazza dai muri altissimi, senza altra vista che le pareti imbiancate di fresco intorno a noi e le rigogliose piante di fico d’india, coi rossi frutti carnosi protesi verso il cielo nero e stellato, Joseph mi raccontò una storia, accaduta ad un suo conoscente, tale Abdelkader Ben Awzal. Questi era sempre stato un uomo mite, ma si era poi rivelato come efferato assassino.

Non ripeterò qui il dettaglio di ciò che mi narrò, proprio per le rivelazioni che ebbi in seguito. Dirò soltanto che la storia, seppur cruenta e crudele, mi impressionò più di quanto potessi aspettarmi. Per molte notti mi fu impossibile dormire. Diversi mesi dopo, l’ossessione per quell’avvenimento non si era ancora dissipata. Seppure tentassi di negarlo, l’episodio si era subito fatto strada nella mia memoria. Non potevo non ricordare. L’angoscia che mi attanagliava era associata nella mia mente a un episodio del mio passato. Appena mi fu possibile tornai in patria, e mi dedicai alla ricerca fra la grande quantità dei miei scritti che nessuno avrebbe mai letto. Dopo aver vagliato carte su carte, trovai finalmente ciò che cercavo. La storia che mi era stata narrata come accaduta di recente, era lì, nero su bianco, in un mio racconto di vent’anni prima. Cercai dapprima delle spiegazioni logiche, poi, mentre la storia raccontata e quella scritta si confondevano, optai per una casualità e per un errore nella mia memoria. Infine, bruciai le pagine, scegliendo che il racconto non fosse mai stato scritto. Allo stesso modo, mi adoperai per dimenticare Ben Awzal.

Alcuni anni più tardi, nel corso di un altro viaggio, sentii raccontare un’altra storia, che io, nelle mie lunghe notti da amanuense, avevo già narrato. Questa volta, il teatro dell’azione era la Spagna, ed il protagonista un certo Adriano Torres. Adriano Torres era anche il nome del mio personaggio. Perfino questa volta, nonostante le evidenze che mi si presentavano, preferii ignorare la strana coincidenza.

Fu solo dopo che tre dei miei racconti mi vennero riportati come storie reali, in luoghi e circostanze e da persone diverse, che scelsi di soffermarmi sulla possibilità di aver intuito, nelle mie opere,  una realtà che ancora non si era concretizzata. Mi interrogai quindi sul vaticinio e sulla profezia.

Fu allora che mi risolsi, seppure con poca convinzione, di tentare un esperimento. Mai avrei potuto immaginare ciò che invece avrei dovuto almeno sospettare, e che sarebbe stato chiaro ai miei occhi solo poco tempo dopo.

Scrissi una nuova storia, ideando dei particolari che mi legavano ad essa. Immaginai per prima cosa che si svolgesse nel mio paese natale, un piccolo centro di duecento case perso nella campagna toscana. Immaginai che il protagonista ne fosse uno straniero, venuto a stabilirsi nel borgo da non più di tre anni: tanti erano infatti gli anni da cui io mancavo da casa. Immaginai una collina, una casa diroccata, un delitto, un uomo distrutto da eventi inaspettati e crudeli.

Dovetti aspettare ancora tre anni, prima del verificarsi dei fatti che seguono.

Due mesi fa, fui di ritorno nella casa paterna con il pretesto di fare visita ad una zia malata. Durante una cena con la famiglia, fu mio fratello a raccontarmi di un uomo che, alcuni anni prima, era venuto ad abitare in una casa in paese. La sua storia era la stessa che avevo raccontato.

Provai allora un certo compiacimento nell’aver ideato quel caso e di avere finalmente la possibilità di verificare di persona i fatti inspiegabili.

Ma fu solo casualmente che venni a conoscenza della vera portata della mia scoperta. Mi chiedo ancora oggi perché non scrissi, ancora una volta, di un semplice fatto di sangue. Questa volta la mia storia raccontava di uno scrittore, che scriveva di un uomo che commetteva un delitto efferato. Il delitto si verificava nella realtà, per mano di un uomo identico al personaggio, e lo scrittore era distrutto dal rimorso.

Percorsi a piedi la strada verso la collina, fermandomi di tanto in tanto a chiedere indicazioni a quelli che incrociavo. Dopo circa un’ora di cammino, mi trovai di fronte alla casa che doveva aver ospitato quel crimine. L’edificio, seppure disabitato solo da pochi mesi, sembrava completamente in rovina, ed aveva un aspetto stranamente minaccioso. Nella mia mente, le finestre dai vetri rotti apparivano come bocche dotate di zanne, e, le barre di ferro che fuoruscivano dal cemento mi fecero pensare a membra rinsecchite e contratte.

La porta di legno marcio era stata scardinata, probabilmente dal vento.

Mi guardai in giro, e, non vedendo nessuno nelle vicinanze, spostai gli assi rimanenti ed entrai.

L’uomo che cercavo, era seduto in un angolo, sul pavimento. Aveva la barba un poco incolta, ma per il resto appariva pulito ed ordinato. Mi guardò, come io lo guardavo, sebbene nel suo sguardo potessi leggere una completa mancanza di curiosità e di interesse.

<<Lei è Alessandro Malvolta?>> gli avrei chiesto.  Ma mi bastò vedere il suo volto, per capire la terribile verità.

Io avevo scritto di quest’uomo, che aveva scritto di un altro. Per un istante provai la vertigine di essere dio.

E in quel momento Malvolta mi parlò.
– Ho scritto di un uomo che commette un delitto, e quell’uomo ha commesso quel delitto. Poi ho scritto di un uomo, che scrive di un altro uomo che commette un delitto, e quell’uomo ha scritto di un altro che commette un delitto, e l’altro ha commesso il delitto. Sono dunque dio? – chiese.

Fu allora che fui sopraffatto da una intuizione ben più crudele. Immaginai l’esistenza di un uomo, che, in modo casuale, scrive la mia vita. Un altro uomo scrive di colui che mi racconta. Ciascuno determina le azioni dell’uomo di cui narra. Questo processo resta segreto quando i fatti narrati sono comuni, o banali, o insignificanti. Ma basta un singolo errore, la descrizione della genialità o della follia, dell’eroismo o del tradimento, della santità o dell’abiezione, per correre il rischio di essere scoperti.

Io continuo a scrivere. I miei personaggi sono santi, eroi o assassini.

Contribuisco al disordine cosmico introducendo pericolose variazioni nelle vite di altri, così come qualcun altro, pericolosamente, le introduce nella mia.

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