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Ferrara: i tre giorni di “Internazionale”

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Ferrara, 5, 6 e 7 ottobre, incontro con giornalisti da tutto il mondo organizzato dal settimanale “Internazionale”.

Ferrara, 5, 6 e 7 ottobre, incontro con giornalisti da tutto il mondo organizzato dal settimanale “Internazionale”. Il centro storico della città si riempie di frasi colte a metà in un inglese con un forte accento francese, giapponese, pachistano. Giornalisti e aspiranti tali sono venuti da tutte le città d’Italia, non capita spesso di trovarsi tutti insieme e avere l’illusione di riconoscersi parte di un’unica famiglia. Le biciclette sfrecciano incuranti dei passanti, i negozianti fiutano l’affare e tengono aperti i negozi. Si respira una piacevole atmosfera di fermento, viene voglia di fare, di conoscere, di muoversi. I relatori si susseguono uno dopo l’altro nelle sale del cinema Apollo adibito a sala congressi. In realtà ci dovevano essere diversi punti di incontro disseminati in altre parti della città, ma nessuno di questi era adeguato per raccogliere l’inimmaginabile fiume umano che ha invaso Ferrara in quei giorni. E i presenti, intellettuali e non, si dividevano tra chi continuava a ripetere di essere sorpreso dall’incredibile interessamento di tutte quelle persone ad un evento che non comprendeva neanche un piccolo intervento musicale o una fugace capatina di un vip, e chi si diceva sorpreso che ci fosse qualcuno che era sorpreso di quanto stava accadendo. Proiezioni, dibattiti, tavole rotonde, il direttore Giovanni De Mauro che si guardava intorno per vedere che tutto procedesse per il meglio, e che si poteva incontrare al bar all’angolo mentre prendeva il caffè con Zizola, uno dei più grandi fotoreporter esistenti. Inebriante.
E poi si fa un incontro che, senza alcun preavviso, ti stravolge tutto quello che vedi. Cambia il punto di vista, il contrasto dei colori diventa più forte, le risate diventano assordanti. E tutto comincia a perdere un po’ senso. O almeno, cominciano ad avere un altro senso. È domenica, l’ultimo giorno del ciclo di incontri. Tutto sta per finire, e chi ha vissuto l’intero fine settimana non può non sentire una certa tristezza. Ma è ancora mattina, e in fondo c’è ancora tutta la giornata davanti. Un’occhiata al programma: alle 11 ci sono Ahmed Rashid, corrispondente dal Pakistan, dall’Afghanistan e dall’Asia e autore del libro “Talebani”, e Zuhair Al Jazairy, direttore di un’agenzia giornalistica irachena. Parlano della guerra, certo, di cosa dovrebbero parlare se non di quello che provano tutti i giorni sulla propria pelle? Parlano delle guerre: Afghanistan e Iraq. C’è la politica, prima di tutto, che pare interessare molto la platea, l’incredibile platea che è accorsa per il dibattito: la gente ha riempito anche i gradini della sala, quelli che dovrebbero servire in caso di emergenza. E dunque: la guerra in Afghanistan è stata giusta o ingiusta, i militari se ne devono andare o devono rimanere. L’Iraq più o meno la stessa storia. Discussioni che si possono sentire nel nostro Parlamento come in qualunque bar italiano. Certo, fatte ad alto livello, ma niente di nuovo. Quello che entra dentro come una spada, è un altro tipo di discorsi. “Come vorrei che voi italiani capiste che noi abbiamo bisogno di voi. Ma poi vengo in una splendida città come questa e mi rendo conto che il mio rimarrà un sogno. Perché in una città come questa la guerra sembra così lontana”. Parole di Rashid. Sarà però l’iracheno Al Jazairy che le renderanno più chiare, in un incontro fortuito a fine incontro tra i corridoi del cinema: “Mi guardo intorno, e vedo gente che sorride. Ragazzi e ragazze che camminano a braccetto, e non si girano indietro per notare strani movimenti. Le facce, sono queste che mi sorprendono sempre quando vado in un paese che non ha quasi più memoria della guerra: sono rilassate, sembrano tutti felici”. Felici. No, no che non sono tutti felici, ma come fai a replicare in questo modo di fronte ad una persona che, senza retorica, guarda in faccia ogni giorno la morte? E da quel momento in poi non riesci più a smettere di sentirti a disagio. Tanto per cominciare, ti senti un privilegiato. E tutta quella vita intorno sembra che esista solo per essere uno schiaffo in faccia a chi non può godere sempre di questa libertà, di questa spensieratezza. Al Jazairy, con quegli occhi intelligenti e dallo sguardo bonario, non è certo il tipo che fa notare certe cose con lo scopo di suscitare sensi di colpa, ma il risultato suo malgrado è proprio questo: “Il rumore, quello ti sconvolge. Questa città è così silenziosa, non ci sono esplosioni, né colpi di mortaio in lontananza”. E allora prendi coraggio e glielo chiedi: “Ma non hai mai pensato di andartene dal tuo paese? Andartene definitivamente, trovare la pace?”. “A volte. Ma è quella la mia casa”. E gliela invidi quella forza, tu con quella faccia rilassata, e quella spensieratezza, e quella sfacciataggine di non dover pensare sempre a cosa succederà domani.

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