“Il circo è la più difficile delle arti. Non ho nessun dubbio. Oltre alla teoria, per così dire di uno spettacolo, ci vuole anche la messa in pratica. Noi non scriviamo solo uno sketch, ma li interpretiamo anche e lo facciamo diventare un esercizio fisico, un momento comico, una rappresentazione della vita” dice Massimiliano mentre versa dello zucchero di canna nel tè.
Il quartiere di Hackeny è in seconda fascia. L’autobus più comodo per raggiungerlo dal centro è il 242 che ferma a Hackney Central Station. Oppure potete prendere la metro, ma quando sono arrivato i tre inquilini mi hanno subito consigliato di fare la tessera per il bus.
“Vedrai più cose… questa è la periferia di Londra. Vale la pena vedersela… e poi ti costa meno”. Mi aveva detto Leo succhiando da un cucchiaino uno gnocco di burro di noccioline di prima mattina.
“Qui nel quartiere ci sono solo immigrati e l’inglese si capisce. Non è certo bello… ma pieno di micro mondi. Fatti un giro al Offi License qui dietro e vedrai di che parlo”. Aveva continuato con un italiano sporcato dalla cadenza spagnola.
Eleonora vive con Massimiliano da circa un anno. Frequentano tutti e due il Circus Space a Old street. Lei è Italiana, ma quando era piccola si è trasferita con i genitori in Venezuela e poi da lì ha deciso di andare a vivere a Panama-city con il suo ragazzo. Tutti qui le hanno dato il soprannome di Leo.
Off License è gestito da Magrebini che parlano poco inglese. Almeno quelli che stanno dietro la cassa. Ne parlano una versione di sopravvivenza. Sanno dirti i prezzi di qualunque prodotto o indicarti dove prendere il latte e forse qualcosa in più. Tengono la televisione accesa su un canale della loro nazione e stanno a discutere dietro il bancone.
Uno di loro capisce che sono Italiano e mi fa: ”Tre vodka dieci pound”. Non sono vere bottiglie, sembrano una versione ridotta da venticinque Cl l’una.
“Buono affare”.
Un gruppo di camerieri in livrea spunta fuori dal buio davanti al tendone rosso. Il pubblico in sala sussurra, ma tra un momento ci sarà il silenzio totale. I camerieri, sono circa una ventina, afferrano con gesti delicati il tendone e lo aprono. Portano tutti dei guanti bianchi che risaltano sul sipario rosso.
Lo aprono piano piano come se dietro ci fosse qualcosa d’importante.
Uno per volta escono e rientrano sul palcoscenico portando tavoli e sedie. Allestiscono lo spazio per il primo Sketch. Si passano gli oggetti uno alla volta, come se fossero cose di un valore inestimabile.
“Non sei un po’ presuntuoso nel dire questo?” gli faccio guardando il tè davanti alle sue grosse mani che si raffredda.
“Sì… probabile… io sono un vero esaltato del teatro. Il problema è che o fai così o soccombi. Bisogna saper essere anche arroganti delle volte… o per meglio dire… molto, dico molto, sicuri di sé”.
“E perché?”.
“Perché là fuori c’è un mondo pronto a mangiarti vivo se non sai importi. Se non sai gridare che tu in qualche modo ci sei… soprattutto nell’arte”.
Leo dopo aver finito con il cucchiaino pieno di burro d’arachidi si prende un bicchiere d’acqua con dentro una pillola di vitamina C che si scioglie. La cucina è piccola, così come l’appartamento in cui vivono. Sono in tre in sessanta metri quadri e pagano mille sterline al mese.
“La frutta costa troppo qui e sa di poco. Le vitamine invece costano poco e ne hanno in quantità industriale. I supermercati ne sono pieni. C’è uno scaffale a posta. Fai un giro anche lì… qui ad Hackney… c’è più gente in fila davanti alle vitamine che nel reparto frutta”.
Quando nel pomeriggio sono entrato da Tesco era effettivamente così. Volevo comprare qualcosa di salutare da mangiare. Così ho preso della pasta e della carne, il risultato è stato disastroso. Ho speso quaranta euro per due bistecche e tre pacchi di pasta con due barattoli di salsa di pomodoro.
“Devi comprare le uova qui, costano poco e anche il bacon, se non lo friggi non è così pesante”. Mi ha fatto Leo quando sono tornato.
Nella sua stanza ci sono due letti e un sacco di foto attaccate alle pareti. Da una finestra si vede un giardino grigio in cui sta una quercia spoglia. Ci si può accedere dal bagno.
Accanto alla camera delle due ragazze c’è quella di Massimiliano e in fondo il salottino che, con un materasso per terra, è diventata per il momento la mia camera.
“Che mestiere fai tu nel circo?”
“Io faccio acrobalance e sono portor. Non è una cosa che potrò fare tutta la vita, ma fin quando il fisico regge lo faccio”.
Finalmente tira su un po’ di tè. Ha le braccia giganti, come l’uomo più potente del mondo, che si vede nel cartellone pubblicitario del circo di settant’anni fa. È alto un metro e ottantacinque e pesa quasi un quintale. Però non ha una lunga barba nera.
“Ieri sera per dire il mio agile stava per cadere, ma io l’ho afferrato al volo… perché io non faccio mai cadere il mio agile. E bene… per non fargli sbattere la testa mi sono sbilanciato indietro… risultato mi sono infiammato un tendine che mi fa un male boia… il fisico non è eterno”.
Acrobalance è una sorta di ballo che si fa in due. Solo che si fanno salti mortale, carpiati e tante altre cose. Il portor è quello che slancia l’agile, che lo fa volteggiare in aerea come fosse un uccello impazzito. L’agile è un piccoletto di non più di cinquantacinque chili che rotea in aerea e ricade sempre nelle braccia del suo compagno.
“Io e il mio compagno cerchiamo sempre di fare la strana coppia. Lo Stanlio e Olio della situazione, mettendoci dentro anche l’errore. Ecco questa è una grande differenza col teatro per dire… l’errore ci sta bene al circo perché fa sembrare tutto più umano”. Finisce la tazza di tè Massimiliano e tira fuori dalla borsa una crema con le scritte in cirillico: ”È un antiinfiammatorio russo… ieri l’ho messo… dopo circa dieci minuti non mi sentivo più il braccio”.
Il primo pezzo dello show è un pezzo di giocoleria. Un ragazzo si siede sul tavolo portato dai camerieri in livrea e inizia a giocare con delle palline bianche. Una bella luce lo inquadra dall’alto.
Nonostante sia un po’ fiacca come entrata al pubblico sembra piacere. Il giocoliere ammicca e lancia occhiolini a destra e a manca ogni volta che perde qualche palletta. Molti delle persone che ho vicine sembrano ammirare i gesti tecnici, ma qualche altra rimane affascinata dalla maschera. Il ragazzo sembra uno scugnizzo napoletano, un arlecchino che ci prova nonostante tutto. E la cosa fa parecchio ridere.
Tenta una piroletta continuando a giocherellare con le palle e non gli riesce. Fa la faccia triste, da copione doveva riuscirci. Riprende le palle, chiede più attenzione al pubblico e ci riprova.
Allora vi faccio la prima domanda. Fino a che punto l’autoironia ci salva?
Massimiliano finisce di bere il tè e dice di portarmi in un posto economico dove si mangia la migliore colazione all’inglese di Londra. Il Mess Cafè.
“Che ne pensi del fantasy? Ho appena finito di leggere un super libro del genere… in Italia è stato censurato”. Mi fa ordinando un Mess burger con doppia porzione di formaggio e pancetta. Fuori inizia a nevicare, ma l’asfalto è bagnato e la neve non attecchisce. Da dentro il Mess Cafè sembra un rifugio per alpinisti o vecchi marinai.
