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Il dormiente

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Il ragazzo ha ormai passato i trent’anni. Qualche volta lo sentono che gironzola per la stanza. Strascica i passi fino alla scrivania. Si siede. Altre volte raggiunge la libreria ed estrae un volume.

Il ragazzo ha ormai passato i trent’anni. Qualche volta lo sentono che gironzola per la stanza. Strascica i passi fino alla scrivania. Si siede. Altre volte raggiunge la libreria ed estrae un volume. Ma la maggior parte del tempo la trascorre disteso sul letto. Quasi sempre addormentato. Comunque, non esce mai dalla stanza. Sua madre, la signora Tilde, gli lascia da mangiare su un tavolinetto fuori dalla porta. Poi indossa il cappotto e se ne va al mercato. Non è che mio figlio sia uno sfaccendato, racconta, tutto il contrario. Da quel suo sonno continuo dipende la serenità di tutta la famiglia. E anche quando in casa c’è tensione, se non ci fosse lui nella stanza al piano di sopra che dorme, le cose andrebbero peggio senz’altro. Lavora per noi, dorme per noi, per la quiete. È un sacrificato, mio figlio. Suo padre ci ha messo un po’ a capirlo. Prima protestava, picchiava alla porta delle gran manate. Cercava continuamente di svegliarlo. Ma adesso anche lui non protesta più. Anche i suoi fratelli sono d’accordo. È bene così. E nella casa regna un silenzio profondo. Tutti camminano con le pantofole. Ormai non accendiamo neanche più la televisione, per non disturbare quel sonno che ci protegge tutti. A volte, lo ammetto, è un silenzio un po’ inquietante, e si respira un certo nervosismo, ma è comunque meglio così, piuttosto che svegliarlo. È un angelo quel ragazzo lì. Dorme proprio come un angioletto. Spesso mi viene da pensare che quello non è mica mio figlio. Che in realtà sono io figlia sua. Tutti lo siamo. Lui ci ha generati tutti, anche se poi ce lo siamo dimenticati. E sono giunta alla conclusione che tutti noi, nella casa e forse anche fuori, viviamo in realtà in un suo sogno. Che siamo il suo sogno più bello. Che pur di far vivere noi, rinuncia a vivere lui, e allora sogna e ci sogna con tutto l’amore che può. L’altra notte ho sognato che mi svegliavo, scendevo in cucina e lo trovavo lì che preparava il caffè. Mi sentiva entrare, allora si voltava verso la porta e mi sorrideva. E da quel sorriso si sprigionava come una gran felicità che non si può dire, e che riempiva la cucina e poi tutta quanta la casa, fino alle stanze da letto. Poi mi sono svegliata ed ero un po’ triste perché quella felicità era rimasta nel sogno. Mi sono anche un po’ inquietata, a dirla tutta. Allora mi sono alzata e sono uscita nel corridoio e mi sono messa a camminare, senza accender la luce, e ho accostato l’orecchio alla porta e ho sentito che il ragazzo respirava profondamente nel sonno. Così mi sono un po’ calmata. Non ero felice come nel sogno ma ero serena. Tutto a un tratto poi mi sono venute le lacrime agli occhi. Il mio ragazzo non è di questo mondo. Non se lo merita proprio di sentirmi piangere, ho pensato. Così mi sono fatta animo e sono tornata a letto, ben attenta a non urtare niente lungo il corridoio.

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