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Giallo & Noir, esiste una scuola romana?

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Veramente è una domanda che non ci siamo mai posti, e non tanto perché non siamo giallisti di professione (ma grandemente affascinati da tutto ciò che è mistero, intrigo, enigma), quanto, piuttosto,

Veramente è una domanda che non ci siamo mai posti, e non tanto perché non siamo giallisti di professione (ma grandemente affascinati da tutto ciò che è mistero, intrigo, enigma), quanto, piuttosto, perché ci è sempre sembrata non indispensabile l’appartenenza a una “scuola” per esprimere la propria creatività.
Tuttavia, tuttavia… che vuol dire fare “scuola”? Che significa aggregarsi in un “gruppo”? E soprattutto: che senso ha aggregarsi in un gruppo? Ci sono dei vantaggi? Degli svantaggi? Ci si può divertire perseguendo gli stessi interessi, condividendo le stesse passioni? E poi: perché proprio il giallo. Anzi, il giallo, l’horror e il noir?
Sono questi gli interrogativi intorno ai quali si articola l’incontro organizzato, col patrocinio della Siae presso il Palazzo del Burcardo di Roma, da un gruppo di giallisti e precisamente: Biagio Proietti, Luigi De Pascalis, Giulio Leoni, Massimo Mongai, Massimo Pietroselli, Maurizio Testa, Nicola Verde.
Introduce l’incontro Massimo Mongai, parlando di numeri e affermando che il giallo ha avuto un fortissimo incremento negli ultimi dieci anni passandosi dai 167 titoli pubblicati nel 1994 ai 1150 titoli del 2006. Tutto ciò rappresenta una tentazione molto forte per le case editrici che hanno visto nel fenomeno una ghiotta occasione di guadagno, e spesso hanno cercato di contrabbandare sotto l’etichetta “noir” di tutto e di più.
Ma perché tra i lettori c’è così tanta voglia di giallo/noir?
Secondo Maurizio Testa – direttore de “Il falcone Maltese” – il giallo tradizionale è uscito dai binari codificati e si è contaminato, è diventato uno strumento per raccontare altre cose, e proprio perciò ha allargato i suoi confini. Il giallo è meno giallo di prima, è più vario, racconta una realtà storica, o sociale, o svolge indagini di tipo psicologico. Perciò riesce a divertire un pubblico sempre più vasto.
Massimo Pietroselli, invece, ha posto l’accento sul perché il giallo è considerato un genere minore e guardato con sufficienza dalla critica: “Perché è una macchina perfetta – ha detto – e questo dà fastidio ai critici che non vogliono vedere nella letteratura gli ingranaggi di una macchina. Nel giallo non si scappa, la storia è costruita con pezzi ben precisi ed è mossa da un’energia altrettanto precisa. I pezzi sono tre: investigatore, vittima, assassino. A seconda di come essi sono assemblati abbiamo: il giallo classico o di investigazione; il thriller, quando intercorre una forte relazione tra investigatore e assassino; la suspense quando invece l’accento viene posto essenzialmente sulla vittima. Riguardo invece all’energia che muove la macchina: nel giallo classico è rappresentata dalla sorpresa; nel thriller e nella suspense, invece, è l’empatia: quella che si viene a creare tra il lettore e la vittima nella suspense, tra il lettore e l’investigatore nel thriller.
Bene, dopo questi brevi accenni circa la materia del discorrere, passiamo adesso all’interrogativo più importante: esiste una scuola romana del giallo/noir?
Luigi De Pascalis dà al riguardo una risposta che ci sembra molto bella: in una letteratura di tipo anglosassone che si muove su scenari globali, questa della “scuola romana” è solo un’affermazione di tipo campanilistico. Tuttavia, proprio a causa di questa globalizzazione, si corre il rischio di perdere le caratteristiche essenziali di una civiltà di riferimento. Allora sì, in questa prospettiva, ha senso riflettere sulla salvaguardia culturale delle proprie radici, capire che cosa può essere per noi il giallo.
Giulio Leoni afferma decisamente che no, non c’è una scuola romana. E forse è un bene che sia così perché le scuole spesso hanno una sorta di doppia faccia: da una parte sono degli acceleratori di cultura (luoghi d’incontro di idee, di interessi, di intelligenze) dall’altra, però, si pongono come delle cornici, delle gabbie, segnano dei confini, si sottraggono a un territorio che potrebbe essere fertilmente usato. A Roma non sono mai esistite delle scuole – forse, in passato, una scuola pittorica molto circoscritta – perché è una città che anche urbanisticamente si presta male a incontri, serate, scambi: è troppo dispersiva. Il problema romano è che non c’è stata mai una sorta di consonanza sull’idea della narrazione. Secondo alcuni il giallo è mimesi della realtà, chiave interpretativa delle tensioni sociali del nostro tempo (vedi Romanzo Criminale di De Cataldo), secondo altri è una narrazione di fantasia che non ha corrispondenza immediata con la realtà. Ciò ha reso difficile la creazione di un’area riconoscibile, anzi, si può dire che è proprio questa una caratteristica della “non scuola” romana.
Interviene allora Biagio Proietti affermando che bisogna spostare l’interrogativo: non stabilire se esiste o meno una scuola romana – considerandosi pacifica, a questo punto del dibattito, la sua non esistenza – ma se è possibile ritrovarsi, riconoscersi, fare gruppo, stare insieme.
“Si sente il bisogno di organizzazione. Se ci si organizza si può avere un maggior potere, si può essere più forti sia con gli editori che con la stampa. Si può essere presi maggiormente in considerazione secondo quel vecchio detto: «L’unione fa la forza»”.
Dello stesso avviso è Nicola Verde, il quale propone anche di superare il genere giallo/noir e allargare l’iniziativa ad altri generi letterari tipo mainstream o fantasy. La proposta non viene accolta con entusiasmo: la tendenza dei giallisti è quella di mantenere comunque ben definita la propria identità altrimenti, dicono, si finirebbe per diventare una qualunque associazione tra autori, e queste già esistono.
A tal fine qualcuno avanza l’idea di fondare una Casa del Giallo, alla stregua della Casa della Letteratura, del Cinema, o della Musica: un luogo dove incontrarsi per ritrovarsi condividendo gli stessi interessi.
Ma altri azzardano ancora di più: incontrarsi, fare gruppo e va bene, ma anche coalizzarsi per farsi pubblicare.
Uhmm, ci questa sembra proprio grossa. Per esperienza sappiamo che gli editori – soprattutto quando sono seri – valutano essenzialmente il prodotto: se vale viene pubblicato, altrimenti finisce nel cestino. Oppure: se è valido e corrisponde alla linea editoriale della casa editrice, viene pubblicato, altrimenti (pur essendo valido) finisce ugualmente nel cestino. Le raccomandazioni, le amicizie… sì talvolta possono servire, ma questa è tutta un’altra storia. Molto più utile, allora, il vaglio di un’agenzia letteraria (o di una scuola di scrittura) che ha il compito di scremare la massa degli scritti e proporre quelli di un certo valore. Ma questa dell’associazione a fini (anche) di pubblicazione ci sembra molto azzardata come ipotesi di lavoro, preferiamo condividere la tesi di Nicola Verde che, alla nostra domanda sullo scopo concreto che questo gruppo dovrebbe proporsi, ha risposto:
“Praticità, innanzi tutto. Visibilità: qualsiasi cosa fatta da uno potrebbe, di riflesso, proiettare luce sugli altri nomi. Mettere in comunione le nostre conoscenze, che significherebbe arricchire le conoscenze di ciascuno di noi. L’aiuto reciproco nelle scelte, nei suggerimenti, nei consigli. Fare convegni che da soli nessuno di noi sarebbe in grado di mettere in piedi, e i convegni (o anche le semplici presentazioni) servono per far circolare il nome nel campo. Avere spazi su internet o su giornali, che da soli nessuno di noi sarebbe in grado di ottenere. E’ per questo che “l’unione fa la forza”. Non essere soli, insomma. La scrittura, di per sé, è un lavoro solitario, noi vorremmo renderla un po’ meno solitaria”
E’ vero, la scrittura è un lavoro solitario, chi scrive lo sa e sa – pure – che la solitudine è un elemento indispensabile per la realizzazione di una storia, e questo anche se si buttano giù i propri appunti seduti al tavolino di un bar o sulla metropolitana, o in una piazza, mentre si fa la fila alla posta o dal dentista: si è soli dentro, col foglio e la penna, o davanti alla tastiera del computer, concentrati a raccogliere e fermare, una per una, le immagini che come un film scorrono nella mente, e le conseguenti suggestioni, emozioni.
E allora, concordiamo con Biagio Proietti che, alla fine dell’incontro, mentre sorseggia un prosecco, dice: “L’importante è stare insieme, il resto verrà”.

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