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Cercavo un cacciavite. Volevo mettere a posto la mensola in cucina che da mesi sembrava fosse sul punto di staccarsi dal muro e cadere giù. Aprendo l’armadio degli attrezzi in garage avevo sentito una voce squillante e briosa uscire da un buco di gomma perfettamente rotondo.

Cercavo un cacciavite. Volevo mettere a posto la mensola in cucina che da mesi sembrava fosse sul punto di staccarsi dal muro e cadere giù. Aprendo l’armadio degli attrezzi in garage avevo sentito una voce squillante e briosa uscire da un buco di gomma perfettamente rotondo. Il buco era piazzato al centro di un ovale, gli occhi grandi e spalancati disegnati su di esso fissavano il vuoto davanti a loro. In cima all’ovale, una massa di capelli neri e informi, quasi sicuramente di nylon.
– Piano, accidenti! Mi bruciano gli occhi con tutta questa luce.
– Ma… che ci fai qui?
– Che ci faccio qui? Dovresti chiedermi da quanto tempo sono qui piuttosto.
– Da quanto tempo sei qui?
– Due anni. Ma oggi sono due settimane che nessuno viene ad aprirmi, il periodo più lungo finora.
– Di chi sei?
– Secondo te?
– Di mio marito?
– Se tuo marito è un uomo alto, magro, capelli brizzolati, sulla cinquantina ben portati, che risponde al nome di Alberto allora la risposta è sì.
– Ma perché mio marito dovrebbe tenere una come te chiusa qui dentro?
– Chiedilo a lui. Ma se ti fa piacere puoi mettermi da qualche altra parte. Un posticino sul divano del salotto o in camera da letto non lo rifiuterei mica.
– Scusa, ma non mi sembrano luoghi adatti a te.
– Eccola lì, la mogliettina gelosa che si cala subito nella parte della bigotta benpensante, a difendere il suo territorio con le unghie e con i denti. Se fosse per voi quelle come me dovrebbero vivere relegate al buio.
– Non sono stata io a chiuderti in un armadio.
– Eh, ma che lingua appuntita. Me lo dice sempre Alberto che sei una donna che ha sempre la risposta pronta.
– Mio marito parla con te?
– Certo che parla con me. Mica stiamo sempre a fare quella cosa. Anzi, quello che mi piace di lui è il modo in cui mi tratta, i discorsi che fa con me, le cose che gli piace condividere. A volte mi verrebbe voglia di dirgli stai zitto e baciami scemo. Ma non lo faccio mai. Rispetto la voglia di comunicare di un uomo. E ti assicuro che Alberto è davvero eccezionale. Un uomo d’altri tempi.
– Sì, che tiene una bambola gonfiabile chiusa nell’armadio del garage.
Pensai per un attimo alle sere in cui diceva di essere stressato e si rinchiudeva qui dentro. Diceva di dedicarsi al modellismo, che la cosa lo rilassava. Avrei dovuto insospettirmi. In casa nostra non aveva mai portato un modellino di nave, aereo o qualsiasi altra cosa.
– Dammi una mano a uscire di qui e facciamo due chiacchiere come si deve. Mettimi seduta su quel divano che c’è lì.
Il divano giallo. Mio marito si era rifiutato di buttare via quell’orrore quando avevamo comprato il divano nuovo e aveva voluto tenerlo per sé qui nel garage. Pensai per un attimo a cosa potesse farci su quel divano, e provai un senso di disgusto.
– Ehi, ti sei persa? Dico a te. Puoi tirarmi fuori da questo armadio stretto e arrugginito?
Abbassai lo sguardo sul corpo di quella cosa. I seni erano due coni piccoli e un po’ sgonfi, la gomma formava tante piccole pieghe sui lati per la mancanza di aria all’interno. Le braccia ricadevano dritte sui fianchi, le mani due moncherini rigidi e privi di dita. Più in basso, un altro po’ di nylon, a formare un ciuffo di peli nel basso ventre.
– Dai che non mordo mica? Anche se volessi, non ho i denti!
Allungai le mani verso i fianchi della bambola, avvicinandomi sentii l’odore della gomma simile a quello dei copertoni di un’automobile quando sono nuovi. Al tatto, la gomma era più calda e morbida di quanto mi aspettassi, sembrava quasi pelle umana. La mia mano indugiò per qualche secondo su quei fianchi sorprendentemente tiepidi, le dita si allungarono per fare presa sul suo corpo.
– Cosa fai, tocchi? Ci stai prendendo gusto?
La voce aveva assunto un tono sarcastico, sembrava stesse per scoppiare a ridere. Istintivamente lascia la presa e ritirai le mani verso di me.
– Non credo proprio. Voglio soltanto parlare con mio marito e chiedergli il perché di tutto questo.
– Dovrai aspettare che torna dal congresso per farlo.
– Quale congresso?
– Il congresso, negli Stati Uniti. Dovrebbe tornare la prossima settimana se non ho fatto male i conti.
– Mio marito è sotto la doccia in questo momento. E’ tornato mezz’ora fa dal lavoro e sta aspettando che la cena sia pronta.
– Che stronzo. Ma perché poi? Si sarà stancato di me? Avrà trovato un’altra bambola gonfiabile? O mio Dio.
La sua voce si era fatta piagnucolosa, una cantilena irritante. Provai quasi pietà. Presi di nuovo i suoi fianchi e iniziai a tirare il suo corpo verso l’esterno dell’armadio, con delicatezza.
– Calmati dai. Non ti sei persa niente. Non è altro che un solitario, incapace di comunicare i suoi sentimenti e di avere una conversazione che duri più di tre minuti.
– Alberto? Ma se passa ore intere a parlare con me. Mi confida tutto. Sogni, emozioni, desideri.
Pensai alle volte in cui avevo paura che mio marito, con il suo carattere chiuso, i suoi sentimenti sempre repressi e mai comunicati apertamente, covasse dentro di sé una mancanza di amore nei miei confronti. Temevo potesse avere un’amante, un’altra vita al di fuori della nostra. Adesso che tenevo tra le mani questa cosa rosa e surreale pensai che in fondo non era andata poi così male.
Improvvisamente la gamba sinistra della bambola urtò contro qualcosa che sporgeva nella parete interna dell’armadio. Sentii il rumore di una lacerazione, di uno strappo, e mi ritrovai una passo indietro quasi abbracciata a lei.
– Accidenti! Stai attenta! Mi sono strappata una coscia su quel chiodo. Presto, prendi del nastro adesivo e chiudi il buco!
Feci ancora un passo indietro, ora mi trovavo quasi al centro di quell’ambiente freddo e angusto, abbracciata a una bambola gonfiabile. Amante, amica e confidente di mio marito. Un oggetto fatto di aria, gomma e nylon. Allungai le braccia dietro la sua schiena, cingendola in un abbraccio stretto. Sembrava stessimo ballando un lento così abbracciate, e in effetti mi resi conto che il mio corpo stava ruotando lentamente su se stesso.
– Smettila di stringermi! Mi farai sgonfiare così. Prendi del nastro e chiudimi la ferita ti ho detto.
La voce della bambola si stava facendo acuta e pungente, sembrava la voce di un personaggio dei cartoni animati.
Pensai a mio marito, in questo momento nudo sotto un getto di acqua calda. Mi ricordai come il suo corpo una volta mi causava eccitazione a guardarlo, era impossibile che girasse nudo per casa senza che io facessi pensieri su di lui o gli saltassi addosso.
In effetti, anche adesso l’idea di lui sotto la doccia mi causò un brivido, provai il desiderio di correre in bagno ed entrare lì dentro con lui. Strinsi l’abbraccio, sempre di più.
– Basta! Ti prego non stringere ancora ti prego! Non farmi questo ho bisogno di vivere ancora, ho bisogno di vedere Alberto, devo dirgli che lo amo che mi manca che non posso stare senza di lui.
Con tutta la forza che avevo nelle braccia, continuai a stringere senza fermarmi. La bambola continuava a ripetermi di smetterla senza sosta, ma la sua voce si faceva sempre più piccola, sempre più lontana, finché non scomparve del tutto. Le mie braccia ora stringevano il mio stesso corpo, l’oggetto che una volta stavano abbracciando era diventato una cosa sgonfia e informe, un velo di gomma, due occhi disegnati e un ciuffetto di peli di nylon.

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