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La sorellina

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Giovanna pensava di essersene liberata da tempo e invece se la ritrovò all’improvviso tra i piedi, la stronzetta bionda. "Davvero ce l’hai ancora con me?" A queste parole, Giovanna si bloccò.

Giovanna pensava di essersene liberata da tempo e invece se la ritrovò all’improvviso tra i piedi, la stronzetta bionda.

“Davvero ce l’hai ancora con me?”

A queste parole, Giovanna si bloccò.

Si trattava di lei, non c’era dubbio. Stava seduta sul bordo della poltrona, le gambe penzoloni, con un vestitino a righe sottili, bianche e azzurre, il colletto bordato di blu. Dio, se era piccola. L’aveva sentita descrivere fino alla nausea. Per i suoi genitori era stata la figlia perfetta fino a quando non era morta. All’età di quattro anni. Facile essere perfetti per soli quattro anni.

“E smettila di fissarmi così!”

Giovanna aprì la bocca e poi la richiuse. Non riusciva a parlare. In tutti i suoi tredici anni non le era mai capitata una cosa così spaventosa. Con uno sforzo, riuscì a mormorare: “Che cosa vuoi?”

“So che mi odi”, disse Nina.

“Non è vero” replicò Giovanna.

“Sì che è vero. È da quando me ne sono andata che ti osservo”. Nina aveva ridotto la sua voce quasi a un sussurro. “Riesco a vedere anche i pensieri, sai?”

Giovanna si avvicinò alla finestra aperta del soggiorno, da cui entrava, insieme al rumore del traffico, un alito di vento che smuoveva appena le tende. Respirò a fondo. “Calmati” si disse “Non può più farti del male”. Ma non ne era così sicura. Le sue mani tremavano senza che lei riuscisse a fermarle. Si voltò di nuovo verso il centro della stanza e andò a sedersi nella poltrona di fronte all’altra. Il movimento le diede un capogiro. Osservò meglio Nina: aveva i capelli arruffati, ai piedi, un paio di calzini bianchi e niente scarpe; l’orlo del vestito, da un lato, era stropicciato, asimmetrico, come se qualcuno l’avesse tirato con forza.

Lentamente, Giovanna appoggiò la schiena sul cuscino, il respiro riprendeva, più regolare. Non era impeccabile, dopotutto. Nina era immobile e la scrutava a sua volta. Giovanna sentì la maglietta appiccicata alla schiena. Nina fece per avvicinarsi e Giovanna d’istinto si ritrasse.

“Non è di me che dovresti aver paura” Nina sogghignava “Sei pur sempre mia sorella.”

“Sorella un cavolo,” rispose Giovanna. Non ne poteva più: chissenefrega se è una bambina, se è morta, se era tanto carina e magari sarebbe stata anche una meravigliosa sorella; era per colpa sua se in casa c’era sempre stato quell’alone di dolore, di rimpianti. I visi dei suoi genitori bui, gli sguardi chiusi, certi silenzi che sembravano infiniti. Era così che aveva passato domeniche, vacanze, Natali. Tutto era sempre stato opaco, fasullo.

“Ah, ora ci arrivi?” la voce di Nina interruppe i pensieri che Giovanna non riusciva a fermare, che si schiudevano, scoppiando come bolle, uno dopo l’altro. “L’hai capito, finalmente” proseguì “che è tutto finto.”

Mentre diceva così, Nina cercava di spianare l’orlo del vestito, riuscendo invece ad allargare lo strappo che si apriva nella stoffa.

“Finto? Che cosa?”

Giovanna voleva smascherarla, l’impostora.

“Non sono un’impostora” Il tono di Nina si era fatto era tagliente. “Prima lo capisci, meglio è. Stare dove sto io non è una gran cosa. Vedere i pensieri delle persone vive può essere molto doloroso. Questa è una cosa cui voi non pensate mai: che noi soffriamo anche dopo. Ricordiamo e soffriamo.”

Gli occhi di Giovanna si spostavano continuamente dal viso di Nina al suo vestito, a quel brutto strappo che spezzava di colpo le righe azzurre. “Nessuno ne parla” continuò Nina “e certo nessuno verrà a raccontartelo, nemmeno quando sarai grande.”

Mancava l’aria, Giovanna si sentiva incollata al cuscino, non riusciva a muoversi, mentre avrebbe voluto tanto alzarsi, andare via. Si guardò attorno: tutto pareva essere disposto come in una fotografia: i mobili, i ninnoli, i libri alla parete, le riviste sul tavolino. Quella era la casa in cui era cresciuta, senza che le mancassero abiti, pasti ben cucinati, giochi, svaghi, una camera dove leggere in santa pace. Aveva sempre pensato che quando se n’erano andati, nonni, sorella, qualche lontano zio, semplicemente fossero scomparsi dalla vita, se non dai ricordi, di chi rimaneva. A Giovanna vennero in mente quelle fotografie in bianco e nero riposte nel cassetto della scrivania, là nell’ingresso. Quand’era piccola, le aveva guardate tante volte, seduta in braccio alla nonna, mentre ascoltava la storia delle persone che sfilavano via via sotto i suoi occhi. Ecco, là avrebbero dovuto rimanere.

“Non ti ha detto tutto, la nonna” Nina interruppe ancora una volta i pensieri di Giovanna. Era davvero antipatica, sua sorella. Giovanna si alzò di scatto. “Di me ti puoi fidare” disse Nina. “Non ho mai fatto sapere alla mamma che eri stata tu a nascondere quell’anello nel ripostiglio delle scope, no?”

Giovanna si sedette di nuovo, come se qualcuno le avesse dato una botta dietro le ginocchia.

“Vedi che lo so? So anche che ti stai chiedendo chi mi ha strappato il vestito e perché sono senza scarpe, vero?”

Non mollava mai, Nina. In questo somigliava a sua sorella. In un sospiro, Giovanna disse: “Si.”

In quel momento, sentiva pulsare le vene del collo e, muovendo le mani, si accorse che sui pantaloni era rimasta l’impronta sudata delle sue dita. Le girava la testa, come quando, d’estate in montagna, andava sui calcinculo montati in piazza per ferragosto. Basta, Giovanna prese un profondo respiro e provò ad alzarsi. Anche quel gesto le costava fatica. Di colpo, le mancavano le forze. Guardò quell’orlo strappato. Sotto la stoffa, Giovanna vide spiccare sulle gambe di Nina delle sottili strisce rosse.

“Bruciano, questi graffi”.

Ogni volta che Nina apriva bocca, Giovanna sentiva una stretta allo stomaco. Aveva paura, una tremenda paura, molto più di quando aveva rincorso Davide, il figlio della sua vicina di casa, fin dietro le case nuove, in fondo alla via, e d’improvviso lui si era fatto troppo vicino e troppo grande.

“So come ti senti.” disse Nina con un sorriso quasi dolce. “Ero terrorizzata quella domenica di tanto tempo fa. Il giorno in cui me ne andai. Sentivo mamma discutere con lui, chiusi in camera. Anzi, litigavano proprio forte. Mamma gridava che si era pentita, che non avrebbe mai dovuto fidarsi di lui.”

Giovanna aveva il cuore in gola e si accorse di aver male alle mani, tanto forte stringeva i pugni. Ma Nina non aveva ancora finito: “A volte le cose sono proprio come sembrano. Se si tengono gli occhi aperti.”

Il suono della pendola appesa alla parete di fronte a loro ebbe l’effetto di uno sparo, in quel silenzio. Giovanna sobbalzò, tutto questo era insopportabile. Nina la guardava come in bilico tra lo scherno e la compassione. “Oh no, c’è molto peggio. Insopportabile è sapere la verità e non riuscire a dirla a nessuno”.

“La verità?”, l’interruppe Giovanna, sempre più pallida e sudata. D’un tratto si trovò a rimpiangere gli anni in cui Nina era solo – si fa per dire – una presenza molesta, un nome, qualche tratto immaginato, una specie di nemica immaginaria, con cui era stata costretta a fare i conti. Ora Nina stava lì, seduta di fronte a lei e Giovanna ammise tra sé che tanta paura non faceva. “Papà è sempre stato un debole, non ha mai amato la mamma, piuttosto gli piaceva l’idea di avere una moglie giovane, di buona famiglia, che gli avrebbe consentito di continuare la vita di sempre.”

Giovanna spalancò gli occhi, voleva che stesse zitta, per la miseria. Era della sua vita che parlava, quella che aveva vissuto fin qui e dove, se ne rese conto d’un tratto, in fondo si era accomodata. Nina parlava quasi sottovoce e Giovanna tratteneva il respiro per non fare il minimo rumore.

“Mi voleva bene, papà, come voleva bene a tutti gli oggetti che lo facevano sembrare importante: una bella moglie, la casa in centro, una bambina ammirata da tutti. Si era costruito il suo mondo insospettabile.” Nina aveva il visino bagnato dalle lacrime, ma non smetteva di parlare. “Solo che per mamma non era abbastanza; voleva che smettesse di giocare a poker tutte le notti, perdendo montagne di soldi. Quella domenica era decisa a tutto, cacciarlo, andarsene. Aveva deciso che saremmo tornate dalla nonna e che si sarebbe occupato di tutto lo zio Cesare, avvocato.”

Giovanna non se lo ricordava lo zio Cesare.

“È morto poco dopo la tua nascita”. Nina ora fissava un punto del tappeto, senza più guardarla negli occhi. “Mamma mi aveva preparato per uscire ma, sulla soglia trovò papà a fermarla. Lei però fu più veloce e mi trascinò di corsa giù dalle scale, senza accorgersi che il vestito mi si era impigliato in un ricciolo di ferro della ringhiera e che avevo perso l’equilibrio, sbucciandomi le gambe.”

Abitavano in un palazzo costruito all’inizio del 900, di quelli tutti stucchi e decorazioni liberty. La ringhiera di cui parlava Nina era un ghirigoro di ferro battuto che da molto tempo avrebbe avuto bisogno di una riverniciata. Giovanna ci aveva rovinato più di una cartella, su quella ruggine.

“Era già così quando c’ero io. Mamma e io uscimmo dal portone, ci investì la pioggia obliqua del primo acquazzone veramente autunnale. Faceva freddo. Tanto freddo. Mamma era come accecata dalla collera, dalle lacrime e si mise a correre, tenendomi per mano, verso la casa dei nonni.”

Ora Nina respirava affannata, come se stesse ancora correndo e non smetteva di parlare: “Sono sempre stata poco robusta”.

Giovanna lo sapeva bene, la fragilità faceva parte dell’alone che aveva circondato l’immagine della sorellina, nei racconti familiari.

“Quella doccia gelata mi fece ammalare: la mamma, quanto era giovane anche lei, pensò a un raffreddore, sarebbe passato in pochi giorni. Ma non fu così: era il momento di andare via e lo feci.”

Giovanna sbatteva le palpebre per non piangere; ma via, non era possibile, sua madre non dimenticava mai golfini, cappellini, era quasi ossessiva quando si trattava di coprire, scaldare, asciugare.

“Ci è diventata così.”

Nina si era passata le mani sugli occhi. Era stanca?

“Non sono stanca. Sono triste. Non mi vuoi credere e non riesci a liberarti del tuo risentimento.”

Be’, pensò Giovanna, non puoi non avercela con una che fa a pezzi la tua famiglia.

“Quello che vorrei fare a pezzi” Nina si alzò dalla poltrona, le si avvicinò per fissarla dritta negli occhi “È la tua ostinazione. Non sono io la tua nemica.”

In quel momento dall’ingresso arrivò il rumore delle chiavi che giravano nella toppa, Giovanna si alzò immediatamente.

“Ciao papà” gridò “sono qui, in soggiorno”.

Vide suo padre entrare e immediatamente guardò verso la poltrona. La luce che entrava dalla finestra illuminava la stoffa a fiori, i cuscini ben tirati, tutto a posto. A quanto pareva, non c’era mai stato nessuno, se non fosse stato per quel minuscolo brandello di stoffa a righe, caduto vicino al tappeto. Lo raccolse in fretta.

“Devo studiare”, disse Giovanna al padre “vado in camera mia”.

Si alzò, aprì la porta della sua stanza e si stese sul suo letto. Doveva pensare. Ma per quanto provasse non riusciva a cancellare dalla mente lo sguardo del padre, fisso sul lembo di stoffa a righe che lei aveva stretto nel pugno.

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