Luciana Marinangeli: “La serenità qualche volta si trova nei film”

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Scoprire la propria strada per raggiungere la serenità guardando un film si può. “Ci sono film che sono delle piccole riserve di saggezza” sostiene la scrittrice Luciana Marinangeli. Junghiana, orientalista...

Scoprire la propria strada per raggiungere la serenità guardando un film si può. “Ci sono film che sono delle piccole riserve di saggezza” sostiene la scrittrice Luciana Marinangeli. Junghiana, orientalista, allieva dello psicanalista Mario Moreno, ha concluso il 24 giugno alla libreria “Bibli” di Roma un ciclo d’incontri-proiezioni dal titolo “Cinema di serenità” in cui partendo dalla trama e dalle immagini di capolavori di registi come Kurosawa, Bergman e Ichikawa ha illustrato al pubblico le possibili vie di salvezza per vivere in tranquillità.
Nata a Roma dove è stata assistente di Giovanni Macchia all’università “La Sapienza”, ha tratto dalla sofferenza della mamma, percepita nell’infanzia, l’ attenzione allo studio dei piccoli e grandi dolori e malesseri che ostacolano una vita serena e l’impegno di “fare qualcosa” per insegnare a fronteggiarli. Con questo intento e per poter dare una risposta alle numerose lettere degli ascoltatori della trasmissione radiofonica “La telefonata di Rai 1” di cui nel ’90 ha curato la rubrica serale, ha scritto i libri “Vivere sereni” (Rizzoli 1995), “Contro la sofferenza” (Rizzoli 1998) e “Parlare con Pinocchio” (Bompiani 2002) in cui ha riportato le strategie di filosofi e saggi d’oriente ed occidente e i consigli per una buona comunicazione genitori-figli.
Noi di “O” l’abbiamo incontrata nella sua casa romana dove, in attesa di presentare a Firenze il suo ultimo lavoro (“Risonanze celesti” edito da Marsilio), ci ha mostrato, ripercorrendo i film da lei scelti, le tante strade per trovare la serenità.

Perchè un ciclo d’incontri sul “cinema di serenità”?
Innanzitutto ci sono troppi film violenti, angoscianti, brutti da vedere, con immagini orrende. Il cinema invece ha una grande potenzialità, un immenso potere trasformatore. Secondo una legge della comunicazione niente è più potente dell’immagine. I grandi mutamenti avvengono attraverso l’immagine ed il potere l’ha sempre saputo. Far vedere è trasmettere un messaggio e troppo spesso il cinema trasmette angosce e orrori.

Cosa significa “cinema di serenità”?
Nella mia vita ho visto soffrire moltissimo e ad otto anni ho deciso che davanti a me nessuno avrebbe mai più sofferto. Da bambina poi andavo al cinema “Clodio” dove proiettavano film di cow boy ma anche giapponesi con le loro feste indimenticabili. E proprio un film giapponese “I racconti della luna pallida di Agosto” mi ha squarciato un mondo. Davanti allo schermo vedevo che la mamma, che tanto aveva sofferto, era felice. È lì che ho compreso che il cinema aveva un immenso potere trasformatore.

Dunque il cinema può aiutare a raggiungere la serenità.
Il pregio del cinema come della canzone e della fiaba è di rispondere con linguaggio familiare a problemi universali. Sono arti popolari che contengono una saggezza universale.

Molti dei film da lei scelti sono di registi giapponesi, Kurosawa, Ichikawa e Miyazaki. Perchè?
Il mondo giapponese e buddista ha delle risposte che si avvicinano molto al mio sentire. Penso soprattutto alla comprensione verso animali e piante. Il cattolicesimo invece è ostile alla natura. Sì, ci sono le figure dell’asinello e del bue ma solo San Francesco ha compiuto veri atti verso la natura. Invece nell’estetica giapponese c’è grazia, riserbo, attenzione, uno stile molto rispettoso degli altri. Tutto è onorevole.

Ne i “Sogni” di Kurosawa, in particolare nel secondo episodio “Il pescheto” dove il bambino piange per gli alberi tagliati e nell’ultimo “Il villaggio dei mulini” nel quale i contadini vivono rifiutando invenzioni tecnologiche, risalta l’amore del regista per la natura. Anche nei suoi libri “Vivere sereni”, “Contro la sofferenza”e “Parlare con Pinocchio” è evidente. In “Contro la sofferenza” lei scrive che la felicità si può raggiungere nella “contemplazione dell’enorme splendore della natura”.
La natura è la grande madre, è il piu’ grosso sostenitore di un amore sessuale. Viene vicino con tutti i sensi: l’odore, il tatto, la vista. Se si va in un bosco o al mare la soddisfazione sensoriale è totale. Nella “Fortezza nascosta” che ho scelto per comunicare che anche nelle difficoltà esiste una strada per trarre energia, si racconta di una principessa il cui regno è caduto. Lei è braccata e si nasconde. Ad un certo punto avviene una svolta: la contemplazione del fuoco la scioglie e lei si mette a ballare con tutti gli altri. In “Film blu” che fa parte della trilogia di Krzysztof Kieślowski, la protagonista perde il marito e i figli. La sua vita è distrutta fin quando va in piscina. Nel contatto con l’acqua e la terra, elementi primari, è come se noi riconosciamo la nostra madre. Io, quando tocco la terra, non la sento mai sporca.

E il cambiamento del punto di vista, da lei indicato come messaggio “salvifico” del “Castello errante di Howl” di Miyazaki, che ruolo ha nella ricerca della serenità?
È importantissimo. Bisogna ammettere molti punti di vista e coltivare l’elasticità. Fin dalla nostra infanzia i genitori cominciano a fare un lavoro di significazione, modellano il nostro punto di vista. Questo è bene perchè è necessario essere indirizzati, per esempio, al lettino o al giocattolo. Noi apparteniamo quindi, prima ai genitori e poi, crescendo, alle amiche che ci indirizzano verso certi abiti e modi di vestire. Succede che così uno si ferma ad una certa fase dello sviluppo, il che, in quanto anacronistico, è malato. Ciò che è importante è che qualcuno sblocchi il punto di vista. In questo il cinema è immenso perchè fa vedere tantissime altre realtà.

Cambiare punto di vista significa in un certo senso ammettere l’imprevisto.
Sì. C’è chi la soluzione per la ricerca della serenità la trova percorrendo questa strada. Vede, nel film d’animazione di Sylvain Chomet, “Appuntamento a Belleville”, c’è un inseguimento tra automobili. Ad un certo punto la macchina davanti a quella inseguitrice compie una virata e afferra un palo permettendo a quella che viene dietro di continuare la sua corsa. Il messaggio è di mettere in conto l’esistenza di un imprevisto e la possibilità di appigliarvisi come se fosse un’occasione, che i greci tra l’altro divinizzavano. Insomma una sorta di carpe diem.

Del resto il sottotitolo da lei dato a “La parola ai giurati”, il film di Sidney Lumet con Henry Fonda, è che tutto si può elaborare perfino il pregiudizio.
Sì, bisogna sapere che esistono molte soluzioni. C’è chi poi la sua strada la trova nella disobbedienza. L ‘amore è anche disobbedienza. Penso a “Giulietta e Romeo”. Ma questa non è una soluzione per tutti. C’è invece chi è felice nel conformarsi.

Anche la solidarietà può essere una strada?
Certo. In “Vivere” di Kurosawa un impiegato modello che ha sempre condotto una vita “burocratica” scopre di avere un tumore. Invece di abbandonarsi alla tristezza si mette a servizio delle donne e dei loro figli e viene ricordato e amato da tutti. La scelta tra piangersi addosso o darsi da fare ha un’ovvia soluzione. Il nemico è la timidezza rinunciataria. Ne “I sette samurai”, invece di arrendersi e fuggire i contadini di fronte ai predoni affamati che stanno per assaltare i loro terreni scelgono di allearsi fra di loro e resistere. Vincono perchè si alleano. Un altro segreto è usare il proprio talento. In “Un angelo alla mia tavola” Janet, quando qualcuno le permette di scrivere e le dà riconoscimento, è felice.

Ma allora qual è la via per la serenità?
Ognuno ha la sua strada tra quelle prospettate. Il Dalai Lama, grande saggio, quando un giornalista occidentale gli fece questa domanda, rispose: “L’unico dovere che abbiamo è essere felici”. “Come?” ribattè, allora, il cronista. Il Dalai fece un ghigno e disse: “Ciascuno a suo modo”.

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