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Il mio rifugio

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Mi sono accorta, nel tempo, quanto sollievo dona il trasferire i pensieri che tormentano la mente, sulla carta. È una terapia molto efficace contro il dolore e la solitudine...

Mi sono accorta, nel tempo, quanto sollievo dona il trasferire i pensieri che tormentano la mente, sulla carta. È una terapia molto efficace contro il dolore e la solitudine che si prova quando si vive su livelli affettivi differenziati. Quando ho iniziato non esisteva il computer, il leggero scorrere della biro che tatuava il foglio immacolato mi era di conforto. Avevo l’impressione che le lacrime interne filtrassero, come un effetto osmotico, dalla mano all’inchiostro della biro, che nel fluire le trasformava in lunghi fili azzurri.

Non scrivevo racconti, solo poesie. Si accavallavano una sull’altra con velocità impressionante: una più triste dell’altra. Ero pericolosamente depressa e lo scrivere aveva lo stesso effetto della valvola di sicurezza inserita nel coperchio della pentola a pressione: evita lo scoppio.

Fiera di avere un carattere forte avevo infilato, per anni, dolori e dispiaceri nei miei “vasi canopi”, tenendo sigillati i coperchi con l’ostinazione di riuscire a risolvere gli enigmi dell’esistenza. Non ho raggiunto quanto mi ero prefissata, ma nel confessarmi, tramite la scrittura, ho imparato a convivere con i miei fantasmi. Ho trovato un rifugio che mi accoglie, mi sostiene, senza pretendere nulla.

La vita è un faticoso percorso di salite, discese ma, a volte, anche di pause su facili pianori. La nascita della prima nipote mi ha regalato la possibilità di essere ancora utile e di assaporare un amore sconosciuto.

Un giorno, Ludovica, mi disse “Nonna raccontami una storia”. Cominciai con Cenerentola, ma fui subito interrotta. “No, voglio una favola inventata da te”. Sentii tanta fiducia in quella richiesta che non potei deluderla. Diedi vita alla storia di un povero talpino che aveva molti amici… Scrissi circa trenta favole… intanto i nipoti erano diventati quattro, poi le ho raccolte in due libri che ho fatto pubblicare. Perché? Perché i miei nipoti abbiano un ricordo speciale della nonna e lo possano tramandare ai loro figli.

Scrivo ancora poesie, ma solo quando un’emozione mi provoca struggimento o rabbia. Allora le parole scorrono da sole e mi liberano l’anima.

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