La calotta cranica cedette leggermente sotto la pressione dell’indice. Un leggero avvallamento cui si aggiunse quello formato dal contatto del dito medio, quello del dito anulare, quello del mignolo e infine del pollice della mano destra. La stessa cosa si ripetè per la mano sinistra. Cominciò a massaggiare e la schiuma dello shampoo impastò dita, capelli e pelle. Non avvertì nulla di diverso dal solito, solo sembrava che la angolazione delle braccia fosse più ampia e il corpo era asciutto come se tutta l’acqua piovuta dalla doccia fosse stata assorbita dalla sua testa che infatti sentiva pesante. Continuò con cura il massaggio del cuoio capelluto e quando gli parve sufficiente aprì nuovamente l’acqua per far scorrere la schiuma abbondante con cui aveva insaponato i capelli. Nonostante il flusso l’acqua non arrivava a bagnare le sue spalle. Il corpo era ancora completamente asciutto. Senza preoccuparsene continuò a sciacquare sino a quando ritenne che non vi fosse più traccia di schiuma. Automaticamente mise l’accappatoio e si presentò davanti allo specchio. Un enorme tremolante testone, che a fatica era contenuto nel riquadro e soprattutto pericolosamente a fatica era sostenuto dal collo che pareva non reggere l’ondeggiare lento di quello, era riflesso nel vetro. Non provava dolore né si sentiva stupito. Semplicemente era lui quel boccione intriso d’acqua e prese a preoccuparsi che il collo davvero potesse spezzarsi e il boccione schiantarsi in terra quando vide che l’ondeggiare diventava via via più profondo. Cauto cercò di fermare la testa tenendola con le mani e alla pressione come una spugna intrisa quella cominciò a rilasciare l’acqua schiumosa. Continuò, ancora non sentendo male, fino quando la testa gli parve tornata alla dimensione normale. Solo allora usci dal bagno lasciando una enorme pozzanghera sul pavimento. Non pensava nulla e senza pensare accese il televisore e insieme il computer. Assorbiva automaticamente suoni e immagini che man mano si intrufolavano indelebili nel suo cervello che presto cominciò a riempirsi alla rinfusa di quella confusione. Tornò nel bagno con l’intenzione di affondare la testa nell’acqua fredda ma non si accorse della pozza di acqua e sapone e cadde in terra battendo il gomito destro sul pavimento. Sentì il cozzare dell’osso. Si dibatté dal dolore che per un attimo illuminò la selva di immagini e suoni che stagnavano nel cranio ma fu solo un attimo perché subito scivolò nuovamente, stavolta battendo la nuca sul bordo del water. Stavolta il rumore fu un tonfo grassoccio e non ci fu dolore. La calotta aveva assorbito la botta modellandosi contro la ceramica e subito si era ricomposta. Si alzò in piedi davanti allo specchio. Toccò e ritoccò la testa. Fece pressione con le dita ed ogni volta quella cedeva e tornava alla sua forma.
“La mia testa è diventata una spugna” pensò “Le piastrelle della parete del bagno sono 180. Sarebbero in realtà 225 ma quelle sotto lo specchio non si vedono.”
In effetti non le aveva contate ma viste.
Le piastrelle, il lavabo con il miscelatore, il contenitore trasparente con il sapone liquido rosso, il portasciugamani e l’asciugamano blu. Voltò la testa rapidamente e rapidamente assorbì avido tutto quanto vedeva. Il rumore dello sciacquone lo assorbì fragorosamente.
“Devi dormire la notte, sono stanca di sentirti vagare!” Il rumore aveva svegliato Giulia che dal buio ora lo rimproverava.
K. senza rispondere entrò nel letto, le toccò leggermente la spalla con le dita e quella infastidita mugugnando si rincantucciò sotto la coperta cosicché K., voltatosi, dall’altra parte prese sonno.
Finalmente quella notte dormì bene ed al mattino si alzò, come al solito, uscì di casa, come al solito, andò in ufficio come al solito. Seduto alla scrivania accese il computer per avviare il lavoro. Come al solito.Rimase immobile davanti al rettangolo da compilare con l’ user name né si mosse guardando l’altro che reclamava la password. Li fissò tanto intensamente da far diventare i rettangoli rette parallele e le rette parallele binari verso il nulla.
Il rumore della sua urina del mattino che zampillando si infrangeva nel water sino al gocciolio dell’ultimo spruzzo lo sguardo di sonno sotto capelli a cespuglio nello specchio e la mano che gratta la nuca occhi rossi riflessi seduto aggrappato ad una sigaretta con il sapore del caffè lo stomaco irritato come la gola del resto ancora un caffè ancora una sigaretta nel tentativo di defecare dopo il fragoroso rumore dell’aria che esce dal culo e la doccia stavolta la testa asciutta mentre dalla televisione il colpo di stato in Turchia l’attentato nel Niger la svolta dell’economia con le banche che andranno in malora e Berlusconi che si vende il Milan e pubblicità e rassegna stampa si asciuga la spugna assorbe le gocce del corpo e sfrega stamattina la pelle è sensibile assorbe i vestiti pesano addosso comprimono vorrebbero fare le Olimpiadi a Roma Renzi dice vorrebbero fare la cravatta stringe il collo il tempo sarà stabile con il dieci per cento di possibilità di pioggia il palmo assorbe il sapore della maniglia quando esce di casa e l’indice il sapore del bottone dell’ascensore la puzza del cane del vicino si impiastra nelle narici ma è travolta da quella ferrosa del tram degli scarichi delle automobili motociclette ciclomotori biciclette pedoni rumore di città lui assorbe ammucchia distingue il sibilo leggero della bicicletta che scivola tra i pedoni sul marciapiede e il fragore del tram per giardinetti lo sbattere delle porte una ad una il tonfo secco dell’attacco della motrice le ruote d’acciaio ognuna con il suo cigolio il rumore di ogni singolo passo di ogni singolo individuo e di ogni automobile che passa e sono un fiume e di ogni motocicletta e di ogni ciclomotore e tutti i visi dentro quelle automobili e i corpi a cavalcioni su quelle motociclette e ciclomotori ed il colore dei caschi che indossano e tutto si appiccica alla retina si intrufola nelle orecchie sale per le narici occupa spazio spazio nel cranio pezzi di conversazione rubati si appoggiano al tabellone dei treni in partenza e in arrivo alla stazione poi il rumore di quesiti tacchi spinge a fondo il tabellone che schiaccia gli spezzoni di conversazione a malapena ha trovato la strada della sua stanza in ufficio sono stati forse i piedi a portarlo conservando loro una autonoma memoria cellulare la password e l’user name son perduti la dentro quella testa a spugna rimane immobile aspettando che quantomeno le cose si plachino chiude gli occhi affidandosi al buio.
Meccanicamente prese la testa tra le mani aperte affondò in quell’abbraccio il viso e le tempie accolto da una leggera pressione.
Le immagini i suoni gli odori cominciarono ad uscire il rumore dell’urina schiantata sulla ceramica del water la faccia di sonno sotto i capelli spettinati le sigarette fumate nel mal di gola il rumore frastagliato del traffico il tabellone della stazione ogni singola parola delle conversazioni rubate in strada il cranio si andava alleggerendo via via fermò al volo il suo user name e subito dopo la password. Con la testa alleggerita riuscì ad accendere il computer e la giornata prese il suo solito corso. Le immagini dallo schermo si accumulavano nel suo cervello. Non dimenticando nulla il lavoro si fece efficiente. Si senti soddisfatto della facilità con cui procedeva e capì che in fondo era semplice. Quando la testa era colma bastava premerla delicatamente e tutto in un soffio usciva fuori e lui era pronto a ricominciare. Una questione di equilibrio a stantuffo. K. cominciò a convivere con quella strana pompa idrovora che era diventato il suo cervello.
I giorni si srotolarono tutti uguali e con i giorni i mesi. Quasi tre.
“Non provo un cazzo” K. si svegliò nel cuore della notte.
“Non provo un cazzo” ripeté meccanicamente. Era tanto tempo che non pensava tutto preso dall’automatico riempire e svuotare il suo cranio.
“Non provo un cazzo!” fu in effetti il primo pensiero di K dalla sera in cui la sua testa era diventata una spugna.
Il primo brevemente consapevole ma unico.
Automaticamente premette la tempia, il pensiero svaporò e K. tornò a dormire.
La donna che dormiva al suo fianco non si accorse di nulla, come non si era accorta del cambiamento di K..
Non avevano mai parlato molto e lei non badava alle risposte, disallineate rispetto alle domande, che ora K. le dava. Del resto aveva smesso da tempo di ascoltarle.
Quanto a K. non si preoccupò di quella donna con cui divideva l’appartamento e di cui non ricordava il nome. Era socievole e questo gli bastava.
Nè K. si rese mai conto di non ricordare i nomi delle persone che lavoravano con lui in quanto tutti erano muniti di tesserino appuntato sul petto per cui non gli era difficile nominarli salvo poi dimenticare, con una lieve pressione dell’indice alla tempia, viso, nome e conversazione.
Piuttosto K. amava la televisione e se ne stava fermo a fissarla per ore assorbendo ogni cosa e proprio per questa capacità aveva scoperto di preferire i programmi legati a situazioni particolari e prolungate nel tempo e quella, tra Olimpiadi e terremoto, fu un’estate fortunata.
Guardava atleti e macerie, riempiva quel testone molle e spugnoso fino a quando gli sembrava troppo pieno ed allora, come aveva imparato, una pressione e via le cose si perdevano e lo spazio della memoria si faceva di nuovo bianco.
Sono stanco. I pensieri si schiantano contro le rocciose pareti del mio cervello mentre le emozioni pulsano tutto intorno è una burrasca che non si placa. Invidio K. di cui sto scrivendo la storia cui basta una leggera pressione per svuotare e ricominciare.
Certo la volta che schiacciò la testa proprio sull’ingresso di casa e dimenticò completamente il suo nome non fu un bel momento eppure anche allora, premendo leggermente, dimenticò l’imbarazzo delle persone che lo avevano raccolto mentre vagava di notte per le strade e lo avevano riaccompagnato a casa.
Per un momento addirittura sembrò anche a lui di provare imbarazzo come di riflesso di quello che aveva visto dipingersi negli occhi di Giulia cui era stato riconsegnato. Per un momento solo però.
Quanto a me il cervello è roccioso e poco o nulla, soprattutto a quest’ora, mi rimane appiccicato. Tutto scivola via come pioggia sul muschio umido. Vorrei dormire come riesce a fare Giulia.Sono stanco appoggio le mani alle tempie e infilo gli occhi nell’oscurità delle palme delle mani. Premo leggermente. Avverto come lo scricchiolio di un pacchetto di crakcers schiacciato ma non fa male. Piuttosto è gradevole come il far scrocchiare le ossa delle dita.
Quando la pressione cessa e riapro gli occhi mi chiedo cosa sto facendo ora davanti a questo computer.
“La calotta cranica cedette leggermente…”
Non ricordo queste parole e non ho neanche voglia di leggerle.
Mi sento appiccicoso, deve aver fatto caldo oggi ma non ricordo esattamente. Andrò a fare una doccia.

