Leonardo Padura Fuentes si muove, negli studi di registrazione, con passo felpato e occhi neri vivissimi che osservano ogni cosa. È qui, a Roma da Cuba, per presentare il suo ultimo romanzo, una novela negra, La nebbia del passato. E quando le domande, dalla letteratura, passano al futuro di Cuba, una tensione impercettibile contrae per un istante il suo viso scuro, dal taglio degli occhi allungato, che racchiude, come lui stesso dice, tracce di antenati filippini, africani e delle mille razze che si fondono nel grande crogiolo cubano, ma la sua voce è pacata quando risponde che a Cuba la parola cambiamento incute sempre un certo timore, e comunque Raul Castro è un uomo pragmatico e realista. E molto dipenderà dal risultato delle elezioni americane e dalla possibilità di uscire dalla doppia economia: quella del dollaro e quella del peso.
Ma di questo, aggiunge subito, è meglio che sia l’arte a parlare, ad offrire una visione più complessa: pittori, scrittori, registi, nel tempo, hanno trovato uno spazio per raccontare Cuba da dentro: la vita e la gente, al di là della versione ufficiale, degli artifici della politica.
Lui stesso, confessa, è uno strano scrittore di gialli, il mistero non lo interessa in sé, ma in quanto strumento per cogliere il volto nascosto di Cuba. Per questo ha protestato quando ieri “Il Giornale” lo ha definito uno scrittore dissidente “Io sono un partecipante. Ho deciso di restare nel mio paese, per raccontarlo da dentro. Non potrei vivere, né scrivere lontano da Cuba”.
Quando un giornalista, prima di registrare l’intervista, preannunciando le domande parla della “mancanza di democrazia a Cuba” lui sorride, impacciato, e dice che, allora, nella risposta dovrà parlare della democrazia in Italia.
Così nella registrazione la domanda non c’è più. C’è invece qualcuno della redazione che, ad intervista conclusa, gli stringe la mano commosso, “sono uno vecchio socialista, mi firmi il libro, questa copia la tengo io” E l’uomo si stringe al cuore il libro firmato: il bellissimo volto di donna in copertina dallo sguardo languido, il filo di perle, le unghie laccate, come fosse l’ultimo baluardo, l’ultima reliquia di un mondo sparito.
Ma accantonata la politica il volto scuro, enigmatico, di Leonardo Padura Fuentes si illumina e racconta dei diversi momenti in cui è ambientato il romanzo: gli anni 90, dolorosissimi e difficili, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, e gli anni ’50 in apparenza pieni di luci, fasti e musica, in realtà già minati dalla dittatura di Batista e dalla penetrazione della Mafia economica.
E racconta di Mario Conde, il suo detective protagonista, che, lasciata la polizia, per sopravvivere si dedica alla compravendita di libri usati, e della tanta gente che, in quegli anni, è stata costretta a vendere biblioteche raccolte da generazioni, vendute all’estero, e che mai più torneranno in patria. A Cuba il libro è oggetto di grande venerazione, anche nelle abitazioni più povere c’è sempre un piccolo scaffale con qualche volume. E la grande biblioteca in vendita diventa presenza forte e animata nel libro, ogni biblioteca è piena di segreti, e in questa si aggiunge il mistero di un ritaglio di giornale ritrovato tra le pagine di un libro che riferisce della scomparsa di Violeta del Río: bellissima cantante di bolero degli anni 50. E la sua scomparsa è l’innesco della storia, del giallo dove il cadavere compare solo a metà del romanzo.
Leonardo Padura Fuentes racconta con amore, con orgoglio, ambasciatore di una Cuba che non c’è più. E parla delle raccolte del XIX secolo, il Secolo d’Oro cubano, in cui l’isola possedeva le biblioteche private più importanti del mondo ispanico e una borghesia colta che sapeva che per fondare un Paese ci voleva una grande cultura. Per questo letteratura e nazione a Cuba sono sempre andate di pari passo. Per questo la poesia e la lingua sono all’origine della nazione cubana.
E parla della musica, altro grande elemento cubano a cui il romanzo rende omaggio, del bolero: la poesia sentimentale dell’America latina, l’estetica della radionovela, nata a Cuba, con le sue passioni grandi, smisurate.
Parla Leonardo Padura Fuentes con vitalità, con passione, la sua compostezza d’un tratto infranta, ed insieme con la malinconia e il disincanto di chi racconti fasti lontani a chi di Cuba forse conosce solo l’esodo di massa, la delusione del mito socialista, la corruzione statale, e la perdita dei valori etici. “La vera perdita degli anni ’90, la più difficile da riparare”, ripete.
E sono tante ancora le cose che il cubano racconterebbe ma il tempo dell’intervista è terminato.
Per oggi basta interviste, ora le telefonate servono per dare appuntamento a cena agli amici: ne ha in tutte le città d’Italia, ed è questa la sua gioia segreta, ritrovarsi lui e la moglie, che lo accompagna, la sera con gli amici intorno ad un tavolo.
“Vieni a cena” dice affabile al cellulare all’amico di turno”stasera sono libero, vieni a cena o, se non puoi, raggiungici dopo, sei il benvenuto in qualunque momento.” L’ufficio stampa si dispera ad infilare appuntamenti , a spostare e rivedere impegni perché ci sia spazio sempre per gli amici. “Mi piace avere compagnia la sera. Di giorno sono sempre da solo a scrivere, Lucía mia moglie lavora nel suo studio, e allora io le dico: che ne dici se invitiamo Carlos e Mercedes a cena, e magari anche gli altri che è tanto che non vediamo…, e poi ci sarebbe…e Lucía ci perde il senno, va in grande agitazione, perché un tempo invitare la gente a cena a Cuba voleva dire preparare pasti colossali, ma oggi non è più così, basterebbe un piatto di pasta…io glielo dico, ma lei dice che no…non si può invitare la gente a cena e offrire un piatto di pasta…”
Lucía è una donna scura, silenziosa, felpata più di lui. Un sorriso e due occhi di velluto che si affacciano oltre la porta socchiusa, durante le interviste, e subito scompaiono, nel timore di disturbare. E La nebbia del passato è dedicato a lei, come tutti gli altri romanzi. Ancora una volta e come dev’essere: a Lucia, …e a chi chiede lui spiega: “siamo insieme da trent’anni, e tutto ciò che ho scritto lo devo alla sua compagnia, alla sua stabilità, alla sua intelligenza, alla sua misura. Siamo due ingranaggi che ruotano a velocità diverse, lei è più lenta e mi obbliga ad essere più riflessivo nella scrittura, nella vita. Lucía è la più grande ricchezza della mia vita”. Sorride e si accende una sigaretta, solo e rigorosamente sigarette cubane, non gli piace altro tabacco. Quando va all’estero, a presentare i suoi libri, parte sempre con grandi scorte, che la sera immancabilmente si assottigliano: i pacchetti scompaiono, regalati agli amici e allora lui segue con apprensione le sigarette che scompaiono dagli ultimi pacchetti, quando le troupe televisive gli chiedono di fumare per riprenderlo nelle ultime inquadrature e intanto una sigaretta cubana se la fumano volentieri anche loro.
Ed è attorno al tavolo dove si chiacchiera, e si conversa, che qualcuno, all’ennesima domanda sui cambiamenti di Cuba, scherzando spiega che ora la principale differenza è che quando, nell’isola, arriva l’epoca dei cicloni e in televisione gli esperti spiegano dove e quando si abbatterà il prossimo e quali misure prendere, tutti riescono a seguire e a premunirsi mentre prima capitava che al programma sul più bello arrivasse Fidel e cominciasse a raccontare dei cicloni di tanti anni prima, e di questo e di quello e quando il ciclone arrivava nessuno sapeva a che santo votarsi.
Il giorno dopo, nel salotto dell’albergo, quando i giornalisti lo portano sul terreno amato della letteratura e della storia patria, Leonardo Padura Fuentes si abbandona e lascia che riaffiori in lui la vecchia pelle del saggista e del critico.
È contento della gente che incontra qui a Roma, a Milano non si era trovato nelle domande. E lui, che della sua terra ha indagato tanti aspetti, che ha scritto reportage di ogni tipo dallo sport alla musica, è ben felice di parlare dell’America latina e del successo della novela negra che rispecchia l’evoluzione della società urbana, della grande violenza, corruzione e paura. Oggi la letteratura in America Latina vuole essere cronaca della realtà sociale, vuole recuperare il realismo per raffigurare la realtà contemporanea delle grandi megalopoli: Città del Messico, Sau Paulo. Si è tornati ad usare il realismo in una prospettiva diversa modificata e influenzata dalle esperienze del realismo magico. Inoltre, nella novela negra, nel poliziesco, è forte la componente etica, l’alternativa tra il bene e il male. Se la narrativa è lo specchio di Stendhal, lo specchio della novela negra mette il lettore di fronte ad un universo dove la componente etica svolge un ruolo molto importante. “Per il mio protagonista la scelta etica è fondamentale, lui vive in un mondo dove tutto dovrebbe funzionare in modo quasi perfetto: la società socialista garantisce uguali condizioni per tutti eppure ciò non è riuscito ad eliminare condotte e comportamenti eticamente condannabili. Fin dall’inizio, fin dal primo romanzo della serie di Mario Conde, avevo deciso di dargli un atteggiamento etico chiaro che gli consentisse di porsi di fronte alla realtà, di guardarla e giudicarla, non voglio dire che sia perfetto… Ricordo che da bambino il più grande elogio che si potesse fare ad una persona era definirla “una persona decente” viene dall’antico codice d’onore spagnolo. Una persona perbene, onorata. Ecco il mio protagonista è “caballero y persona decente” E insieme romantico e malinconico e appassionato di letteratura e un giorno chissà diventerà scrittore, uno scrittore tardivo.
E racconta Leonardo Padura Fuentes di León Trotsky, personaggio a cui è dedicato il suo prossimo libro. Lo affascinava il personaggio di Trotsky, in biblioteca a Cuba aveva trovato solo due libri su di lui, e per giunta in russo: Trotsky traditore e Trotsky rinnegato. Lo interessava la sua vita di ebreo errante dal momento della sua espulsione dall’Unione Sovietica, il suo omicidio che ha coinciso con la morte della grande Utopia del XX secolo, ma l’elemento decisivo è stato scoprire che l’assassino di Trotsky ha vissuto gli ultimi quattro anni della sua vita a Cuba senza che nessuno lo sapesse. “Quando ho cominciato a scrivere mi sono accostato al personaggio umano e ho scoperto che non possedeva nessuna umanità. Erano leader politici che vivevano solo di politica, ci sono cinque o sei episodi nella sua vita che lo umanizzano: si sa che ha avuto una breve, ma importante relazione con Frida Khalo, che i suoi quattro figli sono morti e poco altro” Racconta Leonardo Padura Fuentes e il suo viso è scuro, pieno di ombre, si capisce che Trotsky è un personaggio che ha abitato a fondo e gli ha lasciato un carico umano pesante. “Un Leader Provvidenziale, senza una biografia umana, senza umanità, il fallimento dell’Utopia.” Ripete scuotendo la testa, gli occhi scurissimi sbarrati nel vuoto.
E quante cose sembrano vedere i suoi occhi, l’accesso a Internet lo ha solo da un anno, e la connessione è lentissima, impossibile scaricare immagini, perché i collegamenti sono solo via satellite, l’embargo americano ha impedito la posa dei cavi anche se la distanza dagli Stati Uniti è solo di novanta chilometri. Internet è nelle università, ora comincerà a diffondersi con l’acquisto di nuovi computer e di nuovi cellulari. Eppure senza Internet e con libri in russo, avvalendosi della consulenza di tante persone come spiega sempre nei Ringraziamenti in coda ai suoi libri, quest’uomo sembra sapere così tanto del mondo e della vita, il suo sguardo sempre vigile verso i gesti dove si annida la vita piccola di ogni giorno e la storia grande di un Paese.
Alla fine di ogni intervista lui si ritrae, felpato e sorridente, la sua umanità, la sua passione sono lì nelle parole delle interviste, nel suo racconto appassionato dell’isola di un tempo, negli incontri con gli amici. Per il resto lui si allontana, riservato, enigmatico, come se, pur essendo uno dei pochi a poter uscire liberamente dall’isola, portasse con sé un pudore, un velo invisibile, un linea immaginaria che gli permette di essere altrove e di restare sempre sull’isola. Un filo invisibile che lo trattiene.
“E perchè tanta nostalgia nel libro? Per quegli anni ’50, così ambigui?” Gli chiedono da ultimo nel giardino dell’albergo, la mattina quasi conclusa, il sole che gioca tra le foglie e la superficie di metallo del tavolo da caffé, allora le sue dita pescano senza timore nel pacchetto di sigarette e i suoi occhi scurissimi brillano. E racconta che quella è la nostalgia dei suoi genitori e di coloro che, all’epoca, erano giovani. “la mia generazione è cresciuta ascoltando la versione della propaganda su quegli anni. Gli anni 50 a casa mia sono durati molto più di dieci anni: in quegli anni i miei genitori si sono sposati, sono nato io, hanno costruito la casa dove ancora abito: loro al piano di sotto, noi sopra, nel ’58 mio padre ha comprato la macchina, la mitica Plymouth, la macchina con cui andavamo alla spiaggia, con cui andavamo ovunque quando ero bambino, e che ancora resiste, in casa c’è il jukebox che i miei genitori avevano riportato dal negozio, metti la moneta e senti la musica, la televisione era degli anni 50, una marca americana, che ha resistito fino agli anni 80, abbiamo i mobili comprati negli anni ’50. C’è stato un rapporto sentimentale fortissimo con quegli anni che poi si è rotto quando una parte della famiglia è emigrata. Io vivo nello stesso quartiere dove vivevano i miei bisavoli. L’emigrazione ha significato un enorme senso di perdita, che io ho voluto controbilanciare con l’appartenenza, ho deciso personalmente di restare. Sono stato educato in certi valori. Mio padre era massone” E sorride vedendo l’espressione meravigliata del giornalista, annuisce e spiega che “la massoneria è stata molto importante a Cuba, molto diversa dalla massoneria italiana. Ho imparato molto dai valori della massoneria: un senso di fratellanza e molto altro. Mia madre è cattolica, come è il cattolicesimo da noi, che mescola la devozione in chiesa con la Santería. Tutto si fonde a Cuba, un crogiolo di razze, tutto questo fa sì che io non possa appartenere ad altro che a Cuba.” E conclude con il tono distaccato del cronista coem se fose impossibile per noi, fuori dell’isola, cogliere il senso di tanta perdita.
“Dopo negli anni ’60 Cuba si è isolata, rotti i rapporti con gli Stati Uniti che erano la via di comunicazione con il mondo, negli anni 70 c’è stata la sovietizzazione, che ci ha avvicinato ad un mondo che nulla aveva a che fare con noi, negli anni 80 siamo tornati ad affacciarci all’estero, ma con dei vincoli enormi. È stata la crisi sovietica degli anni 90 ad obbligarci all’apertura, pittori, attori, scrittori cubani per la prima volta si sono affacciati al mondo, come è stato il caso di Buena Vista Social Club. E chissà un giorno forse… si possa eliminare, del tutto, la separazione tra chi se ne è andato e chi è sempre rimasto a Cuba”.
La tappa romana è conclusa, prima di rimettersi in viaggio c’è tempo, qualche breve minuto, per sedersi intorno al tavolo con la moglie e due amici che sono venuti a salutare. E nel giardino, le risate allegre che si levano dal tavolo, i sorrisi e i gesti lenti, quasi intorpiditi dal sole, svanita ogni tensione, creano per un istante, davanti ai nostri occhi, un piccolo angolo di Cuba. Ci salutano sorridenti e affettuosi, sembra che siano loro ad allontanarsi su un’isola enigmatica nel suo splendore, sulle note del bolero che dà il titolo al libro.
Vete de mí
Tú que llenas todo de alegría y joventud
y ve fantasmas en la noche de trasluz
y oyes el canto perfumado del azul.
Vete de mí…
No te detengas a mirar las ramas muertas del rosal
que se marchitan sin dar flor,
mira el pasisaje del amor
que es la razón para
sonar… y amar…
Yo, que ya he luchado contra toda la maldad,
tengo las manos tan deshechas de apretar
que ni te puedo sujetar.
Vete de mí…
Seré en tu vida lo mejor
de la neblina del ayer
cuando me llegues a olvidar,
como es mejor el verso aquel
que no podemos recordar…
Sí, ya… vete de mí. *
(VIRGILIO E HOMERO EXPÓSITO)
* “Tu, che riempi tutto di allegria e gioventù / e nella notte vedi fantasmi in controluce /e ascolti il canto profumato dell’azzurro. / Lasciami… // Non fermarti a guardare / i rami secchi del roseto / che appassiscono senza più fiori, / guarda il paesaggio dell’amore / che ci spinge a / sognare…e amare…// Io ormai ho lottato contro ogni malvagità, / e ho la mani così rovinate a forza di stringere / che non riesco a trattenerti. / Lasciami… // Sarò nella tua vita il meglio / della nebbia del passato / quando riuscirai a dimenticarmi, / com’è sempre più bello il verso / che non riusciamo a ricordare… / Sì, ora…lasciami.”
