Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il sogno romano

di

Data

In Belgio ho un amico ingegnere che lavora per una società del settore elettrico. Mi chiede di aiutare un suo collega, Maurice, che la prossima settimana sarà a Roma con...

In Belgio ho un amico ingegnere che lavora per una società del settore elettrico. Mi chiede di aiutare un suo collega, Maurice, che la prossima settimana sarà a Roma con un gruppo di ispettori per controllare i documenti di una società italiana. Una due diligence, la chiamano. Una società europea vuole cofinanziare un progetto già avviato. E vuole assicurarsi che le carte siano in regola. Al telefono Maurice mi spiega che gli ispettori sono ragazzi giovani che capiscono l’italiano. Si tratterà di tradurre solo una parola ogni tanto. Due diligence ricorre nel suo discorso come un mantra. Mi dà appuntamento per il venerdì mattina in una grande azienda alla periferia di Roma. Chiedo informazioni sul tipo di progetto. Si tratta di energie alternative. Aggiunge che c’è un vecchio numero di “L’Espresso” che ne parla, quello con il famoso servizio sulle bambole surrogato, io sto prendendo nota dell’indirizzo e rimango in silenzio. Non posso sbagliarmi, continua, in copertina c’è una bambola di gomma. “Gonfiano le bambole con le energie alternative?” Chiedo. E lui ride. Una risata triste, come un malessere sulla linea.

Arrivo in grosso anticipo e sono già tutti lì. Al piano terra di un grande edifico della periferia romana c’è una piccola sala con boiserie in legno lucido e moquette verde. Un tavolo ovale la occupa quasi per intero, alle pareti scansie piene di faldoni. Attorno al tavolo sono sedute una ventina di persone. Maurice mi saluta sbrigativo. Sembravano aspettare solo me. Un ingegnere italiano altissimo (o forse lo sembra dovuto all’esiguità della sala) mi stringe la mano cerimonioso, il sorriso da ingegnere pienamente soddisfatto dei suoi calcoli. Estrae un biglietto da visita e lo fa scivolare nella mia mano come lo vedrò fare più volte: quando qualcuno gli si avvicina, anche solo per chiedergli un’informazione, lui sorride ed estrae il suo biglietto da visita. L’ingegnere inizia a parlare in inglese nella saletta chiusa senza finestre, senza un’apertura all’esterno, l’unica cosa che si può guardare mentre lui parla sono le file di faldoni alle pareti e i ragazzi giovanissimi seduti attorno al tavolo che lo ascoltano immobili senza distrarsi, senza un moto o un corruccio del viso. L’ingegnere spiega l’ordine in cui sono schedati i faldoni che i ragazzi dovranno spulciare, la catalogazione dei progetti, le diverse leggi approvate nelle regioni del Sud, gli ostacoli, le specifiche, l’iter seguito fin qui.

Sorride sempre e trasuda benessere da tutto il corpo ma ora dietro il suo sorriso lo sguardo si fa inquieto, sembra trasalire se qualcuno tossisce o alza una mano per un chiarimento, se qualcuno gli passa alle spalle si volta di scatto poi sorride di nuovo. L’hanno lasciato lì da solo nell’imminenza del week end a rendere conto di migliaia di documenti, sei anni di progetti. Una grande società cerca un partner europeo per costruire impianti di energie alternative e la società italiana ha garantito di avere ciò che fa al caso loro. Se scoprono che non è vero se la prenderanno con lui. Sembra troppo grosso, troppo alto e ha le dita troppo lunghe per stare chiuso in quella stanza.

I ragazzi e le ragazze siedono silenziosi, con lo sguardo assorto. Sono belli e ben vestiti. Si vede che in Europa la gente giovane trova lavoro, si offrono loro delle possibilità. Non è come la gerontocrazia di qui. Sembrano pronti a banchettare con i resti del povero ingegnere, non si intravede sui loro volti un filo di ironia, neanche quando all’ingegnere sfuggono pronunce grottesche. Ognuno ha davanti a sé computer, scheda telefonica, pen drive. Le dita già pronte ad allungarsi sulla tastiera. Maurice è il più anziano di tutti.
L’ingegnere conclude l’esposizione nel suo inglese appreso al corso aziendale, dice “sono qui al terzo piano a vostra disposizione fino a domani alle 15 poi domenica vado a Foggia a casa”.
“Come sarebbe” Dice Maurice “Noi lavoriamo anche domenica” L’ingegnere si fa piccolo piccolo. Lui però una scappata a casa la deve proprio fare. Promette di tornare domenica pomeriggio.
Uscito l’ingegnere Maurice si rivolge nervoso ai ragazzi: stiamo perdendo tempo. I ragazzi si alzano di scatto, estraggono i faldoni dalle scansie, li aprono, all’interno cartelline di plastica trasparente , fogli, documenti, fotocopie di lettere. Ognuno diligentemente, laboriosamente sfoglia le cartelline, estrae ogni foglio, registra sul suo computer i dati dei destinatari e dei mittenti: assessorati, ispettorati, beni culturali e ambientali, regioni, province, comuni del Sud. L’importante è capire se i permessi per costruire gli impianti sono stati accordati o no. “E mica è facile” mormora Maurice.

Un ragazzo tedesco mi chiede se posso aiutarlo a decifrare i fogli che sta leggendo. Carteggi tra la società italiana e le autorità locali, puro florilegio burocratico. In genere capisce l’italiano, mi spiega sconsolato, ma ora si è perso. Punta con il dito ogni parola. Mi gira la testa nella stanza chiusa, con tanta moquette verde e tanto legno e nessuna finestra, mi fa pensare alla Svizzera.
Maurice dice “Qui c’è da lavorare giorno e notte e invece questi ci mettono fuori alle 19.30” A Bruxelles, mi spiega, puoi leggerti i documenti anche tutta la notte. “Mi ero scordato come funzionano le cose qui” È scandalizzato dalle abitudini barbare del nostro paese arretrato. Ci vorrebbero i cinesi, ci vorrebbero.
Finite le paginette di formule burocratiche il tedesco, occhi scuri di velluto, mi ringrazia commosso. E così fanno anche gli altri, una coda interminabile, ognuno con il suo foglio in mano. Lasciano scorrere il dito sugli incisi, VISTO che ad una distanza di cento metri l’impianto non sembra alterare la visuale… VISTO che i rumori prodotti ricadono nella fascia consentita, VISTO…, CONSIDERATO…, CONSIDERATO… CONSIDERATO… A CONDIZIONE CHE vengano stralciati gli impianti da 110 a 115, si sospenda la costruzione durante l’epoca di riproduzione migratoria dei volatili, il colore delle pale sia grigio e si mimetizzi con il cielo, i materiali di risulta siano depositati nelle discariche entro giorni 7… Il permesso è concesso o no? Non è chiaro. Ricominciamo. Visto… Visto… Visto… Considerato… E il tempo passa senza una pausa, un caffè, un cappuccino.
“Ricordatevi quali sono le regole” dice Maurice.
Le regole sono che al telefono si può solo bisbigliare e per pochi istanti, le telefonate personali fuori per cortesia, ma nessuno sembra riceverne, solo farfugli di lavoro accucciati sulla sedia, ripiegati sotto il tavolo, per non disturbare, niente bibite niente snack. Lavorare, lavorare, lavorare. Un faldone dietro l’altro. Nel più assoluto silenzio. I ragazzi seduti all’estremità opposta del tavolo sono italiani capisco e allora non è vero che solo in Europa si dà spazio ai giovani, anche in Italia succede, ma non sono più convinta che sia una cosa buona. Spremuti come limoni. A spulciare documenti astrusi, redatti da menti malate, visto e visto e visto…
Maurice non perde un fiato, un gesto della sua truppa, affonda il viso nelle mappe catastali, ma i suoi occhi vedono tutto, i suoi orecchi captano ogni fruscio. (La società ha pagato i loro aerei, pagherà il loro albergo, tante spese, tante spese e occorre che queste spese diano frutti) È seduto accanto al ragazzo con gli occhi di velluto. “Con lui ci lavoro io” mi ha detto con il tono di “questo va torchiato”. Ed infatti il fanciullo ogni tanto sbadatamente si appoggia con la schiena alla spalliera e rivolge attorno il suo sguardo allegro, divertito, stupito. Sgrana gli occhi su un dettaglio qualunque del lungo tavolo ovale. Oggetti frivoli non ce ne sono, ovvio, ma a lui basta un nulla, si vede, un foglio di sbieco, una mappa arrotolata, un gioco di matite incrociate dal gesto sbadato di una mano, per cominciare a fantasticare. Un sorrisetto felice di uomo ozioso e pago gli illumina il volto. Maurice, il viso immerso in un registro, volta la testa e lo coglie a rigirar gli occhi sul soffitto spoglio sul quale il ragazzo coglie chissà quali segreti e subito lo richiama, lo fa precipitare dalle sue assurde, irraggiungibili altezze.

Andiamo a pranzo. Sono le tre. Maurice mi dice che da giovane ha lavorato due anni a Roma. Gli italiani, mi spiega, sono avvocati. Gli altri ragazzi sono ingegneri e lavorano all’ufficio tecnico. Vengono da tutta Europa. Tra gli avvocati c’è anche una spagnola. Scura di occhi e capelli, gli occhi vivi, il corpo mobile, è l’unica che non ce la fa a rispettare le consegne di Maurice, ogni tanto le capita di alzare la voce quando la chiamano al telefono, o di ridere o di agitarsi troppo sulla sedia o di innervosirsi, di entrare e di uscire. E Maurice la guarda sconcertato. A pranzo abbiamo venti minuti. I ragazzi mangiano i loro panini in piedi. Sono gentili, educati, simpatici e ora, velatamente, come una corrente sotterranea, scherzano si prendono in giro.
Si ricomincia. VISTO, VISTO, VISTO, SI COMUNICA CHE IN SEDE… ED IN DATA… Cosa? Nulla non c’è scritto più nulla. Ricominciamo…
Non ce la faccio più. Vado da Maurice, lo chiamo fuori e gli dico che questi non erano gli accordi. Non ce la faccio a lavorare così. Ho bisogno di una pausa ogni tanto, non respiro nemmeno là dentro.
Maurice ha lo sguardo duro. Dice che non è possibile contrattare, che lui era stato chiaro e che forse non serve una persona con le mie competenze professionali. Io gli dico che rimango solo perché ho preso un impegno a nome di un amico. Parlo e parlo con una foga cieca, non so neanche più cosa dico. Penso a quei ragazzi di là, che loro se non stanno ai patti lo perdono davvero il lavoro ed è l’unico che hanno.
“Io sono uno stakanovista, lavoro sempre fino a tardi in ufficio. Mi piace lavorare, non come voi qui in Italia.” Dice Maurice ed io lì mi fermo. Non dico più niente, sento solo una grande stanchezza.

Christine, una ragazza bionda, ricopia sul suo computer interi stralci di lettere, formule che si ripetono spesso. Le spiego che può usare il copia e incolla, che i cambiamenti tra una formula e l’altra sono irrilevanti. Ma lei fa cenno di no con la testa. Quando si imbatte in un passaggio oscuro, io glielo traduco alla lettera, poi glielo traduco parafrasando, ma lei è convinta che la mancanza di senso sia un errore di traduzione e legge e rilegge le stesse righe. Un ragazzo olandese, che ha fatto molti sopralluoghi giù al sud, si aggira per la stanza, le mani nelle tasche, una matita dietro l’orecchio, esamina il dorso di un faldone, lo solleva, lo sposta, si stringe il mento tra le dita. Ogni tanto sgattaiola fuori a fumare. I faldoni lui non li ha mai aperti né ne ha letto uno. Si avvicina a Christine, la prende in giro sulla sua pignoleria. Mi strizza l’occhio e le dice che gli italiani sono così, che ci piace mettere tante parole, e infiocchettare le pagine, che dal punto di vista dei dati tecnici tutto quello si può riassumere in poche parole. Ma lei niente da fare, ci guarda seccata. L’indomani non mi chiede più nulla, ricopia i suoi lunghi stralci da sola.

Il giorno dopo lavoro con Martha. È ingegnere agronomo, scuote la testa mentre leggiamo e dice “qui mentono” e poi “chi la leggerà questa roba?” salta molti passaggi, ride sui requisiti delle discariche, mi spiega che un vespaio è uno strato di aerazione del sottosuolo e che le stazioni anemometriche sono quelle che misurano il vento io le spiego cosa sono le “Conferenze dei servizi”: riunioni con tutte le parti interessate. E perché le chiamano così? Mi stringo nelle spalle e lei ride. Le chiedo se le energie alternative funzionano. Lei dice come appoggio ad altre energie sì, ma senza i fondi europei non sarebbe possibile: il risultato è minimo rispetto ad investimenti enormi. “E quando finiscono i fondi europei?” Ora è lei che si stringe nelle spalle. “A quel punto si spera che gli impianti installati siano molto produttivi” Mi guarda con un sorriso malinconico e insieme allegro. Come se cercasse di capire se la mia è una domanda ingenua o se nasconde altre intenzioni. O forse, chissà, nessuno le ha mai chiesto un parere. Non è scettica, né cinica. Ha un tocco leggero, ironico e serio insieme. Arrivano le 19.30 ed io quasi non me ne accorgo finchè non mi sento addosso gli occhi di Maurice. Sorride e dice “non credere che non l’abbia notato che generosamente sei ancora qui” Io non sorrido. Oggi è contento, ci ha offerto a tutti un caffè ad una macchinetta.
Andiamo avanti di faldone in faldone. Quale più tecnico, quale più giuridico: un ricorso fatto dalla società italiana contro il comune di X che gli impianti sui suoi terreni non ce li voleva.
Chiedo a Martha se la conosce la Sicilia, visto che pronuncia così bene i nomi delle città. Lei arrossisce, no dice, ma qualcuno di loro pensava di andare in Toscana in una vacanza futura, un giorno chissà. Ha un sorriso dolce trasognato “la Sicilia non so…pensavo fosse pericoloso. E comunque ad agosto si lavora…”sospira mentre le sue mani lunghe e affusolate da pianista mettono a posto gli ultimi fogli.

Franz è un ragazzo con un nasone grosso ed un bel sorriso, occhi che dardeggiano ironici e poi subito seri. È il più esperto ed il più competente. Legge i documenti senza chiedere nulla. Si vede che è già stato tante volte nel Sud Italia. Tutti si rivolgono a lui come al capo naturale. Lui spiega ogni cosa con passione e gentilezza. A volte si consulta con gli avvocati italiani. Ragazzi anche loro gentilissimi. Si scambiano un sorriso su una mappa della Sicilia distesa sul tavolo.
Quando Maurice parla, invece, mi accordo adesso, i ragazzi lo guardano fisso, il volto impassibile, aspettano che finisca poi riprendono il lavoro. Con una smorfia velocissima, impercettibile che appena scomparsa lascia il dubbio che ci sia stata davvero. Squilla il cellulare di un ragazzo. “È mia madre” bisbiglia. Esce e torna subito dopo: hanno evacuato l’aereoporto di Bruxelles. Ci sono grossi ritardi sui voli. “Purché non cadano” dice qualcuno ridendo, un lieve moto di tensione, di eccitazione serpeggia per il tavolo, ma Maurice non ci bada: si è quasi alla fine, i ragazzi ripartono stasera e ciò che era da fare è stato fatto, sembra di capire.
“Non vi preoccupate” dice ridendo “avete una polizza sulla vita”
I ragazzi scherzano sui parenti che diventeranno ricchi. Sdrammatizzano con gli occhi sullo schermo o il capo chino sull’ultimo faldone. Maurice abbassa gli occhi sulla mappa catastale che sta controllando e dice “mia moglie sai come sarebbe contenta se cadessi, così con i soldi che le danno si sistemerebbe” Ha un tono scherzoso. Ma non alza lo sguardo. E a me torna in mente la copertina di L’Espresso.
Alla fine Maurice si avvicina. Mi chiede se può contare su di me per una prossima volta. Non sempre si lavora così tanto, in genere sono lavori di uno o due giorni, magari su un solo progetto. Io ringrazio ma non posso. Lui annuisce, sospira. Gli dico che i suoi ragazzi sono fantastici e lui mi dice che loro pensano la stessa cosa di me. “Mi sono informato” dice e subito arrossisce. “Sono venuti loro a dirmelo.” Si corregge. “Ieri sera siamo stati a cena a Trastevere” continua con lo sguardo nel vuoto, “ogni tanto torna fuori anche a me la vena romana, questo vivere pigro, svagato. Questo eterno sogno…”
È stanco, meno duro, di certo più solo, i faldoni rimasti li porterà in Belgio. In sede potrà spulciarli fino a notte fonda. Domani, tutti i ragazzi partiti, lui incontrerà l’ingegnere italiano. Così si è deciso.
E ora nella stanza verde e vuota la sua mente corre alla cena di ieri sera a Trastevere. All’uomo che era prima di iniziare a controllare la vita degli altri. Quando scherzare era ancora possibile.
Si abbandona con la schiena sulla spalliera e i suoi occhi scorrono sul lungo tavolo ovale che i ragazzi hanno lasciato meticolosamente pulito. Vuole essere sicuro che non abbiano dimenticato nulla. E forse gli dispiace di non trovarlo un oggetto da nulla, un fermaglio, una scatoletta di liquirizie, un piccolo messaggio su un foglio scarabocchiato, per sentirsi ancora per un istante il ragazzo di un tempo, il romano svagato che sapeva sognare.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'