Vermeer a Roma in incognito

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Nessuno lo sa, lo ha saputo, ma “La lettera d’amore”, uno dei quadri più famosi del pittore olandese Jan Vermeer (1632-1675), è stato esposto a Roma...

Nessuno lo sa, lo ha saputo, ma “La lettera d’amore”, uno dei quadri più famosi del pittore olandese Jan Vermeer (1632-1675), è stato esposto a Roma dal 24 febbraio al 18 giugno 2006 nella Galleria Nazionale di Arte Antica a Palazzo Barberini. Il quadro è stato “scambiato” con il “Giuditta e Oloferne” di Caravaggio esposto, per questi quattro mesi, al Riskmuseum di Amsterdam in ambito della mostra comparativa Rembrandt-Caravaggio che festeggiava i 400 anni dalla nascita del pittore olandese. Mentre quella mostra in Olanda è stata un evento strepitoso e super pubblicizzato, l’opera di Vermeer è passata quasi in incognito. Alla Galleria d’Arte Antica i pochi visitatori fortunati rimanevano di stucco: “Ma c’è un Vermeer!?!”. Sotto gli affreschi di Pietro da Cortona della Galleria, l’avevano messo su un pannello rosso e la cosa che colpiva subito, entrando nella sala dal lato opposto, era che emanava un colore molto vivo, nonostante sia un quadro di piccole dimensioni. La scena dipinta sembra rubata in una casa-bene della Delft del seicento e ha un dinamismo intrinseco stupefacente. Sembra una storia: si sbircia attraverso una porta aperta da una anticamera buia; sullo stipite è appoggiata una scopa e delle ciabatte abbandonate sul pavimento a quadrati di marmo bianchi e neri; la luce entra da sinistra, da una finestra che non si vede, ad illuminare la cuffia di una serva che probabilmente, un attimo prima della scena, stava raccogliendo dei panni in una cesta ai suoi piedi; la serva ha appena consegnato una lettera d’amore alla padrona; tiene una mano sul fianco e ha una gonna blu; sembra dire con un sorrisetto malizioso: “Hai visto chi ti ha scritto?”; la padrona, con un vestito giallo e pelliccia di ermellino stracciatella, è seduta su una sedia in primo piano; poco prima stava suonando la mandola (la nonna della chitarra) e le corde sembrano ancora vibrare; tenendo la lettera in mano e guardando, dal basso, la serva sembra chiedersi: “Ma mi hanno scritto una lettera d’amore a me che sono così brutta?”. Si perché la signora ritratta è, era, brutta. Ma proprio questo è il bello dei quadri di Vermeer. L’oggetto è la realtà ripresa nella sua quotidiana semplicità. Anche nella sua brutta verità.
Contattiamo allora la dottoressa Beatrice Bertini, storica dell’arte esperta in museologia e legislazione artistica, per capire perché la presenza di questo capolavoro a Roma è passata sotto silenzio. La dottoressa Bertini non nasconde la sua indignazione e ci dice subito: “In Italia non ci sono opere di Vermeer e, quando ne arriva una, viene trascurata. È una vergogna!”.

Dottoressa perché “La lettera d’amore” non è stata pubblicizzata?
Non ci sono soldi. È questa la semplice spiegazione. Nella precedente legislatura, è stato stanziato solo lo 0,42 % del PIL ai Beni Culturali. Pochi soldi che vanno divisi tra lo spettacolo e i musei. In particolare la Galleria Nazionale di Arte Antica ha seri problemi economici e di spazio proprio perché è un museo nazionale e perché deve dividere Palazzo Barberini con gli uffici del Ministero della Difesa. In Italia i musei regionali e comunali sono quelli che hanno più soldi, mentre i nazionali dividono i proventi dei biglietti tra tutti e non hanno fondi sostanziosi. Per fare un esempio il Museo di Arte Contemporanea che stanno costruendo a Roma e che è nazionale, il MAXXI, ha avuto un taglio ai fondi e i lavori sono fermi.

Mi sembra che ci sia molta confusione sull’istituzione museo nel nostro paese. Può spiegare meglio questo problema?
In Italia esiste una polemica sul principio di individuazione dei musei. Abbiamo forse il patrimonio museale più grande al mondo, la cifra percentuale si aggira intorno al 39%, e lo Stato non lo tutela affatto. Secondo l’ICOM, l’Istituto Centrale Organizzazione Museale, esiste una grande frammentazione di musei con un conseguente sperpero di fondi.

Eppure ci sono diversi modi per trovare i soldi ad esempio con una partnership con una banca come fanno molti musei. Perché non si è fatto in questo caso?
È vero che l’articolo 121 della legge Bassanini del 1998 prevede gli accordi con sponsor esterni, tra cui anche le banche, ma in questo caso non si è fatto perché la situazione della Galleria Nazionale è difficile da gestire. Il problema è che a Roma esistono molte collezioni di Arte Antica (si intende l’arte iconografica del 1500-1600) sia pubbliche che private come la Borghese, la Spada, la Corsini e la Doria-Pamphili e la Galleria Nazionale è quella meno conosciuta, che ha meno dialogo con il territorio intendo, anche se espone tre quadri di Caravaggio che ne farebbero, da soli, la sua fortuna.

Lei ha anche criticato l’allestimento dell’opera di Vermeer nella Galleria.
Questa è un’altra nota dolente. È stato fatto un errore madornale di ordinamento: l’opera è esposta nella sala del Cinquecento e invece doveva andare in quella del Seicento per fare un paragone con i contemporanei italiani. Poi l’allestimento non mi piace, ma questo è un giudizio soggettivo: il quadro è stato messo su un pannello rosso con dietro un corridoio, un passaggio di persone, che disturbano la fruizione. Anche sull’illuminazione ho da ridire.

Come si potevano evitare tutte queste omissioni? Che cosa si poteva fare per gestire meglio l’ospitalità di Vermeer?
Diciamo subito che la notizia dell’arrivo di questa opera a Roma si conosceva più di un anno prima. Abbiamo parlato della mancanza di soldi, ma un quadro di questo tipo porta ricchezza. Si poteva affidare un progetto di ricerca all’Università o fare una mostra didattica a sineddoche, cioè pluridisciplinare come è stata fatta in passato per la “Dama con l’ermellino” di Leonardo esposta a Palazzo Venezia. Insomma si poteva organizzare una esposizione con l’unico quadro protagonista, a costi bassi e con riferimenti e collegamenti alla nostra cultura. È stata innanzi tutto una occasione mancata in ambito culturale.

In che senso?
La presenza di Vermeer a Roma ha un particolare significato simbolico, perché è il pittore figlio della Riforma protestante. Il committente di Vermeer è un borghese, un nuovo soggetto che si compra un’arte che non vuole più religiosa. Ecco in Vermeer c’è la totale desacralizzazione dell’arte. Per fare un paragone, anche se è precedente, nel Seicento Caravaggio ha una committenza clericale della Controriforma e recupera tematiche religiose addirittura dall’Antico Testamento come l’assassinio compiuto da Giuditta. Giuditta uccide l’eretico Oloferne, simbolo della Riforma, cioè taglia la testa al committente di Vermeer.

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