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Il telefonino

di

Data

Estate del ’94, forse del ’95. Una Panda si ferma all’altezza di Pratica di mare e chi guida, una ragazza vestita in modo succinto non ha un cellulare per chiamare i soccorsi.

Sarà stata l’estate del ’94. Forse il ’95.
Avevo organizzato un aperitivo ad Anzio con Valeria e Stefania, due amiche che tornavano da Ventotene.
Al momento di uscire – nel bagno dell’ufficio, sotto il gessato – mi ero infilata un pantacollant azzurro elettrico e un top fantasia. Poi, dentro la Panda, fuori dal parcheggio aziendale, continuai la trasformazione. Via tailleur e chanel, sostituite da due tacchi dodici, già sistemati sotto il sedile. Dalla borsa afferrai la trousse del trucco e, accostata allo specchietto, rinforzai il tutto: eye-liner, fard, il rosso “Passion” delle labbra. Poi orecchini, bracciali, anelli e la cinta preferita, quella acquistata in una vacanza a Mikonos. Ripiegati giacca e vestito sul sedile di fianco, rimisi in moto.
All’imbocco della Pontina, canticchiavo felice dietro le note della Nannini.
Già pregustavo l’incontro nel solito pub, vicino al porto. Negli ultimi tempi, di passaggio ad Anzio, andavamo sempre lì, soprattutto per Francesco il proprietario: sguardo magnetico, sorriso aperto, battuta pronta; tutto offerto senza risparmio mentre serviva ai tavoli. Sensuale anche il suo inglese, per questo soprannominato Anymore. Con Valeria, in una disputa non dichiarata, (Stefania era fuori gioco, per fortuna, presa com’era dal suo nuovo amore per un collega) gli avevamo messo gli occhi addosso fin dall’inizio. E alla mascherata del pantacollant, tacchi e via discorrendo, nessuna delle due voleva rinunciare.
Gli davo un po’ giù con l’acceleratore. Se non fossi arrivata puntuale già le vedevo, impazienti con il telefonino in mano, pronte a chiamare chiunque per avere notizie. Sempre con le orecchie attaccate ai quei cosi neri; che parlavano e si muovevano con aria di superiorità. Insopportabili. Loro non capivano perché mi ostinassi a non averlo. Dicevano che ero rimasta la solita dura e pura di sempre. Una snob che andava contro il tempo. Che mi complicavo la vita, inutilmente. E sebbene sapessi che, presto o tardi, avrei dovuto affrontare quel problema anche al lavoro, io, al solito, con sufficienza, le lasciavo parlare.
All’altezza di Ardea, si accese la spia dell’acqua mentre già si alzava un filo di fumo bianco. Il solito problema del surriscaldamento. Fortuna volle che a pochi metri riuscissi ad accostarmi ad una piazzola di sosta. Aperto il cofano, la densa nuvola di vapore non mi impedì di vedere, poco più avanti, un gruppetto di donne vestite su’ per giu’ come me, ma in modo più succinto, ostentato. Decisamente volgare. Mi guardavano con sospetto. Qualcuna, un misto di rumeno-romano, non si trattenne:
Pure con machina? Oh via, questa nostra zona…
Convinta che sarei ripartita presto, feci finta di niente e continuai a smanettare; ma quella insisteva:
Oh, nun senti? Detto, via!… Ahò…- aggiunse subito un’altra che romanizzata forse da più tempo aveva tutta l’aria della capetta – te ne devi d’anna-aa’. Hai capito?
L’agitazione cresceva.
Nemmeno il tempo di svitare e riavvitare tappi, che si avvicina una macchina. Da dentro uno mi fa:
Pure cor cofano aperto mmh… sillavori come fai cor quer motore! Ahò, a bellaa, quanto? Che fai, non rispondi? Oh, così m’attizzi de più…Allora?
Era troppo. Con voce tremante e affettata cercai di chiarire, inutilmente, l’ equivoco.
– Ma che te credi, che ce l’hai d’oro? Ahò, anvedi questa… Stai bene lì stai, ‘sta scema!
Sgomma e se ne va.
Un tizio, che si era messo in fila, un superpalestrato, maglietta attillata, dentro una decappottabile rossa, convinto di spuntarla rispetto all’altro, accostò.
– Con me puoi anda’ mejo! – sussurrò – Dai, dimme che fai e se mettemo d’accordo.
Con l’auto in quello stato, finalmente realizzai che si stava facendo buio, che l’aperitivo ormai era saltato e che stavo su una piazzola della Pontina tra mignotte e clienti.
– ‘Nnamo sù! Nun te la sta tirà troppo, che c’ho da fa’.
Sentivo montare la rabbia. Troppo educata forse non funzionava. Fremente, mi interrogavo sull’efficacia del lei o del tu in quel posto. D’impeto, lo mandai a quel paese, mentre aprivo lo sportello per prendere la giacca. Nonostante il caldo, me la infilai in fretta, convinta che, anche se su pantacollant, un gessato grigio avrebbe dovuto spegnere ogni fantasia a quei dementi. Ma il superpalestrato sembrava non demordere.
Ohh!!… E con quella c’è il sovrapprezzo? Daje, tirame un po’sù, che me devo anna’ a sbatte a cena da mi’ socera e nun ce la posso fa!
Ormai eravamo alle confidenze intime.
Ecco sta bene là. Vada, non faccia tardi, l’aspettano!
Mbè che fai, me dai del lei? Torna qua ndo’ vai? Ahò?… Ma guarda che me va a capita’, sto a perde tempo co’ questa e là se scoce pure la pasta. Te saluto, va!
Partito anche il superpalestrato, pensavo di poter tornare ad occuparmi della mia auto. Ma all’improvviso sentii un colpo sul polpaccio.
A zoccola! Ancora qua stai? Mo’ te lo famo capì mejo. Beccate questo tiè!
Erano in quattro.
Dall’altra parte della piazzola, malferme sui supertacchi e con grossi sassi in mano, si muovevano minacciose verso di me.
Con l’ esperienza in tema di trattative, in azienda lavoravo nel settore delle relazioni industriali, pensavo che ci saremmo subito chiarite.
– Calma, calma. Ascoltate: qui c’è un malinteso…
Mateso…???.. Monia, esti bun! – intimò la capo branco all’altra. – Che a sta’ de fija de na mignotta ce penso io ‘na vorta pe’ tutte.
Questa volta centrata in pieno sulla coscia, riparai subito dentro la macchina. La mossa sembrò acquietare le tizie. Così, dopo un po’, potevo tornare a ricontrollare il radiatore. Benché assottigliato, il fumo fuoriusciva ancora.
Guardavo sgomenta il lurido intreccio di tubi e fili quando, ad un certo punto, sentii dei passi dietro le spalle. Mi voltai e vidi venire verso di me un uomo, aspetto giovanile, curato.
Che meccanico! – esclamò sorridente – Però, se ci mettiamo le mani in due…
Appena fu più vicino, l’osservai meglio. Aveva l’aria meno truce degli altri, gentile, direi. Uno che potresti trovarti accanto tra gli stand di una libreria mentre sfoglia qualche libro.
Grazie. È il solito problema dell’acqua…
L’acqua eh?
Sì, solo che a quest’ora con la macchina in queste condizioni…
Già…
Se avessi un telefonino. Per caso, lei ce l’ha? Solo per avvisare che…
Certo, eccolo! – esclamò – Un Motorola! – aggiunse fiero.
Ero salva.
Glielo afferrai avida. Subito, però, me lo sentii sfilare.
Eh-eh, che fai? Ci diamo del tu vero? – domandò il gentilino.
Chiedeva il permesso, almeno.
Sì, certo. È che lei, tu, mi avevi…
Cosa? Chiamare col telefonino costa.
È solo per una emergenza.
Eh un’ emergenza! Anche per quella c’è lo scatto alla risposta.
Sì, ma…
Poi? Un minuto? Due? Tre, cinque..il tempo scorre. Tu che fai?
Come che faccio? Chiamo le mie amiche e..
Ho capito, ma c’è un tariffario per questo. Ripeto, tu che fai?
Posso pagarla, cioè pagarti.
Incredibile! Sei particolare però. Tu mi pagheresti?!… E come?
Mi ha, mi hai detto che c’è lo scatto alla risposta e poi..
Ecco appunto, che fai per lo scatto alla risposta? – lo chiese muovendo l’indice sul mio viso.
Finalmente capii. Per uscirne, dovevo stare al gioco.
Recuperata dietro il sedile la bottiglia d’acqua per l’emergenza motore, iniziai lentamente a versarla nel radiatore; poi ad avvitare il tappo e a chiudere il cofano. Accentuavo, provocante e sinuosa, ogni movimento. Dopo un po’, non riuscì a trattenersi:
Bè, messa così, con te mica basta lo scatto alla risposta…
Sempre più vicina, gli occhi dentro i suoi, gli sussurrai in un orecchio:
Un forfait va bene? Dai, solo una telefonata…
Vabbè, una, però. Non di più! – concesse recalcitrante mentre porgeva il telefono.
Grazie.
Mi ringrazi dopo. Fa presto! Ti aspetto nella mia macchina.
Questa volta sorrise sardonico. Ma non mi lasciai sopraffare. Col telefonino di nuovo in mano, dovevo solo fare presto.
Al tempo, non c’erano molti suffissi. Il più comune, il 335, era seguito da sei numeri. Per memorizzarli, con le cifre due-a-due, usavo piccoli stratagemmi, date di anniversari, tabelline, i numeri civici di certe strade. Ma il metodo più efficace era quello delle linee di bus e tram: 75 (Indipendenza/Poerio); 81 (Malatesta/Risorgimento); 14 (Togliatti/Termini)…
Chiamai Valeria (Stefania aveva un numero intervallato da zeri che per ricordarlo avrei dovuto conoscere le linee Atac anche fuori raccordo): che sollievo sentirla!
Stavano ancora ad Anzio. Dal tono allegrotto della voce era evidente che, se c’era stata preoccupazione, dovevano averla smaltita con qualche buona bottiglia. Mi disse subito che, vista l’ora e perso l’ultimo pullman per Roma, avrebbero pernottato lì. Anzi a dirla tutta, Stefania, al solito non reggendo l’alcool, già dormiva nel bed and breakfast di fronte.
Quando però le raccontai i particolari di quello che mi era successo, sembrò ritrovare tutta insieme la lucidità, perché Valeria ad un tratto chiese:
– Hai detto sulla piazzola dopo il bivio di Ardea?
– Sì.
– Non muoverti, veniamo subito a prenderti.
– Come “veniamo”? Stefania dorme, tu senza macchina…
– Non ti preoccupare. Aspetta lì. A dopo ciao.
Riagganciò, senza darmi la possibilità di aggiungere altro.
Finalmente mi tranquillizzai. Veniva a soccorrermi e quell’alberghetto prenotato era un problema risolto per la notte. E forse non solo per quello. In fondo, il discorso con Francesco era soltanto rinviato di qualche ora.
Appena riattaccato però, ripiombai nel delirio di quel posto.
Durante la telefonata, infatti, ero avanzata troppo incautamente nel territorio delle ringhiose e la capo branco, nel vedermi, aveva ricominciato a sfoderare il solito campionario di insulti e sassi. Meglio rientrare in macchina. Ma prima dovevo chiuderla con il gentilino.
Gli riconsegnai subito il telefono, lo ringraziai e per evitare discussioni, gli rifilai una banconota da cinquemila lire. Una discreta sommetta per una telefonata così breve, ma almeno l’avremmo finita con la menata sui minuti e gli scatti alla risposta. Pensavo.
Il gentilino appena si rese conto che tutta la trattativa si stava concludendo unicamente con la restituzione del Motorola e una piccola banconota, aprì di scatto la porta e, sbracciando nervoso con il telefonino in mano, cominciò a inseguirmi.
– Ahò, non erano questi i patti. Ahò! Aaa… come te chiami? Torna indietro! Mica penserai che…
In quel momento un sasso volante colpì l’apparecchio che finì per frantumarsi a terra.
– Nooo cazzo! Il telefonino, no!
Contemplava incredulo il suo rottame, mentre io riuscivo a chiudermi dentro l’auto in attesa dei soccorsi.
Stetti così un bel po’ con la radio accesa a tener d’occhio la situazione della piazzola mentre impaziente guardavo l’orologio. Valeria conosceva bene la strada e a quell’ora senza traffico, calcolavo che sarebbe arrivata abbastanza presto.
Previsione puntuale. Appena mi si parò davanti, l’abbracciai felice. Con l’emozione a mille quando, dietro di lei, vidi anche Francesco. In pensiero per me, era corso a salvarmi, tesoro! E come mi guardava. Di più, mi carezzava. Ah, quegli occhi penetranti e avvolgenti! Eh sì, Valeria doveva proprio rassegnarsi.
Raggiante, gli stavo andando incontro quando partì un nuovo attacco:
E mo quest’altra, ndo’esce? Pure cor pappa ve presentate? Ma chi sete ahò?…
Chi sei te?
Va bè perso già troppo lavoro stasera. Mettemose d’accordo: noi là, voi solo qua. Ok?
Oh, ma d’accordo su che? Vattene va, se no ci pensano quelli del 113, è chiaro?
Ci andò giù dura Valeria. E mentre la ringhiosa-capo, sconcertata, rientrava nel branco, la mia amica cominciò ad attuare il salvataggio. Un piano che doveva avere già in mente, perché mi disse subito di provare a mettere in moto e poi di mettermi alla guida della Panda. Dietro, lei e Francesco, mi avrebbero seguito con la macchina di lui. Intanto, faceva scendere dall’auto un ragazzetto, vent’anni o poco meno, nell’oscurità non distinguevo bene, a cui Francesco diceva qualcosa.
Era la prima volta che Valeria si manifestava col piglio della decisionista. Superato lo stupore iniziale, la presi in disparte per chiarirle che non intendevo tornare da sola. Io già mi vedevo con Anymore, sguardi e carezze, dentro la mia macchina dritti-dritti verso l’alberghetto.
– Non sarai sola – replicò pronta – con te verrà Amal, l’indianino, quello che lavora nel pub di Francesco. Te lo ricordi? Eccolo là.
– Amal?..Ma chi cazz!…Senti, è stata una serata pesante, sono stanca e non ho voglia di scherzare. Francesco verrà con me.
– Eh no!
– Non ho capito, scusa…
– Se avessi chiamato prima. Ma tu sei dura come un mulo: e il telefonino no, e quel catorcio di Panda col radiatore sempre rotto non si cambia…
Questo che c’entra?
C’entra eccome! E poi va a succedere che…
Va a succedere, cosa?
Non rispose, si girò di scatto. Quando gli fu vicino, Francesco l’attirò a sé e la baciò. Valeria a quel punto si volse e con un mezzo sorriso, tra rivalsa e vecchia complicità, mi strizzò l’occhio.
Ecco cos’era successo! Non ci potevo credere. Io che avevo pensato… E tutta quella solfa per un telefonino del cazzo. Pure la strizzatina d’occhio, la stronza.
Rimuginavo cupa, ma ne avevo anche abbastanza di quel posto. Volevo andarmene.
Stavo mettendo in moto quando Amal, nessuna parola di italiano, poco o niente inglese, indicò timido il sedile accanto per chiedermi se poteva salire. Avrei voluto rispedirlo da quei due. Poi ci ripensai. Poteva essere utile nel caso di un’altra emergenza. Solo gesti. Nessuna chiacchiera. Meglio, così potevo pensare alla mia vendetta.
Dallo specchietto, pronta a seguirmi,vedevo l’auto di Francesco con la stronza dentro sempre più avviluppata. Più avanti le indemoniate, che adesso erano in trattative con il gentilino.
Che serata di merda!
Il piano per riprendermi Francesco a quell’ora della notte si alternava ormai anche al desiderio di arrivare presto in albergo, togliermi le scarpe e buttarmi sul letto.
Già, le scarpe. Mentre lasciavo la piazzola per girare sulla statale, mi chiedevo come facessero le ringhiose a stare a stare ore e ore sopra quei tacchi assurdi.
Dura la vita delle zoccole.
Non per tutte, però. Valeria doveva saperne qualcosa.

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