Da un po’ di tempo a questa parte Zadie Smith (che vediamo in questa foto tratta da www.brooklynheathen.com) si alza la mattina, scende di casa, dà un’occhiata al Colosseo, fa colazione con un cappuccino e va a scrivere in una biblioteca dietro Piazza Navona. La scrittrice inglese trentaduenne, autrice di Denti Bianchi (2000), L’uomo autografo (2002) e Della bellezza (2005) (tutti per Mondadori), si è infatti trasferita a Roma, una città che trova bella, ma indifferente “in cui è impossibile lasciare un segno di passaggio a meno di morirci, come Keats” dice, tradendo un tipico humor inglese. Una città perfetta per prendersi una vacanza, per riposarsi, leggere e scrivere il suo quarto romanzo “breve e sperimentale” di cui il titolo è segreto e le aspettative poche (“sarà un vero disastro”). Una vacanza condivisa con il marito Nick Laird, poeta e scrittore, che ha appena pubblicato La banda delle casse da morto per Minimum fax, con il quale sta progettando di avere un figlio. Intervistare Zadie Smith non è molto semplice, perchè il suo esordio è stato un caso mondiale, rimpallato su tutte le riviste del mondo, radio e tv che hanno intervistato e posto tutte le domande possibili alla scrittrice. Anche in Italia è arrivato “il caso Zadie Smith”, ma si è teso a etichettare il suo primo romanzo come postmoderno e multiculturale prima ancora di leggerlo e, come anche lei ha ammesso, i suoi successivi romanzi non sono stati molto promossi. Riconosco le lentiggini della Smith che “sono un sogno a occhi aperti di un patito dell’unisci-i-puntini” (per parafrasare una sua descrizione) nel Rione Monti dove ha preso casa e si dimostra subito gentile e disponibile a un’intervista.
Nel tuo saggio Il fallimento riuscito pubblicato su “Internazionale” il 28 dicembre 2007, ti confronti con il ruolo dello scrittore, del lettore e del critico. È strano in Italia leggere queste riflessioni. Il discorso sulla letteratura è un dibattito molto sentito nel mondo Anglosassone?
È vero c’è questa sensazione in Italia: non c’è discussione nel mondo della letteratura. Quando leggo “Vanity Fair”, per imparare l’italiano, mi sorprendono le pagine delle recensioni dei libri che non sono problematiche, sono scritte in questo modo lirico come se per trattare di letteratura sia necessario utilizzare un linguaggio retorico e teatrale. Questo attegiamento non è molto usuale in Inghilterra o in America dove c’è una maggiore coscienza della divisione degli stili di fronte a un romanzo, che annuncia subito l’anima dello scrittore: le più ovvie divisioni sono tra realismo e fantasia, liricismo e minimalismo (painless). Alcuni stili sono subito esemplificati citando i capostipiti, come Kafka, Cecov e Carver, e c’è anche una seria divisione di sensibilità che portano a delle discussioni incredibilmente violente che non esistono in Italia. Inoltre mi sembra che culturalmente si legga poco qui. Una cosa che mi ha scioccato qua a Roma è vedere quanto poco leggano i giovani nei luoghi pubblici, come nei caffè, sugli autobus, sui treni rispetto a Londra e New York. In questo poco, mi sembra che i giovani leggano pochi romanzi italiani, ma in prevalenza americani.
Sembra nel tuo saggio che scrittori, lettori e critici siano la stessa persona. Da questo punto di vista il tuo sistema di lavoro include anche i tempi di studio?
Si credo che si possano integrare. Quando ero più giovane pensavo che la ricerca e lo studio fossero importanti per scrivere un libro, ora penso che quello che puoi dare in un romanzo non lo puoi trovare in una libreria, è la parte meno interessante, mentre quello che puoi trovare dentro di te o all’esterno è più interessante. Mi interessa molto questo aspetto interiore della creatività e originalità. C’è una frase di Bob Dylan che paragona la scrittura di una canzone a quando si tira su un secchio d’acqua da un pozzo. Questa mi sembra una buona metafora per la creatività: l’acqua prima o poi finirà, ma devi trasmettere ciò che è dentro di te.
Nel tuo libro, la frase che chiude il saggio su Simone de Beauvoir è paradigmatica. “Non c’è etica senza fallimento”. L’industria culturale allontana sempre di più questo fallimento? E come ti rapporti con l’industria culturale?
Penso di prediligere di più gli scrittori introspettivi, quelli che non vincono mai il Nobel, anche se spesso sono definita una scrittrice sociale. I lettori hanno un atteggiamento diverso verso gli scrittori, che non sono come gli attori o le popstars, e considerano i loro libri per quello che valgono, nonostante l’industria culturale. Penso che la “vita” di un libro dipenda dal giudizio dei lettori: alcuni durano tre mesi, altri cinque anni, pochi superano le generazioni e molti muoiono. Se penso ai miei tre romanzi mi stanno antipatici, non li sopporto più.
Alcuni nomi compaiono più spesso nel saggio come Eliot, la Woolf, Barthes e Kafka. Qual è il tuo rapporto con questi critici e scrittori?
Eliot è molto estremo per me, mentre mi piace molto la voce della Woolf, che ho letto e amato da piccola. Quand’ero all’università, 12 anni fa, le teorie della critica francese erano molto severe e demoralizzavano le ambizioni dei giovani scrittori. Barthes è più simpatetico con uno scrittore: è difficile essere uno scrittore in questo periodo. A Cambridge i corsi di letteratura sono incredibilmente tradizionali e si fermano agli anni dieci del secolo scorso. Non ho studiato Kafka all’università, ma da sola. Il vantaggio di Kafka è che puoi leggere ogni parola che ha scritto in tre settimane, diversamente da Dickens a esempio, e questo facilita lo studio. Adesso sto scrivendo ancora su di lui.
Come consideri i personaggi dei tuoi romanzi? Come li costruisci?
Mi piace molto il libro di Forster sugli Aspetti del romanzo in cui dice che “i personaggi sono un gruppo di parole”. Altri scrittori risponderebbero che i personaggi sono delle entità spirituali con le quali comunicano, ma per me sono solo una raccolta di parole. Mi piace Forster per questa immediatezza e questa attenta sensibilità suburbana, periferica. Anch’io vengo dalla periferia, come Forster, e è per questo che sento questa forte affinità con lui. Dei miei personaggi, soprattutto dell’ultimo romanzo, trovo molto irritante la voce dei protagonisti: i Besley. Non sono delle brave persone, di loro mi sento di salvare solo Kiki, la madre, una sorta di madre idealizzata.
In Della bellezza rappresenti un tipico quadro di famiglia borghese con tutte le sue contraddizioni, conflitti, falsità. Il tuo giudizio verso questa classe sociale non sembra molto tenero.
Quand’ero piccola credevo che se fossi diventata una borghese la mia vita sarebbe stata perfetta. Ero molto curiosa dei borghesi, ma quando li ho conosciuti, ho ricalibrato il mio giudizio: certo la loro vita è confortevole, ma non è perfetta, spesso è piena di miseria, litigi e disastri. Mi interessava rappresentare questa imperfezione e anche la convinzione della borghesia che il suo sia il migliore dei mondi possibili, l’idea che il suo stile di vita sia quello a cui tutti devono puntare. Sono una borghese adesso e trovo che questa vita sia molto innaturale: solitaria, formale, noiosa. Volevo scrivere di queste “buone intenzioni” della classe media in Della bellezza e le sue ipocrisie. C’è un detto inglese che dice: “metti la tua casa a posto prima di aiutare gli altri”. Questo atteggiamento autoironico verso la propria classe è molto inglese.
Sullo sfondo di Della bellezza c’è la guerra di Haiti che non tocca mai, se non superficialmenti, gli attori del romanzo. Che cosa volevi dire con queste presenze?
Cerco di essere sempre più accurata di come ci si sente nel mondo, di immedesimarmi in un dato luogo e in un dato tempo e di rappresentare realisticamente la coscienza dei personaggi. Trovo che la coscienza, politica, religiosa e morale è molto limitata, una specie di cattiva coscienza sullo sfondo, una indifferenza. Quando sono stata a Boston si vedevano i rifugiati di Haiti, ma appena svoltato l’angolo scomparivano dalla mente, come i romeni qui a Roma. A nessuno interessava relamente la loro condizione. Non credo che questa sia una impostazione politicamente scorretta, ma realistica. Altri aspetti del politicamente corretto sono insopportabili, come la tolleranza. Tollerare è un’offesa. Non capisco come si possa riferire a un essere umano. Che cosa significa “ti tollero”?
Nel tuo ultimo libro si avverte una sorta di pessimismo sulla capacità di conoscere gli altri e di cambiare punto di vista sul mondo. È così?
Una cosa che proprio non so, ce ne sono molte, ma in particolare è questa: dei tanti articoli scritti dopo l’11 settempre ce ne è uno di Ian McEwan che parla dei passeggeri che stavano sugli aerei dirottati, i quali chiamavano i loro cari, i loro famigliari, per dire loro che gli volevano bene: “I love you… I love you… I love you…”. McEwan dice che se i terroristi avessero sentito le telefonate di quelle persone, tutti quegli “I love you”, non le avrebbero uccise e questo è un tipico argomento liberale che ho sempre condiviso: l’unica ragione che spinge gli uomini a uccidere i loro simili è che non li riconoscono come tali. Ma un altro argomento, a cui sono più interessata adesso e che è più oscuro e credo più cattolico, è la possibilità che i terroristi sapessero esattamente cosa stessero facendo e che concepissero veramente quelle persone come esseri umani. Forse non è necessario conoscere perfettamente le altre persone per essere migliori. Ma non so rispondere a questa domanda.
