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La vita segreta dei nomi delle piante

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"La fantasia è un posto dove ci piove dentro" [Da Italo Calvino: ‘Le lezioni Americane’ – IV. Visibilità]

“La fantasia è un posto dove ci piove dentro”

[Da Italo Calvino: ‘Le lezioni Americane’ – IV. Visibilità]

Nella quarta delle sue ‘Lezioni Americane’, quella dedicata alla ‘Visibilità’, Italo Calvino (1923-1985) prova a spiegare cos’è l’immaginazione, riprendendo un verso di Dante: – “Poi piovve dentro a l’alta fantasia…” – tratto dal XVII canto del Purgatorio.

La fantasia per Calvino è ‘visibilità’, ossia la capacità di pensare per immagini, senza essere irrazionale, mistica, incosciente o basata sulla simbologia collettiva.

 “Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la ‘civiltà dell’immagine’?” – si chiede lo scrittore – “Il potere di evocare immagini ‘in assenza’ continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate?”
“(…) Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo, di perdere una facoltà umana

fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini”

Gli interrogativi di Calvino sono quanto di più affine abbia trovato riguardo alla mia antica ‘fissazione’ per i nomi in genere e per quelli delle piante in particolare.

“Possiamo distinguere due tipi di processi immaginativi – scrive ancora Calvino – quello che parte dalla parola e arriva all’immagine visiva  e quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale”

Perché, se spesso “nomina sunt consequentia rerum”, può essere vero anche il contrario… Come quando capita di conoscere una persona e di attribuire ad essa, nella propria mente, un nome diverso da quello che realmente ha. Non so se è un problema comune, ma ad alcune persone il nome che hanno proprio non si attaglia. Molto meglio quello di fantasia; con qualche problema, a volte, perchè per tirar fuori il nome bisogna innescare un procedimento complesso, dalla fantasia  alla realtà… E spesso non si è abbastanza pronti; si perde un tempuscolo… C’è quella temporanea afasia, o ‘sfasamento’, che fa riconoscere quelli ‘con la testa tra le nuvole’…

Ma si può anche dare il problema inverso. Si sente ‘Ariel’ o ‘Jasmine’ – o anche ‘Nora’, ‘Lorelei’, ‘Zaira’ – e si evoca un mondo magico, cui non sempre la realtà tiene dietro.

Nel regno vegetale sono tanti i nomi ‘belli’, o che si impongono all’attenzione. Per i motivi più disparati: per il suono che fanno a pronunciarli, per l’etimologia, per il nome popolare e le leggende che sottendono, per un’eco del tutto personale che suscitano tra i ricordi…

Tanti ne potremmo ricordare… Da incantare il nostro Gadda ingegner Carlo Emilio, alias ‘Gonzalo Pirobutirro’ [Vedi su “O”: Piante e frutti perduti, ritrovati, fantasticati
 del 07.12.08].

 

Ammetto di essere sempre stato affascinato dalla creazione dei nomi; dalle parole della Bibbia in proposito e da quelle di altre cosmogonie, oltre quella cristiana; dal tempo del sogno (dreamtime) delle culture aborigene australiane [V. su “O”: Piante e uomini in viaggio (terza parte) 
del 28.10.07]; fino all’opera di grande sistematizzazione del mondo delle piante, che fu di Linneo…

Salsapariglia o Smilax aspera (Fam. Liliaceae). In Italia è nota anche col nome comune di stracciabraghe, per via delle foglie dai margini spinosi; è una comune selvatica rampicante, con fiori profumati e grappoli di bacche rosse in autunno. Chissà per quali vie la salsapariglia è arrivata ad essere il cibo prediletto dei puffi… Siamo dalle parti della ‘naftalina’ di Eta-beta!

Il nome botanico della pianta (smilax aspera) deriva dal greco ‘smilé’, raschietto e dal latino ‘asper’, scabro, in riferimento alla forma e alla spinosità delle foglie; ma più noto è il suo nome comune, di derivazione spagnola ‘zalzaparilla’ o ‘sarzaparilla’, per l’abbondante schiuma saponosa che la pianta produce quando è sfregata vigorosamente in acqua, simile alla schiuma (salsa) di una coppia di cavalli (parilla) affaticati.

 

A volte le piante – una loro rappresentazione mentale, un profumo – innescano un processo evocativo nella memoria, come in questo racconto di Ray Bradbury: ‘Profumo di salsapariglia’!

 

“Cora – disse lui mangiando, rilassandosi, cominciando a entusiasmarsi di nuovo – sai cosa sono le soffitte? Sono Macchine del Tempo, nelle quali vecchi uomini tristi come me possono tornare indietro di quarant’anni, a un tempo che era estate tutto l’anno e i bambini davano l’assalto ai carretti del ghiaccio. Ricordi che gusto aveva? Mettevi il ghiaccio nel fazzoletto, ed era come succhiare il sapore della tela e della neve nello stesso tempo” (…)

(…) “Non ritornò vicino alla finestra. Sedette, sola, nella soffitta nera, odorando il solo odore che non sembrava svanire. Trasse un profondo respiro. Il vecchio, familiare, indimenticabile odore della salsapariglia del drugstore.

[Ray Bradbury (1959): ‘A scent of sarsaparilla’; dall’antologia “A medicine for melancholy”; SFBC – Science Fiction Book Club, 1963]

Da sin. Thunbergia alata (Fam. Acanthaceae); la più famosa ‘Susanna dall’occhio nero’ – Black-eyed Susan; a fianco Rudbeckia hirta (Fam. Asteraceae) e Hibiscus trionum (Fam. Malvaceae), anch’esse denominate popolarmente ‘Black-eyed Susan’. L’occhio nero si capisce… Ma cosa avrà mai combinato, Susan, per essere conciata così?

Le piante d’oro e le piante del sole. Nell’immaginario dei popoli sono sempre state molto rimarcate le analogie e le metafore tra il mondo delle piante e altri elementi naturali o metafisici [V. su “O”: Metafore vegetali 
del  21.12.08].

Una quadripletta di piante in vario modo legate al colore dorato dei fiori e alla caratteristica di seguire il corso del sole durante il giorno. Da sinistra e dall’alto: Crysanthemum coronarium (Fam. Asteraceae), Helichrysum italicum (Fam. Asteraceae ), Heliotropium spp. (Fam. Boraginaceae) e il comune girasole, Helianthus annuus (Fam. Asteraceae)

Chrysanthemum, dal greco ‘khrysós’, oro e ‘anhtos’, fiore: ‘fiore d’oro’, per il colore dei fiori nelle sue varietà native; ora i colori degli ibridi sono infiniti.

Helichrysum, dal nome composto da ‘hélios’, sole e ‘khrysós’, oro.

Heliotropium, da  ‘helios’ e tropein’, girare, per il fatto che la pianta tende ad orientare le sue foglie costantemente verso il sole; l’antico nome inglese della pianta, ‘turnsole’,ha la stessa origine.

Helianthum infine, il nostro girasole: ‘sunflower’ in inglese.

Tabebuia chrysantha (Fam. Bignoniacee) in lingua locale ‘araguaney’ o ‘corteza amarilla’, ha l’oro anche nel nome e davvero non c’è bisogno di spiegare perché

Piante solatìe per eccellenza i papaveri: il loro colore rosso è in modo quasi automatico associato al sole, all’estate, alle distese dorate di grano maturo. Ma l’etimologia del nome latino ‘papaver somniferum’ si riferisce alle sue proprietà medicamentose: dal sanscrito papavira o  papavara che significa ‘succo pernicioso’.

Più allegra la etimologia del nome francese, che è scoppiettante di suo: ‘coquelicot’..! (v. avanti)

Il papavero o ‘rosolaccio’ (Papaver rhoeas) comune infestante dei campi, appartiene alla stessa famiglia (Papaveraceae) del papaver somniferum, da cui si estrae l’oppio
Claude Monet: ‘Les coquelicots’ (1873) [Parigi, Musée d’Orsay]. Il nome francese deriva da ‘coquelicoq’, onomatopea che si riferiva inizialmente al gallo ‘coq’ e poi – per analogia con il colore della cresta dell’animale – si è trasferita al fiore
Rosmarinus officinalis – Fam. Labiatae. Il nome rosmarino viene da ros maris (dal latino ros-roris: rugiada): rugiada del mare

Sole e vita opposti a tenebra e morte, con il bel nome ‘asfodelo’, ad indicare una pianta che come la fenice risorge dalle sue ceneri  [V. anche su “O”: Le piante del commiato e della memoria (prima parte) 
e Le piante del commiato e della memoria (seconda parte)
, rispettivamente del 2.09.07 e del 9.09.07]

Asfodelo (Aspholelus spp. – Fam. Asphodelaceae, già Liliaceae). Il nome, di derivazione greca, è un collage di più parole; deriva da ‘a’ (privativo), non, ‘spòdos’, cenere e ‘èlos’: valle, per indicare che la pianta non viene ridotta in cenere nelle valli dove si verificano incendi. Per la sua capacità di risorgere dopo le fiamme, nella mitologia greca l’asfodelo era considerato il fiore del regno dei morti

Si diceva prima di Linneo e della sua genialità di raggruppare nella stessa famiglia – e a ragione, come fu stabilito solo in seguito, in base all’assetto cromosomico – piante diversissime tra loro per aspetto, dimensioni, fiori e semi: eppure lui vi identificava quel che di comune che le faceva appartenenti ad un’unica famiglia! [V. su “O”: Piante e uomini in viaggio (seconda parte) 
del 22.10.07]. Ma pochi dicono di Linneo è che egli era anche un eclettico e un animo di poeta. In moltissime denominazioni di piante il Nostro è immaginifico e raffinato. Un esempio per tutti: la Belladonna (Atropa belladonna) è una pianta mortale per il suo contenuto di atropina, una delle sostanze più utilizzate in farmacologia e in medicina. Linneo l’accomuna ad Atropo, quella delle tre Parche che recide il filo della vita (le altre due, Cloto e Lachesi, filano e tessono la tela della vita). ‘Belladonna’ perché il succo diluito della pianta, instillato nell’occhio secondo un’antica usanza araba poi diffusa anche in Sicilia, provoca dilatazione delle pupille e uno sguardo ‘sognante e ammaliatore’, secondo i canoni  di bellezza del tempo; in realtà, temporaneamente private della capacità di accomodazione dello sguardo, le poverine non riuscivano a ‘mettere a fuoco’ gli oggetti vicini e quindi non vedevano bene.

Foglie, fiori e bacche della Belladonna (Atropa Belladonna – Fam. Solanaceae) [V. su “O”: Piante tossiche, medicamentose, allucinogene (prima parte)
 del 10.06.07]
Altre ‘belledonne’: fiori di amarillide (Amaryllis belladonna – Fam. Amaryllidaceae). Linneo prese il nome dalla pastorella Amaryllis, che nell’equivalente greco significa ‘splendente’, dalle Ecloghe di Virgilio. Attenzione! I bulbi e altre parti della pianta sono velenosi
Collegato alla bellezza muliebre anche il nome di questa comune pianta dei muri, l’ombelico di Venere (Umbilicus rupestris – Fam. Crassulaceae), per la peculiare forma delle foglie con un incavo centrale
Di Venere non si dimentica niente, come è per il nome di questa elegante felce dei luoghi umidi e ombrosi: il capelvenere, Adiantum capillus-Veneris – Fam. Adiantaceae, divisione Pteridophyta. Le delicate foglie verdi si distaccano da uno stelo sottile, nero e lucido
Celidonia (Chelidonium maius – Fam. Papaveraceae) è una pianta erbacea spontanea, potenzialmente tossica. La sua etimologia è ambigua: dal greco chelidòn, rondine o da ‘coeli donum’, dono del cielo) per le sue proprietà medicamentose?
Croco (Crocus sativus – Fam. Iridacee) detto anche ‘lingua di fuoco’.

La spezia ‘zafferano’ è costituita dallo stimma trifido del fiore. Il croco è originario dell’Asia, tra il Kashmir e l’India; l’uso dello zafferano si diffuse successivamente all’Africa settentrionale, dove probabilmente ebbe origine il nome: ‘Za’faran‘ o ‘jafaran‘ in arabo, dal persiano antico ‘sahafaran‘, derivato dalla parola ‘asfar‘, che significa giallo. Peraltro ‘crocus’, il nome botanico della pianta, deriva dal greco krokos, che come l’arabo kurkum significa anch’esso ‘giallo zafferano’. Nomi e significati che si inseguono attraverso il tempo e nelle diverse culture!

Nella foto, la raccolta del pregiato zafferano del Kashmir, considerato il migliore del mondo. Il lavoro è durissimo; bisogna stare piegati per ore perché i fiori sono alti pochi centimetri e occorrono circa 75 mila fiori per produrre un Kg di stimmi freschi, che dopo il processo di essiccamento si riduce a soli 200 gr.

La spezia ‘zafferano’ è costituita dallo stimma trifido del fiore. Il croco è originario dell’Asia, tra il Kashmir e l’India; l’uso dello zafferano si diffuse successivamente all’Africa settentrionale, dove probabilmente ebbe origine il nome: ‘Za’faran‘ o ‘jafaran‘ in arabo, dal persiano antico ‘sahafaran‘, derivato dalla parola ‘asfar‘, che significa giallo. Peraltro ‘crocus’, il nome botanico della pianta, deriva dal greco krokos, che come l’arabo kurkum significa anch’esso ‘giallo zafferano’. Nomi e significati che si inseguono attraverso il tempo e nelle diverse culture!

Cimbalaria (Cymbalaria muralis – Fam. Plantaginaceae, già Scrofulariaceae). E’ una minuscola pianta con piccoli fiori complessi, che vegeta nei muri e tra gli anfratti; quasi ovunque in realtà, dove lo sguardo abbia l’attenzione di andarla a scovare

Insomma, uomini o Dei, i nomi alle cose e a tutte le creature qualcuno dovrà pure averglieli dati; il problema rimane irrisolto, ancorché affascinante; come resta da spiegare perché in molte lingue si è dato lo stesso nome a quest’altra piccola pianta selvatica dai fiorellini celesti…

Myosotis campestris (Fam. Boraginaceae) dal greco mys (topo) e otis (orecchio), per l’aspetto delle foglie, allungate e pelosette. Per una volta Linneo fallisce! Ritiriamo tutto quello che abbiamo detto, sul suo estro poetico!

Il nome comune, universalmente diffuso della pianta, è ‘non-ti-scordar-di-me’: ‘ne m’oubliez pas’, ‘forget me not’, ‘vergiss mich nicht’, ‘no-me-olvides’ e perfino ‘niezapominajki’, in polacco. Racconta la leggenda che si tratti dell’estremo messaggio di un innamorato che si è sporto troppo sulle rive del fiume, per cogliere proprio quei fiori per l’amata; prima di caderci dentro ed essere travolto della corrente, li lancia all’amata: – Non ti scordar di me!

Oppure – “Non ti scordar di me!” – può essere stato gridato dall’esile voce del fiore a richiamare per un istante l’attenzione del Creatore che ha dimenticato – unica tra tutte le creature viventi – di dargli un nome.

E Lui gli dice: – Ti chiamerai proprio così: ‘non-ti-scordar-di-me’!

 

Ma non è finita… – riferiscono fonti apocrife.

Il Creatore ha  appena risolto – con bello stile, bisogna riconoscere – la questione del nome del fiore, che una vociona, ben più potente ancorché  accorata, lo investe:
– NON TI SCORDAR DI ME!

– Oh no! …Ancora!

Stavolta non è un fiore. Ed è anche molto grossa, come dimenticanza! …Un animale grigio e rugoso, quattro zampone come colonne, una lunga proboscide prensile e due eleganti zanne ricurve in avorio.

Facile adesso criticare, ma mettetevi un po’ nei panni del Padreterno… E’ stanco, ha lavorato duro per sei giorni e questo animalone qui ora lo importuna perché ha dimenticato di dargli un nome… Si può capire che gli risponda un pò brusco:

Va’, và..! Le prime parole che sentirai sulla tua strada, quello sarà il tuo nome! …Va’ ora!

L’animale si guarda intorno perplesso; tutt’intorno a lui c’è solo deserto… D’altra parte non può mica contraddire il Capo!

Si avvia lungo quella plaga desolata, pensando tra sé e sé:

Dice bene, Lui… Qui non c’è anima viva… E intanto cammina cammina, con il suo passo pesante Tumb… tumb…

Chi mai potrò trovare, in questo deserto, che mi possa dire una parola – pensa, e va avanti… Tumb… tumb…

All’improvviso, in lontananza, intravede un’oasi.

Speranza! – pensa l’animale innominato – magari trovo qualcuno e finalmente avrò questo benedetto nome.

Entra nell’oasi, ma non c’è anima viva.

Vede ad un tratto l’insegna di un bar.

Un bar..!? Che ci fa un bar quaggiù? – pensa, ma si rende conto di avere una gran sete, ed entra – seppure con qualche difficoltà – nel locale.

C’è una ghiacciaia in un angolo; la apre con la proboscide e comincia a tirarne fuori bottiglie:

– Coca-cola… coca-cola …Io le odio le coca-cole – pensa.

Intanto, per l’aspettativa, gli è montata una sete smisurata; continua a scartare bottiglie con apprensione crescente…

– Coca-cole, coca-cole… pensa; ormai è agitatissimo; tira giù l’intera ghiacciaia estraendo deluso una bottiglia dopo l’altra…

Niente… tutte coca-cole – pensa disperato. Tira fuori l’ultima bottiglia, ancora di coca-cola…

E le Fante? – grida ad alta voce

…Si sente un rombo, caratteristico della presenza del Divino:
– HA..!

 

 

Chiudiamo con le ultime parole del saggio di Calvino sulla ‘Visibilità’:

“Comunque tutte le ‘realtà’ e le ‘fantasie’ possono prendere forma solo attraverso la scrittura, nella quale esteriorità e interiorità, mondo e io, esperienza e fantasia, appaiono composte della stessa materia verbale… (…) …pagine di segni allineati fitti come granelli di sabbia rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto”

 

[Italo Calvino da: ‘Le lezioni Americane’ (1985) – IV. Visibilità; Oscar Mondadori, 1993]

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