Condividi su facebook
Condividi su twitter

Sintetika

di

Data

Striscio la chiave blu tra i sensori e apro la porta. La musica è accesa. Emma deve essere a casa. La chiamo ma non risponde. Attraverso velocemente la sala relax. Noto qualcosa di insolito ma non mi soffermo a pensarci.

Striscio la chiave blu tra i sensori e apro la porta. La musica è accesa. Emma deve essere a casa. La chiamo ma non risponde. Attraverso velocemente la sala relax. Noto qualcosa di insolito ma non mi soffermo a pensarci.

Entro nella stanza di disinfezione, ho ancora in bocca il sapore dolciastro dell’ultimo cliente. Mentre il vapore bianco mi sterilizza provo a chiamare ancora Emma. Ma niente.

Forse si sta rigenerando e non mi sente. Ne avrei bisogno anch’io, oggi è stata una lunga giornata. Non prendo mai clienti dell’ultimo momento, ma Mr. D. ha insistito tanto e un po’ di lavoro extra fa sempre comodo. Mi affaccio nella camera di rigenerazione. È vuota e le luci della macchina sono spente.

Inizio a sentirmi nervosa, non mi capita spesso. La porta della cabina di Emma è accostata. La apro senza provare a chiamarla di nuovo. Lei è lì, sdraiata. Sembra che riposi in stand-by, ma in una posizione innaturale. Le mani congiunte appoggiate sul petto, le gambe tese leggermente divaricate, il vestito alzato fino alla vita, il pube in vista perfettamente liscio, gli occhi aperti ma spenti. Mi avvicino stando attenta a non far rumore, quasi avessi paura di svegliarla. Un rivolo di lubrificante oculare le scivola dall’occhio sinistro fino all’orecchio. Sembra che stia piangendo, ma noi non possiamo piangere. Ci hanno creato simili agli esseri umani, proviamo euforia, dolore, eccitazione, tristezza, ma non ci hanno permesso di piangere. Guardo frustrata il guscio vuoto della mia unica amica. Emma non c’è più. È stata disattivata. Ma da chi? E perché? Non può essere stato un cliente. Non ci è permesso portarli nel nostro alloggio. Per quanto mi sforzi non riesco a capire. Posso fare una sola cosa, chiamare i vigilanti. Chiudo gli occhi e compongo il numero. Batto le palpebre due volte e parte la chiamata.

“Riconoscimento” mi chiede la voce metallica dell’operatore.
“Anna 3223, settore 9”
“Motivo del contatto”
“Codice 10”
“Collegamento con la pattuglia di zona”
Attendo in linea. La morte di un essere umano è un codice 1, quella di un sembiante un codice 10. Ci dividono ancora 9 numeri, ma è comunque un grande risultato. Grazie agli attivisti della D.G.S.* che lottano da anni per i nostri diritti.
“Sigla del sembiante danneggiato?” mi domanda la voce umana di un vigilante.
“Emma 3558” mentre pronuncio il suo nome sento una dolorosa sensazione di vuoto.
“Non si muova da lì! Stiamo arrivando. Resti esattamente dov’è!”

Chiude la comunicazione. C’è qualcosa di strano nella sua voce, un alto livello di ansia. E anche quello che ha detto mi sembra sbagliato. Perché ha insistito che restassi qui? Non è da protocollo. Emma non è umana. Non c’è bisogno di testimoni. Avrebbero estratto dalla memoria di Emma tutte le informazioni necessarie per scoprire il colpevole. I miei circuiti sinottici fanno un salto all’indietro. Ricordo di aver notato qualcosa di anomalo quando sono rientrata. Vado nella sala relax. Poltrone bianche, lampada bianca, sedie bianche e tavolo bianco, su cui è poggiata una chiave. Non ci sarebbe niente di strano se la chiave fosse blu. Ma è rossa. Né io né Emma abbiamo l’autorizzazione per una chiave rossa. È un passepartout che possiedono solo pochissime persone di alto livello, a parte i vigilanti. I vigilanti. In quell’istante sento l’ascensore che si ferma al piano. Corro alla porta e spio dal visore. Le porte automatiche si aprono, sono già arrivati. Mi nascondo dentro lo stretto guardaroba dell’ingresso. Mi faccio posto tra i soprabiti e chiudo delicatamente l’anta proprio nel momento in cui si spalanca la porta di casa.
“Anna 3223” chiama ad alta voce uno dei due uomini.

Io non rispondo, resto nascosta perfettamente immobile, trattengo il fiato, d’altronde per me respirare non è vitale. Forse mi sbaglio e non ho nulla da temere, ma preferisco seguire il mio istinto. Sento una nuova emozione, qualcosa che non ho mai provato finora. Una sensazione angosciante che mi stordisce. Paura. I passi pesanti si sparpagliano per tutta la casa.
“Dove cazzo è quella puttana sintetica?”
“Qua non c’è, se n’è andata!”
“Quella stronza, oltre ad averci fatto tornare per finire il lavoro!”
“Dobbiamo scendere alla macchina e accendere il localizzatore. Tanto non sarà andata lontano, non sa che la stiamo cercando.”
“Prima di disattivarla voglio scoparmi anche lei, mi manca la sintetica blu!”
“Dio santo, sei un malato del cazzo lo sai vero? Adesso che hanno il diritto di rifiutare non riesci a scopare neanche pagando!”
“Sono loro che mi dovrebbero pagare! Quelle troie possono anche godere. Il vero malato è chi le ha progettate, non io.”
Se ne vanno e sbattono la porta di casa.

Resto paralizzata fino a quando sento l’ascensore in movimento. Apro l’anta ed esco dal mio nascondiglio. Sono sconvolta. Cerco di elaborare quello che ho sentito. Perché hanno disattivato Emma? Perché vogliono disattivare anche me? Non trovo risposte, solo una certezza. Sono in pericolo. Se non avessi fatto tardi con l’ultimo cliente sarei stata annientata, come Emma. Non ho tempo da perdere, cerco di tornare lucida. Chiudo gli occhi e disattivo il mio localizzatore. Prendo un soprabito grigio e me lo infilo. Devo coprire i capelli blu. Cerco un cappello nello scaffale alto del guardaroba, lo afferro. Nello stesso istante la porta si apre alle mie spalle. Faccio un tuffo nel piccolo armadio e richiudo l’anta velocemente. Sono tornati. Spero che non mi abbiano sentito. Mi guardo le mani vuote. No! Il cappello! Deve essermi caduto per terra. Sento i passi davanti alla porta.
“Trovata!” urla uno dei due.
Sono terrorizzata, è la fine. Non voglio morire.
“L’avevo lasciata sul tavolo.”
“Sbrigati, dobbiamo muoverci!”
“Arrivo.”

E la porta si richiude. Non mi sembra vero. Stavolta aspetto più di un minuto prima di uscire. Il cappello è sul pavimento proprio davanti all’anta. Lo raccolgo e me lo metto, nascondendo tutti i ciuffi blu. Guardo dal visore e apro la porta. Sgattaiolo fuori. Di prendere l’ascensore non se ne parla. Mi infilo nel buco dei rifiuti organici. Lo scivolo mi lascia a due passi dall’uscita posteriore. Raggiungo la strada e inizio a camminare a testa bassa. Ora cosa faccio? Vorrei che Emma fosse con me. Ho bisogno di aiuto. C’è solo una persona di cui posso fidarmi. Il nostro supervisore. Il dott. Makoto. Chiudo gli occhi per chiamarlo. Buio. Mi ricordo di aver spento il mio localizzatore. Non posso chiamare senza riattivarlo. E non posso riattivarlo senza farmi localizzare. Devo trovare una soluzione alternativa. Camminando sono arrivata al settore 8. Mr. S. gestisce un ristorante nel settore 8. Cerco l’indirizzo esatto nel mio database e accelero il passo. Vedo l’insegna gialla “El nuevo mundo”. Varco la soglia.

La mia entrata è annunciata da un segnale acustico. Mr. S. è in piedi accanto a un tavolo di clienti. Si volta e appena mi vede sgrana gli occhi. Mi viene incontro, mi prende per un braccio e mi trascina in cucina. Io lo lascio fare docilmente. È arrabbiato. Presentandomi senza preavviso al suo ristorante ho infranto il regolamento sulla privacy del cliente. Mi scuso, gli dico che è un’emergenza e che se mi fa fare una telefonata me ne andrò e non mi rivedrà più. Lui fa resistenza. Gli slaccio i pantaloni, mi abbasso in ginocchio e glielo prendo tutto in bocca. Lui smette di fare resistenza. Non vorrei perdere tempo, ma con la mia abilità dopo meno di un minuto ha già finito. Il suo sapore acre mi arriva fino alla gola. Si riallaccia i pantaloni, mi passa il comunicatore e torna in sala. Digito il numero. Quando il dottore sente la mia voce è sorpreso. Gli spiego cosa è successo tutto d’un fiato.
“Vieni subito da me. Non fidarti di nessuno. Stanotte puoi stare qui poi ti troverò un posto più sicuro. Nel frattempo cercherò di capire cosa sta succedendo. Vedrai sistemerò tutto.”

Il suono dolce della sua voce mi ha tranquillizzato. Non sono sola. Il dott. Makoto mi proteggerà. Lui si è sempre preso cura di noi, senza volere niente in cambio. È stato come un padre per me e per Emma. Torno in strada e mi dirigo verso il settore 2. Non posso prendere trasporti pubblici. Mi localizzerebbero subito. C’è ancora gente in giro, per lo più sembianti e umani che vogliono restare nell’ombra come me. Nessuno mi degna di uno sguardo, ma mi sento comunque in pericolo.
Sono arrivata al settore 4 quando vedo in lontananza i flash bianchi di una pattuglia di vigilanti. Mi vengono incontro. Vorrei scappare, ma so che così non farei altro che attirare la loro attenzione. Continuo a camminare. Guidano lentamente e con i flash illuminano in successione i pochi individui che a quest’ora tarda frequentano la strada. Me compresa. Mentre il fascio di luce mi abbaglia, affondo metà viso nel bavero del soprabito. Il flash si sofferma qualche secondo di troppo. Mi avranno riconosciuto? Ogni muscolo del mio corpo sintetico è pronto a scattare. Dietro di me un rumore forte di vetri infranti.

I vigilanti spostano il faro dalla mia faccia e proseguono i loro controlli. Ora che sono alle mie spalle accelero il passo. Non ho mai avuto paura della morte fino ad ora. Sapevo di non avere una durata illimitata. Ma vedevo la mia fine così lontana da non preoccuparmene affatto. Ora non riesco a pensare ad altro. L’idea di tornare ad essere niente mi terrorizza. Sono attiva da soli 15 anni. È troppo presto per morire. Ho bisogno di più tempo.

Immersa nei pensieri arrivo all’abitazione del dott. Makoto. Digito il codice del suo interno sulla tastiera olografica. Dopo un attimo le porte scorrevoli si aprono. Prendo l’ascensore e salgo al diciottesimo piano.
La porta d’ingresso è socchiusa. Provo a bussare ma non ricevo risposta. Decido di entrare, non è saggio soffermarsi sulla soglia.
“Dottor Makoto” lo chiamo entrando nel grande salone in penombra.
Le vetrate offrono un panorama della città da togliere il fiato. Migliaia di piccole luci sembrano sospese nella notte.
Il silenzio mi rende nervosa. La stessa sensazione d’irrequietezza che ho provato prima di trovare il corpo di Emma. Il dottor Makoto.

Sento un fruscio, mi volto e vedo un movimento dietro la tenda scura. Faccio un passo indietro e resto a guardare inerme. Una figura chiara esce dall’ombra. È una donna. Una sembiante. Completamente nuda. La sua pelle bianca riluce nel buio. Mentre si avvicina i suoi lineamenti diventano nitidi. Arriva a pochi centimetri da me. Il suo viso si riflette nel mio. Sono io. La sua testa calva e liscia è l’unica cosa che ci distingue. Sono sbalordita. Lei mi osserva inclinando la testa di lato, alza un braccio e mi afferra la gola con un movimento fulmineo. In un attimo mi ritrovo incastrata tra la sua mano e la parete.
“Mia cara Anna” sento la voce del dottore, ma non riesco a vederlo.
“Dottor Makoto!” sussurro con una voce stridula che non riconosco. La stretta della sembiante deve aver alterato il mio alimentatore vocale.
“Vedo che hai già conosciuto 4001. Non la trovi bellissima?” finalmente il dottore entra nel mio campo visivo. Non sembra danneggiato. La sua voce è tranquilla.
“È il prototipo della serie 4000. Avrai notato che ti somiglia. Non potevo non ispirarmi alla mia preferita.” Si avvicina e mi sfiora una guancia con il dorso della mano.
“Dottore cosa sta succedendo?” farfuglio confusa.
“Ancora non capisci piccola mia? Sei tanto intelligente quanto ingenua. La nuova generazione prenderà il posto della tua. Tutti i 3000 saranno disattivati.”
Le mie certezze si sgretolano sotto le sue parole. Guardo il viso spietato del dottore e mi sembra di vederlo per la prima volta. Se potessi piangerei. Il sapore amaro che ho in bocca diventa sempre più acuto.
“La D.G.S. non lo permetterà” riesco a dire con un filo di voce.

Il dottore sorride. Apre la mano e mi mostra una scheda di memoria.
“Nessuno potrà impedirlo tesoro. Quando analizzeranno la tua memoria vedranno come hai disattivato brutalmente Emma in preda ad uno scatto d’ira. Sarà evidente che le vostre doti emotive sono state un grave errore. La sostituzione sarà inevitabile.”
Resto incredula di fronte alla sua freddezza. Riesco solo a chiedergli “Perché ci avete dato la vita per poi togliercela così?”
“Semplice legge di mercato mia dolce Anna. Quando un prodotto non crea più profitto bisogna eliminarlo e immetterne un nuovo sul mercato. Siete in circolazione da fin troppo tempo. Se non fosse stato per la D.G.S. vi avremmo già sostituito. Ma con la serie 4000 non commetteremo lo stesso errore, niente emozioni niente diritti, la D.G.S. morirà con voi.”
4001 mi rende innocua nella sua morsa. Incrocio il suo sguardo cercando un minimo d’empatia ma i suoi occhi sono vuoti e inespressivi, e capisco di non avere speranze.
Il dottore si avvicina. Mi abbraccia infidamente. Sento il suo alito caldo mentre mi sibila nell’orecchio.
“Mai affezionarsi a un prodotto.”

Accosta la sua bocca alla mia. Passa la lingua umida sulle mie labbra e la spinge tra i miei denti serrati. Lascio entrare la punta e poi di colpo richiudo le mascelle più forte che posso. Il dottore spalanca gli occhi stupito si ritrae istintivamente ed emette un grido disumano. Anche io sono sorpresa di me stessa, per la prima volta capisco cosa sia la rabbia. Sputo il brandello inerme della sua appendice misto al sangue caldo. Il sapore metallico mi riempie la bocca.
Sento una scossa improvvisa dietro la testa. La sembiante allenta la sua presa e mi affloscio a rallentatore sul pavimento. Non posso muovermi, non riesco a parlare, ma purtroppo sono ancora cosciente. Sento l’energia che si ritrae velocemente da tutte le estremità del mio corpo. Come fosse risucchiata da una forza misteriosa. Mi chiedo se Emma abbia provato la stessa desolante sensazione. Fisso il soffitto con lo sguardo appannato. Una goccia di lubrificante mi scorre sulla guancia. Finalmente riesco a piangere anch’io.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'