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Terence Malick alla Festa del cinema

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Le conferenze dei registi sono deludenti, perchè non riescono a parlare dei loro film in modo obbiettivo e distaccato. È come se tradissero il loro linguaggio, che è quello delle immagini in movimento, cinematico.

Le conferenze dei registi sono deludenti, perchè non riescono a parlare dei loro film in modo obbiettivo e distaccato. È come se tradissero il loro linguaggio, che è quello delle immagini in movimento, cinematico. Nonostante ciò, l’incontro più atteso della seconda Festa del Cinema di Roma è stato quello con il regista americano Terence Malick, autore di La rabbia giovane (1973), I giorni del cielo (1978), La sottile linea rossa (1998), The New World – Il nuovo mondo (2005). Un regista di culto, nonostante abbia diretto solo quattro film in trent’anni, che Michael Cimino ha definito “il più grande poeta del nostro tempo” e soprattutto famoso per la sua riservatezza: non ama le interviste e essere fotografato. Strano anche la biografia di Malick: nato nell’Illinois poi trasferitosi in Texas, ha fatto molti lavori dall’estrattore di petrolio all’inviato in Bolivia per il New Yorker dopo la morte del “Che” Guevara, è poi approdato alla filosofia traducendo l’opera di Heidegger. Nonostante eviti il jet set di Hollywood e la televisione è molto amato dal mondo del cinema che gli chiede regolarmente consulti per sceneggiature e di lavorare con lui. È famoso la preparazione del suo penultimo film, La sottile linea rossa, quando decine di attori chiesero una parte anche senza essere pagati e molti furono scartati o tagliati al momento del montaggio (e il film presenta comunque un cast d’eccezione). L’impresa impossibile di portarlo a una conferenza pubblica è riuscita a Mario Sesti (direttore della sezione Extra della Festa) e Antonio Monda (la Repubblica) a patto che il pubblico non scattasse foto, che non facesse domande e che Malick parlasse solo di cinema italiano. L’incontro è avvenuto mercoledì 24 ottobre in Sala Petrassi e si è svolto con il supporto di cinque spezzoni da film italiani scelti da Malick e da due scelti dai suoi film. Il timido Malick ha commentato le scene e risposto alle domande dei due suoi ospiti come se si trattasse di una chiacchierata tra amici.

1)
I primi due spezzoni erano dedicati a Totò da “Totò a colori” e da “I soliti ignoti” di Monicelli eccoli qua:

“Totò a colori” era infatti l’unico film del “principe della risata” reperibile negli USA. Malick adora l’ironia malinconica di Totò che trova molto simile a quella di Buster Keaton. “Ho sentito degli italiani che dicevano che il volto di Totò faceva paura, perché gli ricordava la morte”. Come Keaton anche Totò è stato rivalutato dopo la morte, ma negli anni ’70 in America quando arrivava una commedia italiana, fino allora sconosciuta, c’era un certo entusiasmo. Come per “I soliti ignoti” e la celebre scena della terrazza con quella chiusa esilarante di Totò: “come vede si lavicchia”. Malick apprezza anche Benigni, l’erede di Totò, “perché condivide con lui la stessa ambivalenza comica”.

2)
Il secondo contributo Malick lo sceglie da Pietro Germi e dal film “Sedotta e abbandonata”. La scena non è proprio questa, ma rende l’idea.

Ancora una scena dalla commedia italiana che il regista “ammira in quanto tale, perché ormai l’onore della famiglia non è più importante, ma risulta comunque una sensazione di calore, derivata dall’umorismo di queste scene”. Un umorismo particolare, che trascende la partecipazione del pubblico. Come anche nei film di Fellini di cui Malick presenta la scena dello “Sceicco Bianco” con Alberto Sordi che canta nella pineta su una altalena e arriva la sua ammiratrice Wanda. Per Malick, “l’ironia di oggi imbratta il presente, mentre quella di allora era terapeutica”. Anche gli attori della commedia italiana sembrano pieni di vita e hanno una forza umoristica preponderante. Nello “Sceicco bianco” di Fellini, appunto, “noi ci sentiamo vicini a questa giovane provinciale che è attirata dal mondo del cinema, più grande e più bello del suo. Noi, il pubblico, sappiamo bene che lo sceicco bianco è pieno di sé e la prende in giro e soffriamo per lei. Questo intendo per umorismo con calore, perché intimamente speriamo che questo imbroglione alla fine possa ricambiare il suo amore”.

Poi Malick sceglie di proiettare la scena finale di “Il posto” di Olmi, una scena di rara bellezza, in cui si vedono le immagini di una festa aziendale e poi l’assegnazione del posto di lavoro, una scrivania, al giovane protagonista con la catalogazione degli effetti dell’impiegato precedente e la competizione tra colleghi. Malick sente un immedesimazione con il personaggio: “da ragazzo il mondo ti si rimpicciolisce intorno. La forza di questo attore (Sandro Panseri) è interna. È come se dentro avesse una fiamma, ma è appena accennata. Una forza che si riconosce in tutti i giovani”. Questo che era anche il film preferito di Kieslowsky.

3)
Poi viene proiettata una scena del capolavoro di Malick. “La rabbia giovane” in cui il regista ha anche recitato.

“Ho dovuto recitare perché una comparsa del posto non arrivava. Mi sono reso conto della situazione degli attori: non riuscivo a smettere di ridere. Nel film indosso un grande cappello da texano. Martin Sheen ha continuato a scherzare su questa storia”. Del suo primo film il regista ricorda la grande umanizzazione che dovettero dare gli attori uno, Sheen, con nessun senso morale, e Spacek, l’ingenuità. I due vennero scelti quasi per caso, il primo mentre passava per strada davanti al casting e la seconda perché aveva accompagnato un’amica e venendo dal Texas conosceva molto bene il contesto della storia.

E alla fine una scena dal suo ultimo film:

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