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Mario Incudine all’Ufficio delle entrate…

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Tempo addietro  gli avresti dato giusto il tempo di trovarsi un mestiere; le serate in piazza, qualche festa patronale: "…Eccolo, quello che suona e fa pure cabaret…, che ridere, ma quant’è simpatico!"

Tempo addietro  gli avresti dato giusto il tempo di trovarsi un mestiere; le serate in piazza, qualche festa patronale: “…Eccolo, quello che suona e fa pure cabaret…, che ridere, ma quant’è simpatico!”, poi il suo nome sempre più familiare e i compaesani che lo pronunciano senza storcere il naso, come di solito avviene per le cose fatte in casa, e invece: “Stasera suona Mario! Si farà strada quello lì”
Mario me lo ritrovo un giorno all’Ufficio delle entrate, baci e abbracci per tutti come sempre: “Uhè Mario! Meno male che c’hai la barba morbida, con sti bacioni che dai!”, perché Mario è così: saluta a destra e a manca, chiede notizie: – In casa tutto bene? -, e risponde al telefono e poi si siede indeciso se darmi ancora del lei, da quando è stato mio alunno al liceo. “Che si dice Mario… te lo sei fatto un mestiere?”, mi viene di chiedergli ma poi più discretamente: “Come te la passi, che fai? “, e lui: “Sono stato in Cina… in Portogallo, adesso… devo…”
“Sempre irrequieti sti giovani, penso, fin quando non si fanno un mestiere… spensierati, zaino in spalla e magari la chitarra: “Che hai fatto, hai cantato – Sciuri sciuri – ai cinesi? Ah ah ah!”  Trattengo a stento la battuta, cerco di non sbottare a ridere ma lui sembra leggermi nel pensiero: “Si son divertiti da morire i cinesi, non importava che comprendessero le parole, il ritmo non ha confini, coinvolge tutti a tutte le latitudini, non hai… hai visto il servizio al TG1?”
Fingo di indirizzare il mio disagio al display, i numeri dello sportello che mi interessa sono fermi da un po’.
“No non è capitato, non guardo spesso la televisione”
“Peccato”, fa Mario sbadigliando un po’ anche perché il suo sportello è pure bloccato, “è stato emozionante anche con De Gregori il Primo maggio…”, e un attimo prima che io possa pensare a qualche  battuta sui mitomani lui con gli occhi lucidi di piacere aggiunge che “Viva l’Italia” e “Italia bella..” gliel’hanno arrangiata loro, lui e la sua band.
“E finalmente hai potuto riposarti in Portogallo. Gita di piacere, vero?”, faccio io non sapendo che dire.
“No, altro che!, sono andato a dirigere un’orchestra!”
Nel mio cervello intanto tra gli scaffali vecchi e ammuffiti di certi ricordi sta succedendo un cataclisma; l’immagine di Mario tra i banchi di scuola: rosa rosae, crolla per l’umidità e con lei l’immagine di Mario che canta in siciliano alla sagra della salsiccia. ” Si trattava del Festival della musica etnica, dice: Sete sois sete luas, che è anche il titolo di un romanzo di Saramago, patron (e premio Nobel) insieme a Dario Fo di questo festival.
“Mario non mi dire che adesso ti sei messo a fare pure i dischi!”
Mario si fa i conti con le mani, conta e pensa: “Dunque…, tre da solo, uno con Haber in cui facciamo le musiche per certi suoi pezzi di teatro e c’è lui pure che canta e adesso i manager mi spingono per un altro disco che dovrebbe uscire al più presto.”
“Perché, quanti manager hai?”
“Due! Sai… dopo la vittoria al Festival della nuova canzone siciliana… ”
“Mmhh”
“..con Salina, il titolo della canzone… il tema è troppo attuale, dell’emigrante che preferisce morire in mare piuttosto che tornare indietro al suo paese se proprio non vogliono farlo andare avanti..”
“Altro che!, se non è attuale! ”
“E infatti… loro premono per un altro disco con gli stessi temi”
“Bravi anche quelli che suonano con te evidentemente!”
“Certo! A loro ho dedicato la vittoria del Festival! ”
“Anche a quel ragazzino con la fisarmonica, proveniente da Barcellona Pozzo di Gotto?”
“Certo che sì, lui è un genio! a poco più di vent’anni ha già la laurea in musicologia e il diploma di pianoforte e..” Mario mi vuole raccontare anche dello spettacolo con Frassica e delle collaborazioni con l’Orchestra dell’auditorium di Roma, ma sul display scatta il suo numero, lui si alza e va. E’ arrivato il suo momento.

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