Londra: le strade che si portano appresso l’odore di moquette e il colore dei mattoncini ruggine sono percorse da inquietanti donne col burka, uomini col turbante, le metropolitane sono un vero e proprio melting pot dove gli inglesi sembrano in minoranza, le telecamere a circuito chiuso stanno in alto come gufi in ogni angolo, spuntano appena si alza la testa e costringono ad abbassarla. L’aria di crisi si respira anche in Inghilterra ma ha addolcito gli inglesi, gentilissimi e prodighi di informazioni e ha equiparato il cambio euro/sterlina, mentre i camerieri, i baristi, i commessi dei negozi e le badanti, di etnie lontane, li ho trovati abbastanza stressati. Tutto sommato lavorano senza sosta, come dargli torto. I negozi più affollati poi sono gli alimentari simili a bazar gestiti da arabi e aperti tutta la notte, presi d’assalto dai ragazzi vestiti con accoppiamenti di colori orrendi che tornano dalle discoteche in preda alla fame chimica. I tassisti sono cingalesi, negli alberghi gli indiani vanno per la maggiore e fanno i turni notturni dormendo su piccoli lettini nella reception. Un sentore di caste e di colonialismo gassoso e non dichiarato fa capolino, nella democratica e monarchica Inghilterra.
Dopo un bagno di realtà così particolare ed eterogeneo, entrare a visitare la mostra “Unveiled: new art from the Middle East” è un piacere. Dà un senso di speranza, è alquanto scioccante e immerge in un’atmosfera speciale di scoperta. La mostra è decisamente politica. Politica e intessuta di protesta. C’è uno sbaragliamento continuo dei luoghi comuni sull’Islam. È una mostra blasfema, si potrebbe dire se questo aggettivo non appartenesse maggiormente alla nostra chiesa cattolica.
Non so se fosse un caso, ma proprio nella piazzetta antistante la galleria c’era un mercatino multietnico, dove si potevano assaggiare cibi strani e veramente buoni. Un gruppo di ragazzi suonava per strada musica anni venti, un dixieland allegro. Per un attimo, se ormai non fosse un luogo comune, si poteva pensare a un ritorno al futuro con la crisi del 29… E per un attimo si è affacciato il dubbio che anche l’arte si muove per logiche di mercato. Un dubbio ingenuo, visto che è chiaro che è così. Ora è tempo di conquista dei mercati lontani. Il nostro è saturo.
Si legge che il direttore della celebre galleria, che di recente si è trasferita a King’s Road, quartiere un tempo associato a Vivienne Westwood e ai punk e ora piena di catene globalizzate di negozi ha dichiarato: “Unveiled è una mostra che guarda al Medio Oriente. Abbiamo scelto una ventina di artisti che stanno lavorando in Iraq, Iran, Giordania, Emirati Arabi. È un modo ancora una volta di entrare in contatto con una parte del mondo dove, nonostante le limitazioni dei regimi, nascono fermenti culturali interessanti, che sono il risultato di una identità storica forte. In questo momento a Teheran ci sono numerose gallerie d’arte”.
Ma la maggior parte dei giovani artisti, alcuni dei quali si sono rifiutati, nei pannelli che ne raccontano la biografia, di mostrare il volto, sostituito con un’immagine anonima o coperto con un passamontagna per evitare ritorsioni, si è trasferita in occidente a New York a Berlino o ad Amsterdam. Una parte di loro invece, nonostante abbia subito anche il carcere, continua a vivere e a lavorare nei paesi di origine, ma è difficile pensare che possano esporre lì le loro opere più estreme. Se la critica verso l’estremismo islamico, la guerra e la condizione della donna sono i temi portanti della mostra (e le più agguerrite sono proprio le artiste donne, presenti in gran numero), si affacciano con forza anche la contestazione del machismo e l’ironica raffigurazione di corpi di uomini arabi in atteggiamenti sessualmente ambigui, il decadimento sociale e la società di massa globalizzata. Potrebbero paradossalmente sembrare visioni occidentali, ma la critica, un po’ meno evidente, è anche verso l’occidente: è raro osservare in giovani artisti occidentali la stessa capacità tecnica, inventiva, l’uso dei colori e la sfrontatezza formalmente ineccepibile. Il ritorno alla raffigurazione pittorica è ampio, in contrasto con una iconoclastia che ha reso l’arte astratta la più usata in medio oriente. Invece un realismo pittorico si affaccia con forza.
Ma non è solo la pittura, vivace tremenda ed espressionistica a essere protagonista. Vi sono alcune installazioni di fronte alle quali si rimane stupiti per la semplicità intuitiva e il grado di spiazzamento. In particolare, l’opera Ghost di Kader Attia è quella che rimane più impressa:
Una intera sala è disseminata di sagome di donne in preghiera, con i corpi chini e vuoti come conchiglie e realizzati a dimensione reale con la carta stagnola, materiale domestico vulnerabile e delicato. A prima vista le sagome si scorgono da dietro, tutte in preghiera e omologate, camminando verso il fondo della sala si cercano i loro volti, assenti come fantasmi o come feticci.
Da un punto di vista pittorico, è Ahmed Asouldani a colpire l’attenzione. Le sue tele richiamano i grandi Goya e Grosz, pittori che hanno testimoniato le atrocità del 19esimo e 20esimo secolo. Asouldani descrive gli orrori della guerra, vissuti in prima persona, in tele dal gesto pittorico complesso, violento e simbolico. L’uso del carboncino e della pittura è fatto in modo poco ortodosso ma ottiene effetti splendidi.
Presente è anche la fotografia: Halim Al-Karim realizza trittici a grande dimensione, al cui centro appare una figura simbolica: donne antiche o moderne, affiancate da fantasmi, distorsioni e velature.
Questi artisti, anche se provati e forse rafforzati da una lotta continua e costante contro un potere politico e religioso che sfidano senza mezzi termini, sono davvero molto giovani ma molto maturi artisticamente. Si vocifera che il Medio Oriente stia vivendo, proprio mentre lo si teme in modo così cieco, una sorta di Rinascimento nell’ambito artistico. Un velo di ignoranza viene sicuramente strappato dalla mostra.
E si arriva a credere nella troppo spesso consolatoria affermazione che è dalle più grandi difficoltà che emerge la più grande bellezza. Di questi tempi, non è poco.
