Càpito in un locale romano che vanta una programmazione fitta di jazz, di quello moderno, di quello che non capisco. È tutto pieno. Non si trova posto. Eppure i musicisti che suonano non sono stranieri. E non c’è Enrico Rava. Il nome del gruppo, anche se francese e vagamente portasfiga, è di un trio romano: gli Chat Noir. Nome dal gusto bohemien.
Siamo in gruppo, ci si è dovuti sparpagliare. Alcuni, alle prime note di inizio, quelle dove più o meno capisci cosa stai per sentire, si fiondano come uccelli in picchiata verso il bar, dove continuano a chiacchierare cinguettando, altri trovano posto in fondo alla sala. Io mi allungo davanti al palco attraversando la sala soffusa di blu in penombra. Qualcosa nelle note che sento mi attrae. È un pianoforte lento, che sottolinea se stesso. E poi voglio vedere in faccia chi suona. Tutto mi aspettavo tranne che sentire una raffinata colonna sonora da film. I suoni rarefatti portano in una dimensione sospesa ed epica insieme. Del jazz scorgo qualcosa, contaminata da atmosfere surreali, che però non partono, girano su se stesse. Ipnotiche. A dare il senso ipnotico è di certo il piano. Delinea una melodia allungata e ripetuta ma decisamente non ossessiva, è strano, una spirale aperta, come stesa in toni scuri. Il basso si compenetra con il piano, si sovrappone sugli stessi suoni, ma è autonomo allo stesso tempo e la batteria accompagna ma riesce ad essere melodica, a volte con sfoghi rock. Non porta commozione questa musica, porta sospensione ma non sogno. È curioso. Sono giovani i musicisti, suonano però una musica matura, non riesco a capire se è malinconica, sa di ricordo di sicuro ma si avvicina più a una narrazione, a quella strabiliante cosa che è la narrazione, che fa accadere nel presente, mentre si legge e si scrive, cose passate, come sto facendo io questo momento, scrivendo al presente di un concerto accaduto mercoledì scorso. Il passato dei tre musicisti è un disco, Adoration. Lo hanno autoprodotto e poi pubblicato con l’etichetta indipendente Splasc(h). Stasera presentano invece il secondo album, Decoupage, prodotto stavolta dalla Universal Music di Milano. Un bel salto, favorito anche dal fatto che un loro pezzo è stato usato da Cristina Comencini nel film La bestia nel cuore.
Luca Fogagnolo al contrabbasso e basso elettrico, Michele Cavallari al pianoforte e Giuliano Ferrari alla batteria stanno assorti sul palco, concentrati. Sobri. Suonano i loro pezzi, tutte composizioni originali, c’è un omaggio a Paul Auster e alla Trilogia di New York, attraverso la sinfonia Trilogy, forse il pezzo più interessante in quanto contaminato da sonorità elettroniche e costruito in modo circolare. E poi, a sorpresa, le bellissime note di Via del Campo di De Andrè, l’unica loro cover. Il pubblico è rapito, in silenzio. Chi non lo è sta al bar, ubriaco.
Alla fine del concerto, faccio un po’ di domande a Giuliano Ferrari. Ha il viso soddisfatto, gli occhi luminosi. È un poco spaurito dalla tanta gente che ha assistito al concerto.
Lo blocco vicino al palco, ora vuoto, con gli strumenti muti che tornano a essere oggetti.
Ma il jazz dov’è? Mi sembra che nell’ultimo brano che avete suonato, tratto dal primo album, ci siano maggiori influenze jazzistiche, mi sbaglio?
Sì, è così. Il primo album conteneva maggiori riferimenti al jazz. Ohi, ciao! eh? Grazie. (la prima persona che saluta e si complimenta)
Il vostro stile è molto personale. Non mi pare possa essere etichettato come un genere preciso…
Adoriamo i dischi ECM. E ci ispiriamo per la maggior parte alla musica nordeuropea: Bobo Stenson, Esbjrn Svensson. Quei nomi che finiscono in son.
Da dove nasce il nome Chat Noir?
Dalla locandina dello storico locale di Parigi e da un pezzo francese di… ehi, ciao, scusa sto lasciando un’intervista… grazie… smack smack (seconda persona che si complimenta…) Scusami…
No, ti pare… Ci sono citazioni nella vostra musica. La scelta di fare una cover di Via del Campo di De Andrè con all’interno il richiamo a Cam caminin di Mary Poppins è un po’… particolare…
Via del Campo è stata una delle prime cose che abbiamo suonato insieme. Il fatto che ci sia la citazione di Mary Poppins è una cosa che è venuta in mente al pianista (alza gli occhi al cielo). In effetti è l’immagine della strada. Per De André era Via del Campo la strada per eccellenza. Lo spazzacamino in qualche modo c’entra…
Si può parlare di malinconia, di tristezza nella vostra musica?
Direi più che altro che esprimiamo l’incomunicabilità, quella dei nostri tempi… ohilà, grazie, grazie (terza persona, sciorina ovazioni…).
In questo senso è il riferimento alla Trilogia di Paul Auster?
Esattamente. Ma anche il pezzo Gare des Ombres. Scusa ma sai… sssmack, ciao! (perdo il conto)
Ma niente, dev’essere bello ricevere complimenti. Come siete stati inclusi nella colonna sonora del film La Bestia nel cuore?
Abbiamo mandato ovunque, davvero a tutti, la nostra musica. Poi è arrivata alla Comencini, l’ha ascoltata. Le è piaciuta e l’ha usata. Da lì si è aperta la collaborazione con la Universal.
Un’altra vita rispetto a un’etichetta indipendente…
Decisamente. Ora suoniamo in posti dove c’è molta più gente…
Vedo, vedo. Progetti futuri?
Abbiamo suonato al Blue Note di Milano, siamo stati alla Feltrinelli, oggi il concerto qui alla Palma… periodo pieno. Ciao! Un secondo, sto finendo…
Vi fanno lavorare…
Eh, sì…
Cosa ascolti?
Di tutto. Io ho alla fine un’anima abbastanza rock. Radiohead, Pink Floyd, Led Zeppelin… Si sente?
Direi di sì. Secondo te il jazz è di moda o c’è una reale riscoperta?
A Roma è successo che ci sono nuovi posti che propongono jazz. La gente ha più possibilità di ascoltarlo. Ma a pensarci, sì è un po’ una moda.
Decoupage. Mi spieghi perché questo titolo?
Il decoupage è l’arte di ritagliare e incollare creando qualcosa di nuovo attraverso pezzi di cose esistenti. Noi facciamo questo.
Ritagliamo pezzi da qualsiasi parte provengano e li mettiamo insieme, tutte le nostre influenze.
La vostra musica è definita narrativa, in effetti lo è. Ma di narrativa cosa preferite?
Quello che facciamo è mettere insieme immagini. Sulla narrativa dovresti parlare con il bassista. Lui predilige ovviamente… il noir.
