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Di’ che te manna Ferruccio

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Spaghetti cacio e pepe nun se battono. C’è un posto a piazza Mazzini che si chiama esattamente così.

Spaghetti cacio e pepe nun se battono. C’è un posto a piazza Mazzini che si chiama esattamente così, una trattoria dove fanno i tonnarelli cacio e pepe buoni come quelli che preparano tutte le madri romane. Be’, tranne la mia, visto che a mia madre la cacio e pepe non piaceva molto e per questo non la faceva quasi mai.

Appena lasciato il cliente agli studi della Rai di via Asiago ho guardato l’orologio, ma soprattutto ho sentito lo stomaco. Cacio e Pepe, il nome m’è comparso nel cervello come un messaggio subliminale, e il piatto davanti agli occhi me s’è materializzato come un ologramma, fumante, e con un profumo che se il cameriere non si sbriga a poggiarlo sul tavolo addenteresti pure la sua mano. Il piede ha spinto l’acceleratore da solo e la mano ha ingranato la prima senza la mia volontà. In definitiva, posso dì che nun so’ stato io a anna’ al ristorante col taxi, ma che è stato il taxi a portammece.

Mi alzo dal tavolino soddisfatto che me leccherei pure il piatto, se non fosse che a quest’ora qui è pieno come ‘n ovo, che alla pausa pranzo dagli uffici in zona si riversano tutti sulla strada che sembrano un esercito de zombi affamati. Salgo sul taxi e parto. Ancora un’oretta, e pure oggi è finita.

Mano alzata che mi chiama all’inizio di via Luigi Settembrini. È di un signore fermo sul marciapiede, alto, corpulento, con una massa di capelli ricci e grigi. Accosto. Lui mi guarda, o meglio, guarda la macchina come fosse un’astronave. Vuoi vedere che s’è sbagliato e non chiamava me o che c’ha ripensato? Sto per ripartire ma lui si avvicina, apre la portiera posteriore e sale.

“Buongiorno”.

“Buongiorno a lei, dove la porto?”

Non risponde. Guardo i suoi occhi dallo specchietto retrovisore. Sembra perso, spaesato.

“Portame alla Magliana, dalle parti de Lungotevere degli Inventori. Come arrivacce, fai te”

“Ferruccio…mi chiamo Ferruccio” mi fa, rispondendo alla mia domanda – possibile che ci siamo già incontrati? – che gli faccio dopo averlo studiato per un bel po’ dallo specchietto.

Lui sorride.

“Ma da quant’è che fai ‘sto lavoro?”

“Cinque anni, più o meno”.

“Io l’ho fatto pe’ quaranta. Ho iniziato che ce n’avevo venticinque, e adesso ce n’ho sessantacinque e da qualche ora so diventato un tassinaro in pensione”.

Lo vedo che passa malinconico le mani sulla tappezzeria di dietro, come se carezzasse la pelle di una donna.

“Ho venduto la licenza a un ragazzino de vent’anni un paio d’ore fa”, continua, “da un notaro che sta lì dalle parti de piazza Mazzini dove m’hai preso tu. Quarant’anni de lavoro! Quarant’anni a spigne sempre continuamente frizione freno frizione freno frizione freno! E a bestemmia’ contro er traffico e a manna’ affanculo de certo ogni cittadino de ‘sta città! Perché de gente io n’ho incontrata parecchia me poi crede…”

Si sporge verso i sedili anteriori

“…mo tu dirai che non me sembra vero d’ave’ finito con tutto questo e…c’hai ragione…ma…”,

Torna a poggiarsi sullo schienale posteriore e s’azzittisce per qualche momento, poi vedo che si passa il dorso di una mano sugli occhi,

“…ma allora perché me manca già così tanto che me vie’ da piagne?”

Semaforo giallo.

Freno un po’ bruscamente perché la macchina davanti si ferma all’improvviso.

“Ma guarda te ‘sto cretino! E passa per la miseria!”, gli grida Ferruccio. Poi allunga una mano come per mandarlo a quel paese. Io sto zitto, lo guardo dallo specchietto. E lui se ne accorge.

“Ecco appunto, lo vedi? Nun me passa collega! Nun me passerà mai, per la miseria!”

Intanto scorro sul lungotevere, supero Regina Coeli, e tiro dritto per piazza Trilussa. Ferruccio intanto continua a parlare.

“Intendiamoci, a esse contento io so’ contento, magari è solo ‘na questione de tempo, me ce devo abitua’. Pensa che stammatina alle sei me ne stavo in pigiama co’ ‘na tazza de caffè in mano attaccato alla finestra che guardavo de sotto er taxi mio parcheggiato giù strada. Me venivano i lucciconi! Er taxi mio! ‘Na Multipla de cinque anni, con trecentoquarantacinquemila chilometri sur groppone e ancora perfetta e linda come er primo giorno. No no, io non la venderò mai la licenza, me dicevo. Che io a vede’ la macchina mia senza più la scritta taxi sopra e gli adesivi sulle fiancate ce sto male…me viene er magone me viene! Ed eccome qua invece! Licenza venduta, e addio alla scritta taxi e agli adesivi…”

Si interrompe qualche secondo. Il suo viso si contrae in una leggera smorfia di tensione.

“Tu sei sposato giovano’? C’hai figli?”, mi chiede a bruciapelo.

“Sì, sposato e con un figlio, c’ha un paio d’anni”, gli rispondo.

Annuisce con la testa, e il suo volto torna disteso.

“Bravo…un consiglio te lo posso da’?”

Me lo guardo, sorrido anch’io.

“Certo”

“Nun te scorda’ mai tuo figlio e tu’ moglie. Sono loro che fanno andare il taxi, solo loro. Senza, er taxi può sta’ pure chiuso in un garage a fa’ la muffa”

S’azzittisce di nuovo, si volta verso il finestrino e guarda fuori. Abbiamo appena imboccato lungotevere a Ripa. Ferruccio si passa una mano tra la folta chioma brizzolata, poi riprende a parlare.

“Io alla fine l’ho fatto anche per Ornella, mia moglie, che stamattina quando so’ uscito stava ancora a dormi’. – A Ferru’- me diceva da ‘n po’ de tempo – io c’ho solo te, e tu c’hai solo me. Ma perché nun cominciamo a godesse un po’ la vita prima che finisce pe’ sempre? Ma che aspettamo? De ritrovasse rinchiusi in un ospizio Ferru’? –

Io e Ornella siamo sposati da quarant’anni. Te vorrei di’ che ci amiamo ancora come er primo giorno ma…nun lo so se è così perché alla fine te fai l’abitudine a sta’ insieme. Ce stai lontano per un po’ e magari nun ce pensi, vedi le donne giovani che te attraversano la strada, o peggio ancora che salgono sul taxi e fai certi pensieri, per non dire peggio. Poi però te rendi conto che invece non vedi l’ora de finì er turno, torna’ a casa, apri’ la porta e rivedella. Anche se sta in vestaglia, con le pantofole e i capelli spettinati, e magari t’arriva pure la puzza de cavolfiore o peperoni dalla cucina che quanno apri la porta te schiaffeggia. Io non lo so se è come er primo giorno. A me me sembra che alla fine è meglio pure der primo giorno. Nonostante l’abitudine, nonostante tutto quello che uno passa, le litigate, le preoccupazioni, i casini, i soldi che non bastano, i figli che non arrivano e quando arrivano…”

Si zittisce di colpo. Inspira. Questa volta non è tensione, ma qualcosa di peggio, come se si sentisse male. Sto per chiederglielo, quando si riprende.

“A quanto stamo?”, chiede.

Non capisco a cosa si riferisce, lui se ne accorge e lo indica con un cenno del mento.

“Er tassametro…”

Annuisco, leggo la cifra, gliela dico. Lui guarda l’orologio, poi davanti, oltre il parabrezza.

“Fa’ un sarto a Boccea, se non è un problema.”

Mi dice una via. Io gli dico che non c’è problema. Faccio solo un attimo mente locale sulla strada da fare, e poi vado.

“A tu’ moglie je voi bene?”, mi chiede.

“Sì, tanto”, gli rispondo.

Dallo specchietto vedo che annuisce.

“So belle da giovani…so belle…pure mi’ moje era bella sa’?”

“Ci credo”

“Mo stamo a diventa’ vecchietti, le rughe, gli acciacchi, però te posso di’ che è bello poterlo fare insieme…”

Annuisco. Lui cade di nuovo in silenzio. Vorrei dire qualcosa ma non mi viene nulla a parte le solite frasi di circostanza, che in questo momento però capisco non servirebbero a niente.

” Sì, me mancherà er traffico”, riprende lui, “…i caffè all’alba da Castroni in via Nazionale co’ Tony, Robertino, Antonio, tutti amici colleghi vecchietti come me che pure loro tra un po’ battono la ritirata. Me mancherà Oreste, l’edicolante su via del Tritone dove me fermavo sempre a compra’ il giornale, e le partite a briscola e a tresette ar polmone de Fiumicino. Me mancheranno i soliti commenti sul tempo dei clienti, e tutti i clienti…quelli snob della Roma bene, quelli incazzati della Roma povera, i turisti caciaroni, le guide stressate, gli ubriaconi che te vomitano sui sedili, i professionisti che te chiedono le ricevute vuote, quelli che te chiamano col fischio alla pecorara, i portieri degli alberghi che invece pe’ chiamatte usano il fischietto, le signore attempate ma ancora arzille che ti invitano a salire da loro per un caffè….se vabbe’…un caffè…una scusa più stronza non la potevano di’…Me mancherà via Condotti, via del Corso e piazza de Spagna piene de gente la domenica, le litigate coi vigili, le preferenziali, er clacson de quello che qualunque cosa fai te sona e tu ogni volta je rispondi: sona tra le cosce de tu’ moglie che c’è più traffico!”

Nel frattempo arriviamo alla via che mi ha indicato, dalle parti di Boccea.

“Ecco, fermate qui per favore.”

Fermo il taxi. Lui scende. Lo seguo con lo sguardo fino a che non si blocca di fronte ad un muretto. Dalla tasca tira fuori una boccetta color argento, una di quelle col liquore, la stappa, la alza di fronte al muretto come per un brindisi e beve. Finisce e si pulisce le labbra con il dorso della mano. Fissa il muretto e con rabbia gli tira la boccetta contro. Quindi porta le mani al viso, piega la testa, e le spalle iniziano a scuotersi come in singhiozzi.

Esco dal taxi, che me prende un po’ di paura. Chissà che diavolo gli sta succedendo. Quando gli sono vicino capisco che sta piangendo.

“Si sente male?

Lui fa di no con la testa, mi dice è tutto a posto. Il viso rosso, gli occhi annegati. Io sposto lo sguardo verso il basso. E me se gela il sangue. Addosso al muro una croce in marmo bianco, incastonata tra i mattoni. Piccola piccola. Eppure lo capisco al volo, che pesa da morire.

“C’aveva vent’anni Piero. Er nome l’aveva scelto mi’ moje, e a me pure se non me piaceva m’annava bene lo stesso. C’aveva vent’anni. S’è schiantato de notte, addosso a ‘sto muro maledetto. A lui io volevo da er taxi mio…a lui…invece niente…”

Allungo una mano, la poggio sulla sua spalla. Non dico niente. Lui porta una mano alla mia e me la stringe forte. Poi alza la testa, respira e gonfia il petto per riprendersi.

“È passata…daje va’….è passata…”, mi da dei colpetti sul dorso della mano, sorridendomi e tirando sul col naso “…namo che mi’ moje m’aspetta. Oggi le ho detto che andavamo a festeggia’ la pensione. E damme der tu…che semo colleghi…”

Annuisco. Gli sorrido. Così, tanto per non mettermi a piangere pure io.

Saliamo sul taxi. Accendo il motore e parto.

Un depliant con una nave enorme in primo piano. Me lo sventola davanti al naso.

“Dici che sarà contenta?”, mi chiede.

“Chi? Tua moglie?”, domando.

“Sì, dopo il notaio so’ passato ad un’agenzia di viaggi e ho prenotato una crociera per due fino in America! Stavolta, me faccio porta’ in giro io!”

“Sarà contenta sì! Secondo me te se scioglie come un brodo!”

Sorride, e io pure, che a vederlo così me sento improvvisamente felice pure io.

“Er taxi a me m’ha salvato la vita”, riprende dopo un po’, mentre imbocco via Oderisi da Gubbio da piazzale della Radio, “tutte le persone che ce so entrate, con le loro vite, le loro storie. E poi sta città, i colleghi, i mattini dei giorni che ho visto nasce da dietro il parabrezza e quelli che invece so’ finiti e la notte calava sui vetri come un sipario. M’hanno salvato la vita tutti. Assieme alla mia Ornella, naturalmente”.

Fermo la macchina a Lungotevere degli Inventori nel punto che mi indica lui.

“Eccoci qua”, gli dico.

Lui annuisce, apre lo sportello, scende e si avvicina al mio finestrino. Il tassametro segna 66 euro. Ferruccio si piega, lo legge, tira fuori dalla tasca 50 euro e me li da. Poi rimette la mano in tasca e tira fuori altri soldi. Lo fermo.

“Ce stamo – gli dico – 50 euro tondi tondi e va bene così”.

Sorride. Io pure.

“Grazie” mi fa, battendomi una mano sulla spalla.

“No…grazie a te, per la bella corsa che m’hai regalato. Non me la scorderò”, gli rispondo io.

Ferruccio allarga di più il suo sorriso e mi da qualche altro colpetto sulla spalla, poi, senza aggiungere altro, si volta e fa per attraversare la strada. Sto per mettere in moto e andarmene anch’io, quando lui si rigira di nuovo e torna indietro.

“Aspetta me stavo a scorda’…”, torna indietro, mi poggia di nuovo la mano sulla spalla, “…la prossima vorta che vai da Cacio e Pepe di’ che te manna Ferruccio, er tassinaro de Marconi, che te fanno er piatto più abbondante e ‘no sconticino in più!”

Lo guardo spiazzato.

“Ma come hai fatto a capi’ che…”

Mi guarda e ride, “…quanno uno c’ha un po’ di pepe sui denti e sta a piazza Mazzini, po esse annato solo che là”

Con l’imbarazzo che mi prende al collo, mi guardo i denti nello specchietto retrovisore. Tra due incisivi superiori ho dei granelli di pepe. Ci passo la lingua sopra per pulirli mentre il viso prova tutte le gradazioni di colore esistenti in natura.

“Nun te preoccupa’…che non sei l’unico”, mi dice.

Ridiamo insieme, poi mi saluta di nuovo e riattraversa la strada.

“Ferruccio!”, grido, che le macchine che passano stanno a fa ‘na caciara infernale.

Lui sale sul marciapiede opposto e si gira.

“Che voi? A proposito…ma come te chiami!”

Gli urlo il mio nome.

“Dimme”, continua lui.

“Niente…pensavo che magari un giorno de questi ce potevamo anna’ insieme da Cacio e Pepe…”

Lui spalanca le braccia e sorride.

“Perché no! Sarebbe ‘na bella idea! Mo però vattene a lavora’, rimedia un’altra corsa prima che te finisce er turno!”

Sto per augurargli buona crociera, quando passa un grosso camion. Qualche secondo, e quando è passato alzo la mano per salutarlo. Rimango fermo, col braccio in su che sembra che sto a chiama’ un taxi.

“Ciao Ferru’…”, dico.

Anche se Ferruccio non c’è più.

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